Il film 7500, diretto da Patrick Vollrath, con Joseph Gordon Levitt non è ispirato ad una storia vera, essendo anzi quasi totalmente improvvisato e basato su una sceneggiatura di poche pagine. L’approccio anticonformista del giovane regista tedesco, al debutto nei lungometraggi con questo film, è denotato anche dalla peculiare ambientazione: la pellicola infatti, è completamente girato nella cabina di pilotaggio di un vero Airbus dismesso. La vicenda richiama tuttavia da lontano quella dei foreign fighter assoldati in giovane età dal terrorismo islamico.

Una ricerca di verisimiglianza che parte proprio dal soggetto, così simile a tante storie lette in questi anni sui giornali. Una storia tesa ma comune, che Vollrath ha raccontato cercando di restituire l’adrenalina di un pilota d’aereo impegnato a sventare la minaccia di un pericoloso dirottatore. A Cinemovie e Screenrant ha spiegato:
“Volevo mostrare l’umanità di un ragazzino che, reclutato dall’ISIS, decide di farsi saltare in aria senza avere la minima idea di quello che succederà”.
“Volevo mantenere lo spazio il più possibile ristretto, per dare l’idea della claustrofobia. Volevo davvero immergere gli attori – e il pubblico insieme a loro e alla macchina da presa – in uno spazio angusto e soffocante. È un vero aereo, quello che abbiamo acquistato, quindi le dimensioni che vedete nel film sono esattamente quelle reali. L’ambientazione è estremamente claustrofobica, e il mio obiettivo era trasmettere questa sensazione attraverso la macchina da presa, intrappolando il pubblico insieme al personaggio all’interno della cabina di pilotaggio, senza offrirgli alcuna via di fuga. Guardando il film, non potete lasciare il cockpit, non c’è modo di andarvene da lì. Penso che possa rappresentare una sfida per lo spettatore”
Da parte sua, Levitt sottolinea con dovizia di particolari le difficoltà legate a un approccio di questo tipo, completamente, e senza alcuna remora, realistico.
“La cosa più difficile è stata adattarsi al modo in cui Patrick gira, che è completamente diverso da qualsiasi esperienza che abbia mai avuto in un film (…) Di solito, quando lavori a un film, ci sono tutta una serie di esigenze tecniche: devi rispettare il personaggio, certo, ma alla fine ti ritrovi a dover stare esattamente su quel pezzetto di nastro sul pavimento affinché la telecamera e le luci ti inquadrino nel modo giusto. E devi ripetere la stessa scena, ancora e ancora, fino alla nausea. Patrick elimina completamente tutto questo. Ti lascia semplicemente essere. Come dice lui, fa partire la telecamera e tu sei lì.
Considerato che stavamo interpretando una situazione davvero intensa, immergerci realisticamente in quella realtà è stato impegnativo, duro e a volte brutale, ma al contempo incredibilmente appagante e diverso da qualsiasi altra esperienza che abbia mai vissuto come attore.”
