La serie: MobLand, 2025. Creata da: Ronan Bennett. Cast: Tom Hardy, Pierce Brosnan, Helen Mirren, Paddy Considine, Kevin Harrigan, Joanne Froggatt, Lara Pulver. Genere: Crime, thriller. Durata: 50 min circa/9 episodi. Dove l’abbiamo visto: su Netflix
Trama: A Londra, la famiglia criminale Harrigan si ritrova nel caos quando la scomparsa di un erede rivale innesca una spirale di vendette. A cercare di tenere tutto in piedi, un fixer silenzioso e tormentato: Harry De Souza.
A chi è consigliato? A chi ama il crime britannico ricco di tensioni familiari, con personaggi stratificati e atmosfere cupe. Ideale per fan di Peaky Blinders.
MobLand, disponibile da oggi su Paramount+, è una gangster story dal taglio crudo ed essenziale, che mette al centro personaggi profondamente umani, dialoghi taglienti e una buona dose di violenza. Prodotta da Guy Ritchie — che dirige anche i primi due episodi — e scritta da Ronan Bennett (già autore di Top Boy), la serie rielabora il classico crime britannico con uno sguardo cupo e intimo, dove le dinamiche familiari si intrecciano alle rivalità criminali. Il cast è di alto livello: Tom Hardy interpreta il protagonista Harry De Souza, affiancato da Helen Mirren e Pierce Brosnan nei ruoli dei temuti capifamiglia Maeve e Conrad Harrigan. Accanto a loro, un solido gruppo di attori britannici, tra volti noti e nuove leve.
Un impero sull’orlo del caos

Al centro della storia ci sono gli Harrigan, dinastia criminale che da anni tiene in pugno il Nord di Londra. A guidarli ci sono Conrad (Pierce Brosnan) e Maeve (Helen Mirren), coppia tanto affiatata quanto spietata, custodi di un ordine familiare fondato su regole non scritte. I loro figli, Brendan e Kevin (Daniel Betts e Paddy Considine), vivono all’ombra di quel potere: il primo riflessivo, il secondo più istintivo, diviso tra il ruolo di padre e quello di erede. Ma è Seraphina (Mandeep Dhillon), figlia illegittima di Conrad, a spiccare come figura ambigua e ambiziosa, adorata dal padre e mal tollerata da Maeve. L’equilibrio familiare e criminale, però, comincia a vacillare quando Tommy Stevenson, rampollo della famiglia rivale del Sud, scompare nel nulla. I suoi genitori – Richie e Vron (Geoff Bell e Annie Cooper) – non aspettano che una scusa per dichiarare guerra. Per evitare il collasso, gli Harrigan richiamano Harry De Souza (Tom Hardy), ex uomo di fiducia che ha lasciato il giro per rifarsi una vita con moglie e figlia. Ma il ritorno di Harry è tutt’altro che pacifico: vecchi rancori riemergono, e le linee di fedeltà si sfaldano sotto il peso delle ambizioni e dei sospetti.
Un Tom Hardy in piena forma

Una delle sorprese più gradite di MobLand è la performance di Tom Hardy, che torna in piena forma: il suo Harry De Souza è un uomo che comunica con la sola presenza scenica, un professionista della violenza capace tanto di intimidire un rivale quanto di negoziare una tregua tra famiglie nell’interrato di un ristorante di lusso. Il nome scelto per il suo personaggio – “Harry De Souza” – suona curioso e un po’ fuori posto, eppure non stona del tutto: come se la dissonanza fosse parte integrante del suo essere una figura di transizione, uno che non appartiene mai davvero al sistema ma ne conosce ogni ingranaggio. Hardy domina la scena senza strafare, conferendo a Harry un’aura letale ma umanissima, rendendolo il collante emotivo e morale di una narrazione affollata e spesso brutale.
Il legame indissolubile tra crimine e famiglia

In MobLand, la famiglia è al centro di tutto. Non solo come istituzione sociale, ma come legame tossico, vincolo ineluttabile e principale motore del dramma. Gli Harrigan, infatti, non sono soltanto un’organizzazione criminale: sono una dinastia, e ogni gesto, ogni sguardo, ogni tradimento, risuona attraverso le generazioni. La matriarca Maeve coccola il nipote Eddie con bustine di cocaina, mentre decide il destino di un traditore sorseggiando vino; Conrad alterna battute sferzanti a scoppi di collera micidiali. I figli adulti non riescono a emanciparsi, e i giovani, incapaci di gestire il potere, rischiano di causare l’autodistruzione del clan. La scrittura di Ronan Bennett riesce a tenere in piedi questo delicato equilibrio tra tragedia familiare e affresco criminale, disegnando un universo dove la lealtà è solo un’altra parola per paura, e l’amore si esprime nel modo in cui si seppelliscono i cadaveri. Le migliori scene, non a caso, sono quelle corali: pranzi di famiglia che diventano interrogatori, consigli di guerra sotto forma di picnic sul prato, litigi privati che scatenano sparatorie pubbliche.
Un Guy Ritchie diverso dal solito

MobLand non è la solita gangster comedy alla Snatch o The Gentlemen. Qui il tono è più cupo, meno propenso alla farsa, e più incline alla tragedia. L’umorismo non manca, ma è nero come l’inchiostro, e spesso segue immediatamente scene di violenza improvvisa. I primi due episodi, diretti dallo stesso Ritchie, funzionano come un trampolino solido per la serie: ritmo alto, tensione costante e una fotografia livida che trasforma Londra in un labirinto di ombre e riflessi. La narrazione si prende i suoi tempi, ma non rallenta mai del tutto. L’azione resta centrale, ma non cannibalizza la costruzione dei personaggi. Questo approccio rende MobLand un prodotto ibrido, forse meno esplosivo di altre opere di Ritchie, ma decisamente più maturo e consapevole.
La recensione in breve
MobLand è un crime drama elegante e teso, che fonde le dinamiche da tragedia familiare con l’estetica del gangster movie inglese. Ronan Bennett scrive con precisione, mentre Guy Ritchie imposta un tono sobrio ma visivamente riconoscibile. Il cast è impressionante, con Hardy, Mirren e Brosnan a spartirsi la scena con grande carisma. I dialoghi affilati e l’intreccio a incastro mantengono alta l’attenzione, anche quando il ritmo rallenta.
Pro
- Dialoghi taglienti, mai banali
- Cast stellare e ben distribuito tra i ruoli
- Equilibrio tra azione, pathos e tensione
Contro
- La trama impiega tempo a ingranare davvero
- Ritmo non sempre costante in alcuni episodi
- Voto CinemaSerieTV
