Arturo Paglia e Isabella Cucuzza, produttori del film I Cassamortari, diretto da Claudio Amendola nel 2022, hanno replicato con una nota ufficiale a mezzo stampa alle dichiarazioni della premier Giorgia Meloni che sabato 5 giugno, in un intervento pubblico, aveva citato la pellicola come esempio vizioso di un sistema che sfrutta i fondi pubblici per poi ottenere incassi risibili in sala. Nello specifico Meloni ha detto che I Cassamortari ottenuto un milione e 250mila euro di sostegno pubblico, ma ha incassato 490 euro al cinema.

Nella loro dichiarazione – citiamo da Repubblica – i due produttori sottolineano come il film, avente come protagonisti Gian Marco Tognazzi e Massimo Ghini, abbia avuto una distribuzione limitata in sala per poi ottenere guadagni più consistenti attraverso la distribuzione su piattaforme streaming
“Il film ha avuto un’uscita limitata nelle sale cinematografiche, come consentito dalla normativa pandemica e post-pandemica, ed ha, invece, avuto ingenti ricavi derivanti dalle licenze alle piattaforme e alle tv e ha ottenuto un grande successo di pubblico, in tali sedi, da portare piattaforme e televisioni a chiedere la realizzazione di un sequel dello stesso che è stato, infatti, successivamente realizzato con altrettanto successo [Ari-cassamortari, del 2024, ndr] circostanza rarissima nel settore e che riconosce e certifica, – incontrovertibilmente -, il merito commerciale del film”.
Si aggiunge inoltre come, per la realizzazione del film, non siano state investite cifre eccessive da destinare agli attori
“Il monte dei compensi agli stessi corrisposto dalla nostra società per il film è di molto inferiore al tetto dei corrispettivi che la normativa successivamente adottata dall’attuale governo consente di corrispondere non complessivamente agli autori, registi e attori ma singolarmente a ciascuno degli stessi”
Prendendo spunto dal recente caso Kaufmann, Meloni aveva denunciato le storture di un meccanismo, quello del tax credit, ora finito sotto la lente d’ingrandimento del Ministero
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“Questo sistema è costato allo Stato circa 7 miliardi di euro solo negli ultimi otto anni, e a me francamente stupisce che qualcuno, perfino in questi giorni, perfino in queste ore, continui a difendere questo sistema. Perché io penso che sia nell’interesse di tutte le persone che hanno a cuore una gestione decente dei soldi pubblici e della cultura in Italia che ci sia un sistema trasparente, che ci sia un sistema meritocratico per i contributi al cinema, per i contributi all’audiovisivo.
La riforma che il governo ha fatto prevede controlli più stringenti — io rimasi molto colpita dal fatto che ci fosse questa levata di scudi — prevede sanzioni più severe per chi viola le regole, introduce alcune novità, secondo me sensate, come il tetto massimo per il compenso a registi, a sceneggiatori e ad attori impiegati in film che vengono finanziati con i soldi dello Stato. Perché — lei sa — il tetto, quando si usano i soldi pubblici, è una misura abbastanza comune.
Nel frattempo, però, il Ministero lavora anche a ulteriori correttivi, perché il nostro interesse è quello di aiutare le società serie ad avere il supporto che meritano e ad averlo in tempi giusti, e fare sì che chi merita possa lavorare con tranquillità, mentre i soldi che prima finivano ai soliti noti — col portafoglio gonfio, le sale piene e le sale vuote — vengano destinati a impiego migliore.
