Oriana Fallaci non ha mai avuto figli, avendo peraltro subito diversi aborti spontanei: la scrittrice, soprattutto negli ultimi anni di vita, ha spiegato di non avere più intrapreso relazioni intime con altri uomini dopo la morte del compagno di vita Alexandros Panagulis. Ciò nonostante, Fallaci si è battuta fino all’ultimo per i diritti delle donne relativi ad aborto volontario e all’uso degli anticoncezionali, in quanto, a sua stessa detta, avrebbe sempre desiderato essere madre.

La giornalista ha raccontato questa mancanza nel celeberrimo romanzo pseudo-autobiografico Lettera a un bambino mai nato (1975), e in una lettera preparatoria ad esso, rimasta inedita fino a pochi anni fa, in cui si legge
“Ho sempre desiderato avere un figlio. Uno dei più grandi dolori della mia vita è stato perdere il bambino che io e il mio compagno aspettavamo con orgoglio e allegria”
Già nel 1958 Fallaci era rimasta incinta di Alfredo Pieroni, giornalista, perdendo subito il bambino. Il dramma la spinse sull’orlo del suicidio probabilmente anche a causa del fatto che, prima dell’aborto spontaneo, la giornalista aveva pensato di interrompere la gravidanza, per amore di Pieroni
So, con sicurezza, che devo farlo; perché se non lo facessi, rovinerei e turberei, almeno, la tua vita
Da qui, la cronologia dei drammi privati della giornalista toscana si fa incerta e nebulosa: secondo quanto scrive Il Giornale, (da cui anche le cit. precedenti) Fallaci avrebbe avuto un secondo aborto spontaneo nel 1965, dopo una relazione con un uomo il cui nome è rimasto ignoto ai posteri (fonti parlano di un giornalista americano).

Proprio a questa liaison fa riferimento Edoardo Perazzi, nipote della scrittrice, in un’intervista a Repubblica per spiegare la genesi di Lettera a un bambino mai nato: la vulgata, infatti, vorrebbe che il libro, pubblicato nel 1975, sia stato ispirato dalla relazione con Panagulis, con cui Fallaci avrebbe concepito un terzo figlio, anch’esso abortito. Perazzi, tuttavia, fa notare come il manoscritto originale di ‘Lettera’, ritrovato solo di recente, risalga addirittura al 1967, ovvero a breve distanza dal secondo aborto
“[Dopo la sua morte, nel suo appartamento di NY] trovai anche il manoscritto di Lettera a un bambino mai nato, si trovava in un cassetto di biancheria intima. Era datato 1967, non 1975 come lei diceva in giro. Raccontava che il direttore dell’Europeo le aveva commissionato un’inchiesta sull’aborto, ma che lei un giorno si presentò per dire che avrebbe scritto un libro. In realtà in famiglia confessava altro, a me diceva che aveva avuto un aborto l’anno stesso in cui sono nato io. Quel manoscritto che ho recuperato, un quadernetto a fiori di quelli che piacevano molto a Oriana, con la copertina rigida, è datato 1967: Letter to neverborn child”

