Ci sono immagini di guerra capaci di sconvolgere per ciò che mostrano e altre che diventano ancora più terribili proprio perché scelgono, almeno inizialmente, di non mostrare nulla. NAZA, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, appartiene per gran parte della sua durata alla seconda categoria. Yuval Abraham e Rachel Szor costruiscono un documentario di appena 80 minuti nel quale quanto accade a Gaza viene raccontato attraverso le testimonianze anonime di membri ed ex membri dell’apparato militare israeliano.
Il titolo indica l’acronimo utilizzato dall’intelligence israeliana per quantificare i civili palestinesi che si prevede possano morire durante un attacco aereo. È già qui, nella trasformazione di vite umane in una sigla e poi in un numero, che si trova il centro del documentario: comprendere il processo attraverso il quale la popolazione palestinese è stata progressivamente disumanizzata fino a rendere accettabili azioni che, ascoltate fuori da quel sistema, appaiono sconvolgenti.
Gli intervistati vengono resi completamente irriconoscibili. Non vediamo i loro volti né qualsiasi altro elemento che possa identificarli: rimangono le voci e, soprattutto, ciò che hanno deciso di raccontare. NAZA non ha bisogno di aggiungere molto altro. La tranquillità con cui vengono descritte alcune atrocità è già abbastanza devastante.
L’orrore raccontato con una normalità sconvolgente
È proprio il contrasto tra il contenuto delle testimonianze e il modo in cui vengono pronunciate a rappresentare uno degli elementi più efficaci del documentario. Si parla di edifici distrutti pur sapendo che al loro interno si trovavano civili, di donne, anziani e bambini trasformati in una previsione numerica, di procedure attraverso le quali la possibilità della loro morte viene incorporata all’interno di una decisione operativa.
Alcuni passaggi colpiscono in maniera particolarmente violenta, come quando uno degli intervistati arriva a stabilire direttamente un paragone con il genocidio nazista. Abraham e Szor non cercano di enfatizzare ulteriormente quelle parole attraverso la regia: lasciano che siano le testimonianze stesse a mostrare fino a che punto determinati meccanismi possano essere normalizzati.
Anche la scelta di oscurare completamente gli intervistati acquista così un significato ulteriore. Da una parte è evidentemente necessaria per proteggerne l’identità; dall’altra rende ancora più significativo il fatto che abbiano deciso di esporsi e raccontare ciò di cui sono stati testimoni o partecipanti. Non importa chi siano individualmente: importa ciò che le loro parole rivelano del sistema nel quale hanno operato.
Tel Aviv continua a vivere mentre a pochi chilometri di distanza si muore
La scelta formale più potente di NAZA è però quella di accompagnare queste testimonianze con immagini apparentemente ordinarie. Mentre ascoltiamo racconti terribili, vediamo palazzi, finestre illuminate e persone che continuano a condurre normalmente la propria quotidianità. È un contrasto angosciante proprio per la sua semplicità.
Da una parte qualcuno racconta di edifici fatti esplodere con civili al loro interno; dall’altra vediamo case abitate da persone che cenano, parlano, dormono e vivono esistenze non molto diverse dalle nostre. Abraham e Szor mettono così nella stessa sequenza due realtà geograficamente vicinissime e apparentemente inconciliabili.
La normalità diventa parte integrante del discorso del film. NAZA non racconta soltanto le conseguenze di determinate operazioni militari, ma prova a interrogarsi su come sia possibile continuare a vivere accanto a tutto questo e su quali meccanismi permettano di creare una distanza tanto profonda tra la propria vita e quella degli altri.
Ed è qui che emerge il tema della disumanizzazione. Il documentario mostra come il linguaggio, le procedure militari e una percezione dell’altro costruita nel tempo possano trasformare esseri umani in categorie astratte. Nel momento in cui una famiglia dentro un edificio smette di essere percepita come un insieme di individui e diventa un numero all’interno di un calcolo, diventa anche più semplice accettarne la morte.
Una forma essenziale che non distrae mai dalle testimonianze
Abraham e Szor scelgono una struttura estremamente essenziale e proprio per questo efficace. Non cercano di trasformare il materiale in qualcosa di più spettacolare né di moltiplicare artificiosamente i punti di vista. Il film procede attraverso testimonianze, silenzi e immagini della città, lasciando che sia il montaggio a costruire il rapporto tra ciò che sentiamo e ciò che vediamo.
Anche gli 80 minuti di durata contribuiscono alla riuscita. NAZA non si dilunga e non sente il bisogno di ribadire continuamente la propria tesi. Una volta stabilito il dispositivo, si affida alla forza delle persone che hanno deciso di parlare.
È una scelta particolarmente importante davanti a un materiale del genere. L’impatto non deriva dalla ricerca dello shock, ma dalla progressiva comprensione del sistema descritto dagli intervistati. Più ascoltiamo, più diventa difficile pensare alle atrocità raccontate come a singoli episodi separati gli uni dagli altri.
Il film cerca invece di ricostruire il meccanismo che li rende possibili: la normalizzazione della violenza, il linguaggio che la rende più astratta e soprattutto la progressiva cancellazione dell’individualità delle persone che ne subiscono le conseguenze.
Nel finale ciò che abbiamo ascoltato diventa impossibile da tenere a distanza
La scelta più dura arriva nel finale. Per gran parte di NAZA, Gaza è stata soprattutto raccontata, abbiamo ascoltato cosa è accaduto mentre sullo schermo continuava a esistere un’altra quotidianità. Poi Abraham e Szor decidono di eliminare quella distanza e mostrare direttamente le atrocità e le loro conseguenze.
Il passaggio è potentissimo proprio perché arriva dopo la sottrazione che ha caratterizzato tutto il documentario.
Le persone delle quali abbiamo sentito parlare smettono definitivamente di essere numeri, percentuali o vittime potenziali all’interno di un calcolo. Quello che fino a quel momento poteva ancora rimanere confinato nelle parole assume improvvisamente una forma concreta.
NAZA è un documentario estremamente efficace nel messaggio che vuole trasmettere e altrettanto consapevole nella forma scelta per farlo. Abraham e Szor comprendono che non serve sovraccaricare testimonianze già sconvolgenti e costruiscono intorno a esse un dispositivo semplice, capace di rendere ancora più angosciante la distanza tra l’orrore raccontato e la normalità che continua a esistergli accanto. Quando nel finale quella distanza viene definitivamente cancellata, le immagini acquistano tutta la forza delle parole che le hanno precedute.
La recensione in breve
NAZA raccoglie le testimonianze anonime di membri ed ex membri dell'apparato militare israeliano e le contrappone alla normalità della vita che continua a poca distanza da Gaza. Yuval Abraham e Rachel Szor costruiscono un documentario essenziale e sconvolgente sulla normalizzazione della violenza e sulla disumanizzazione della popolazione palestinese, trovando proprio nella sottrazione e nella scelta finale di mostrare direttamente le atrocità la sua forza maggiore.
PRO
- Testimonianze sconvolgenti lasciate parlare senza sovrastrutture
- Il contrasto tra i racconti e la quotidianità che continua sullo sfondo
- Una forma essenziale perfettamente funzionale al contenuto
- La scelta di rendere completamente anonimi gli intervistati
- Gli 80 minuti mantengono alta l'attenzione
- Un finale di enorme potenza
CONTRO
- La struttura volutamente essenziale lascia meno spazio alla contestualizzazione
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Voto CinemaSerieTV
