Il Conte di Montecristo, miniserie francese del 2025 con Sam Claflin e Jeremy Irons, è l’ennesimo adattamento dell’omonimo romanzo di Alexandre Dumas. Ma se vi state chiedendo cosa c’è di vero nella storia di Edmond Dantes, il prode marinaio ingiustamente accusato di bonapartismo, la risposta è avvolta nelle nebbie della storia della letteratura francese di fine Ottocento. Sebbene lo stesso Dumas abbia dichiarato di essersi ispirato alla figura del calzolaio Pierre Picaud, divenuto pluriomicida per vendetta, non è possibile stabilire l’autenticità del racconto, che il romanziere inserì in un appendice all’interno dell’edizione 1846 del romanzo, con il titolo Pierre Picaud: Storia contemporanea
Pierre Picaud, nato nel 1780, promesso sposo della nobildonna Marguerite Vigoroux, al centro di invidie da parte di tre ‘amici’ – Chaubart, Solari e il locandiere Loupian – venne messo agli arresti con il sospetto di essere una spia inglese, alla vigilia del matrimonio con la donna, che invece poco dopo avrebbe sposato proprio Loupian, in necessità di denaro per aprire un nuovo locale.
Dopo essere stato liberato all’indomani dell’abdicazione di Napoleone nel 1813, Picaud, raccolto un ‘tesoro’ lasciatogli dall’abate Torri, suo compagno di cella, procede a mettere in atto la vendetta, uccidendo dapprima Chaubart, per poi incendiare il locale di Loupian, mandandolo sul lastrico, e facendo ingravidare la di lui figlia da un finto nobile italiano, in realtà criminale di bassa lega.
Dopo aver ucciso Solari, Picaud si appresta a completare il suo piano, ma dopo aver ucciso Loupian, viene rapito da Allut, un amico dei tre cospiratori che però non aveva partecipato alla macchinazione. Forse timoroso di essere ucciso a sua volta, Allut ammazza Picaud, non prima di essersi fatto raccontare tutta la vicenda.
Anni dopo, anch’egli in punto di morte, Allut rivelò l’incredibile storia a un confessore, l’abate Madeleine, che ne trasse un memoriale, in seguito trasmesso alla Gendarmeria francese: da qui, lo scrittore Jacques Pecheut trasse il materiale per la sua Mémoires tirés des archives de la police de Paris pour servir à l’histoire de la morale et de la police, depuis Louis XIV à nos jours, opera storiografica uscita postuma nel 1838.

Per l’impossibilità di risalire al manoscritto originale, arso in un incendio nel 1871, alcuni studiosi hanno ipotizzato che l’opera sia in realtà da attribuire, in tutto o in parte, a Étienne-Léon de Lamothe-Langon, prolifico autore di memorialistica, da considerarsi vero autore del racconto, che sarebbe dunque di totale invenzione: ciò con particolare riferimento alla sezione dell’opera che contiene la vicenda di Picaud, dal titolo ‘Il diamante e la vendetta‘
A propugnare questa tesi è anche Łukasz Szkopiński, in ‘Jacques Peuchet, Étienne-Léon de Lamothe-Langon et les origines du Comte de Monte-Cristo d’Alexandre Dumas‘ (Academic Journal of Modern Philology, 20, 2023), articolo d’analisi delle Memoires da cui trarremo le seguenti citazioni. Secondo Szkopiński
“Nonostante l’insistenza del narratore e il carattere apparentemente storico dell’opera, ci sembra giudizioso considerare queste affermazioni [sulla veridicità dei fatti riportati] come parte del topos tanto comune nei romanzi antichi. Ciò è ovviamente legato, allo statuto poco legittimo del romanzo” e, di conseguenza, alla “delega di responsabilità che tende o vuole tendere a garantire che la storia abbia una credibilità garantita “dall’esterno”.