Le cose tuttavia, si complicano ulteriormente se torniamo a leggere la lettera succitata, di datazione incerta (Panorama, cui si deve l’inchiesta, ipotizza il biennio 1971-72) legata a quello che poi sarebbe diventato ‘Lettera a un bambino mai nato’. Nel documento si legge infatti
“Non ho mai usato anticoncezionali perché, con la stessa intensità con cui ho sempre detestato e rifiutato il contratto matrimoniale, ho sempre desiderato avere un figlio. Ed oggi il dilemma di usare o non gli anticoncezionali si pone ancora meno per me in quanto il mio compagno è morto e non considero nemmeno l’eventualità di avere rapporti sessuali con qualcuno che lo sostituisca“
Se si vuole prendere il documento con valore autobiografico, allora il riferimento più diretto rimanderebbe proprio a Panagulis: tra la giornalista e il rivoluzionario greco, oppositore del regime dei colonnelli, ebbe luogo una relazione tormentata e angosciosa, culminata in un violentissimo litigio, che avrebbe causato a Fallaci il terzo aborto.
A raccontarlo è lei stessa in Un uomo (1979), biografia postuma di Panagulis. Attenzione: il testo che segue non è adatto a lettori sensibili
“Nell’attimo stesso in cui il bagliore ci investì sugli occhi, ti vidi schizzare dal letto, infilare i pantaloni, calzare le scarpe e, prima che me ne rendessi conto, eri già sul terrazzo a tuonare: “Vengo”!
Poi correvi verso la porta. Feci appena in tempo a raggiungerti, sfilare la chiave, impossessarmene, ed ecco che con tutto l’impeto della tua rabbia tenti di aprirmi la mano, diminuire la morsa delle mie dita, agguantarmi il pollice, poi l’indice, poi il medio. Ma più fai leva, più stringo. Allora mi afferri il polso e me lo torci con malvagità, mi pieghi il braccio e sembra che tu voglia scardinarlo, mi butti per terra e cadi con me.
Mi difendo male perché posso opporti un braccio solo, una mano sola, però mi difendo e accetto il combattimento.
Un combattimento sordo, muto, cattivo, una lotta di serpenti che si aggrovigliano per strozzarsi, entrambi decisi a non cedere, e intanto si infliggono colpi, si fanno male senza che una parola esca dalla loro bocca. L’unico suono è un ansimare affannoso, una specie di rantolo.
E d’un tratto una mazzata mi squarcia il ventre. Un dolore acutissimo. La chiave è nelle tue mani.
La mia voce rompe il silenzio per dire ciò che ignori: “Il bambino“.
Ti intirizzisti come colpito da una fucilata in mezzo alla fronte. Rimanesti qualche secondo a fissarmi con gli occhi sbarrati, le labbra dischiuse.
Poi ti levasti e, dimentico del bagliore che continuava a girare e guizzare impietoso su di noi, intorno a noi, dimentico perfino di me che giacevo sul pavimento trafitta da quel dolore nel ventre, insopportabile ora ed esasperato da mille coltelli, scoppiasti in un’esultanza così frenetica che sembravi uscito di senno. Ridevi, piangevi, saltavi, ballavi, applaudivi.
Non ti accorgevi nemmeno della mia sofferenza, infatti non per placarla mi sollevavi alla fine con delicatezza, mi posavi sul letto con tenerezza, appoggiavi la testa al mio corpo, gorgogliavi
Sul fatto che la mazzata lo avesse ferito a morte non esistevano dubbi, i sintomi si annunciavano già inequivocabili: nessun miracolo, n’ero certa, avrebbe potuto resuscitare l’inerte creatura sepolta dentro di me.
Tuttavia tacevo, incapace di spazzar via la tua inutile felicità. Meglio lasciarti qualche ora nell’illusione, pensavo, e nel frattempo rimanere immobile, recuperare le forze per trascinarmi da un medico. Così feci e, al mattino, ben attenta a non svegliarti, mi staccai piano da te, mi recai a udire la conferma di ciò che sapevo.
Ma avevo fatto i conti senza calcolare che dirtelo dopo sarebbe stato molto peggio, perché ne saresti rimasto sconvolto in modo assai più violento. Fino a rinnovare il complesso di colpa in cui ti maceravi, ogni volta, pensando alle creature che avevi amato e perduto: “Io sono la morte. Io mi porto addosso la morte e la distribuisco” mormorasti quando mi vedesti e vedesti quell’inerte, informe fagottino.”
Le considerazioni generali di Fallaci su questioni come l’aborto e la libertà sessuale, non deviano mai dal principio cardine di assoluta indipendenza della donna, pur espresso a volte in maniera anticonvenzionale. Si legge ancora, nella lettera ‘segreta‘
“Non starò a ripetere che la maternità è una scelta, non un dovere. Ripeterò tuttavia che il vero aborto è la pillola. Ancor prima del modo di interrompere civilmente una gravidanza non voluta, la società deve essere in grado di evitare un concepimento non voluto. Io mi sento straziata a pensare che, se mia madre avesse usato la pillola, la sua vita non sarebbe stata martirizzata dagli aborti: per altro clandestini e fatti male. Io sono per la pillola (di cui non ho bisogno) per le stesse ragioni per cui sono per l’aborto (di cui non ho bisogno) ed ero per il divorzio (di cui non avevo bisogno). E cioè perché la pillola possa essere usata da chi ne ha bisogno”
