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Home » Film » Recensioni film » 2073, la recensione: quando il futuro è già accaduto

2073, la recensione: quando il futuro è già accaduto

2073 di Asif Kapadia unisce documentario e fantascienza per raccontare un futuro distopico che assomiglia fin troppo al nostro presente.
Agnese AlbertiniDi Agnese Albertini16 Giugno 2025Aggiornato:16 Giugno 2025
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Frame da 2073 - Fonte: NEON
Frame da 2073 - Fonte: NEON
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Il film: 2073, 2024. Diretto da: Asif Kapadia. Cast: Samantha Morton, Naomi Ackie, Hector Hewer, Maria Ressa. Genere: Documentario, thriller distopico. Durata: 83 minuti. Dove l’abbiamo visto: All’estero.

Trama: In un futuro segnato dal collasso climatico, dalla sorveglianza totale e dalla fine della democrazia, Ghost vive isolata nel Nuovo San Francisco del 2073. Mentre il mondo sprofonda sotto il dominio dei tecnocrati, la protagonista ripercorre la storia recente e le scelte che hanno condotto all’apocalisse. Un film che mescola immagini d’archivio, cronaca e finzione per mettere lo spettatore davanti a una domanda scomoda: e se il futuro distopico fosse già iniziato?

A chi è consigliato? A chi cerca un cinema politico, militante, e a chi vuole riflettere sull’impatto sociale della tecnologia e del cambiamento climatico.


Presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia e successivamente al Festival di Londra, 2073 si configura come un esperimento ibrido, un oggetto filmico non facilmente etichettabile. A metà tra il documentario militante e la distopia speculativa, il nuovo lavoro di Asif Kapadia ci proietta in un futuro devastato per mostrarci quanto del peggio che immaginiamo sia già parte integrante del nostro quotidiano. Il punto di partenza non è più la previsione, ma la constatazione: la fantascienza ormai non anticipa il futuro, lo rincorre.

Un mondo alla deriva

Frame da 2073
Frame da 2073 – Fonte: NEON

La storia – per quanto volutamente esile – è ambientata nel 2073, in una metropoli ribattezzata New San Francisco, dove Ghost (Samantha Morton), una sopravvissuta solitaria, osserva i resti di un mondo collassato. Le strade sono pattugliate da droni, la sorveglianza è onnipresente, i diritti civili un ricordo. Attraverso la sua voce fuori campo, il film torna indietro nel tempo – 37 anni prima della “Devastazione” – per cercare le radici del disastro. Qui entra in gioco l’anima da documentarista di Kapadia, che alterna scene di finzione a immagini reali tratte da archivi, social media e reportage: manifestazioni represse, leader populisti, crisi ambientali, genocidi ignorati, l’ascesa dell’intelligenza artificiale e la complicità dei giganti della Silicon Valley.

Il montaggio frenetico costruisce un mosaico disturbante e familiare, che ricorda da vicino i lavori del regista britannico The Power of Nightmares o HyperNormalisation di Adam Curtis, ma con un’urgenza visiva più emotiva che teorica. In questo universo cupo, dominato da tecnocrati e libertari, non c’è spazio per il dissenso: ogni tentativo di ribellione è soffocato, ogni individuo schedato, controllato, tracciato. Ma ciò che inquieta davvero è che buona parte di ciò che vediamo – guerre, repressione, crisi climatica – non è finzione: è il nostro presente.

Un’apocalisse già in corso

Frame da 2073 - Fonte: NEON
Frame da 2073 – Fonte: NEON

Kapadia, regista di alcuni dei documentari più celebrati degli ultimi anni (Senna, Amy, Maradona), abbandona per la prima volta il suo stile basato su montaggio d’archivio e voce off, per avventurarsi in un terreno nuovo. In 2073, la finzione serve da collante, ma paradossalmente è la parte meno efficace del film. Le sequenze narrative – per lo più legate alla storia di Ghost – risultano spesso didascaliche, appesantite da dialoghi poco incisivi e da una regia che perde mordente proprio quando cerca la fiction pura. Al contrario, le immagini reali – proteste in Francia, genocidi in Cina, repressione in India, assalti ai diritti in USA – possiedono una forza evocativa devastante.

Il film colpisce nel segno quando mostra la saturazione visiva a cui siamo sottoposti. L’ossessione per l’immagine, l’inflazione dell’indignazione, il cortocircuito tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo: 2073 denuncia il paradosso di una società che consuma orrore su orrore senza più riuscire a reagire. L’indignazione, sembra dirci Kapadia, è diventata merce, esattamente come i dati personali o le fake news. Le immagini – Gaza, Siria, Amazonia – si accavallano senza tregua, eppure nulla cambia. La guerra dei mondi non è più metafora: è cronaca.

Il peso delle immagini, l’assenza delle risposte

Frame da 2073 - Fonte: NEON
Frame da 2073 – Fonte: NEON

Uno dei temi centrali del film è il fallimento del linguaggio. L’incapacità delle parole di generare azione. L’inadeguatezza delle immagini a produrre empatia duratura. Siamo spettatori attoniti di una catastrofe annunciata. In questo senso, 2073 trova una scomoda parentela con Don’t Look Up di Adam McKay: entrambi i film raccontano un mondo in cui la verità è distorta, l’informazione manipolata, e la realtà ridotta a spettacolo. Ma se McKay puntava sull’ironia grottesca, Kapadia sceglie il pathos e la disperazione. Eppure, nonostante l’impatto emotivo, qualcosa manca.

Il film evita quasi del tutto di nominare il capitalismo, preferendo parlare di “élite”, “giganti della tecnologia” o “ultra-ricchi”. La critica rimane morale, più che sistemica. Questo lo espone a un rischio non banale: quello di cadere in una narrazione binaria e poco strutturata, un “noi contro loro” che sfiora a tratti il complottismo. Manca un’analisi profonda delle cause, un’indagine sulle strutture che rendono questo mondo possibile.

2073 merita senz’altro di essere visto e discusso, ma non è un film riuscito in senso pieno. La sua potenza deriva dalle immagini reali, dal coraggio di guardare in faccia l’orrore, non dalla costruzione narrativa, né da una proposta politica concreta. È un’opera che interroga, ma non orienta; denuncia, ma non illumina. Ci lascia con più domande che risposte, ma forse è proprio questo il suo compito. In un’epoca in cui la finzione non riesce più a superare la realtà, Asif Kapadia ci consegna un film che è soprattutto uno specchio. Sta a noi decidere se rompere il vetro o continuare a guardarci dentro.

La recensione in breve

6.0 Inquietante

2073 colpisce per la forza delle immagini reali e per il suo impianto visivo sovraccarico. Tuttavia, la parte finzionale non regge il confronto e la riflessione politica rimane spesso in superficie. Un’opera che scuote ma non guida, forte nell’indignazione ma debole nell’analisi.

Pro
  1. Montaggio potente e d’impatto
  2. Materiale d’archivio selezionato con intelligenza
  3. Riflessione viscerale sul presente e sulle sue contraddizioni
  4. Voce narrante intensa e suggestiva
Contro
  1. Sequenze di finzione poco riuscite
  2. Mancanza di una vera proposta politica o visione alternativa
  3. Eccessiva saturazione di contenuti e immagini
  4. Rischio di semplificazioni manichee
  • Voto CinemaSerieTv 6
  • Voto utenti (0 voti) 0
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