Si percepisce questo meccanismo, tra l’altro, nell’utilizzo del motivo del manoscritto ritrovato, utilizzato prima per sottolineare l’autenticità della storia raccontata oltre che per convincere il lettore della sua verosimiglianza e, successivamente, dalla fine del XVIII secolo, piuttosto come un tic letterario, dato che nel frattempo la posizione del genere romanzo era cambiata.
Considerando il carattere misto delle Memorie di Peuchet , oscillanti tra un’opera erudita e una raccolta di aneddoti curiosi, l’accento posto sulla veridicità delle fonti di questo racconto, probabilmente di natura fittizia, è necessario, a nostro avviso, per proteggere l’attendibilità delle informazioni presentate nelle parti più accademiche del testo
Dopo aver riassunto per sommi capi la vicenda che vi abbiamo raccontato poco sopra, nell’articolo si procede alla determinazione della questione sull’effettiva paternità del testo
Sebbene il frontespizio della raccolta ci informi, come abbiamo già accennato, che l’opera è di
Jacques Peuchet, diverse fonti affermano che si tratta di un’opera apocrifa e in realtà scritta da Étienne- Léon de Lamothe-Langon (1786 –1864).
Questo romanziere poligrafo fu anche autore di numerose pseudo-memorie, come le Memorie di una donna di qualità su Luigi XVIII, la sua corte e il suo regno (1829), le Memorie della contessa Du Barri (1829), o le Memorie di Luigi XVIII (1832). [..]
Nel suo “Inganni letterari svelati, Joseph Marie Quérard (1850: 446) non esita a designare Lamothe- Langon come il vero autore delle Memorie tratte dagli archivi della polizia di Parigi. Ethel Groffier (2009: 127), nella sua monografia dedicata a Peuchet, è più titubante.
Ammette che questa raccolta è “lungi dall’essere interamente opera della penna di Peuchet” e sottolinea che questo Memorie di Peuchet “contrasta con il resto delle sue opere per la loro obbedienza alla moda del tempo, avido degli scandali e dei segreti della polizia, anche se tra le storie di casi succosi compaiono spesso riflessioni serie sull’organizzazione della polizia”.

Tenendo conto di tutti questi fatti, crediamo che, dopo la morte di Peuchet, i suoi manoscritti e il suo archivio furono affidati a Lamothe-Langon che non solo compilò e curò queste fonti, ma vi apportò notevoli aggiunte, alla maniera delle altre sue fonti apocrife riportate altrove Questa è a nostro avviso l’ipotesi più probabile riguardo alla paternità delle Memorie.
Per quanto riguarda [il racconto di Picaud] anche se è impossibile dimostrarlo completamente, ci sembra probabile che sia stato inventato da Lamothe-Langon piuttosto che documentato da Peuchet.
Per quanto riguarda “Il diamante e la vendetta”, sottoscriviamo l’opinione espressa nel documentario La vera storia del conte di Montecristo (2020) diretto da Mitchell Rosenbaum, secondo cui la storia non è né basata su un fatto storico, né descritta da Peuchet, che senza dubbio avrebbe evitato che nel testo comparissero un certo numero di inesattezze.
A questi due elementi aggiungiamo anche evidenti errori riguardanti i nomi di alcuni personaggi, e il fatto che uno degli episodi raccontati nella storia sia ambientato in Occitania, regione natale di Lamothe-Langon, che lo scrittore cita spesso nei suoi romanzi
Come tutte le storie in grado di travalicare i confini del tempo e dello spazio, vera o falsa che sia, la vicenda di Edmond Dantes continuerà ad affascinare generazioni di lettori.
La miniserie Il conte di Montecristo, in otto episodi, vede nel cast Sam Claflin, Mikkel Boe Følsgaard, Ana Girardot, Blake Ritson, Karla-Simone Spence, gli italiani Lino Guanciale, Michele Riondino e Gabriella Pession, quindi Harry Taurasi, Poppy Corby-Tuech, Nicolas Maupas, Amaryllis August, Jason Barnett, Nicholas Farrell, Jeremy Irons.
