In un momento in cui l’intelligenza artificiale è al centro del dibattito sull’industria creativa, Midjourney rompe il silenzio e risponde con fermezza alla causa intentata mesi fa nei suoi confronti da Disney e Universal.
I due colossi hollywoodiani avevano infatti accusato la piattaforma AI di “massiccia, intenzionale e continua violazione del copyright”, puntando il dito contro quegli utenti che generano immagini pressoché identiche ai loro celebri personaggi. Ma Midjourney, nella sua prima replica ufficiale, non solo respinge le accuse: contrattacca, sollevando dubbi sull’etica e la coerenza delle stesse major.
Nella documentazione depositata mercoledì 6 agosto e riportata da Variety, Midjourney afferma che l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale ricade sotto il principio del fair use, ovvero un uso equo delle opere protette. I legali della startup, rappresentati da Cooley LLP, sostengono che la legge sul copyright non conferisca un controllo totale sull’utilizzo delle opere, soprattutto quando in gioco ci sono interessi pubblici come la libera circolazione delle idee e dell’informazione. “Il monopolio limitato concesso dal copyright – scrivono – deve lasciare spazio all’equo utilizzo”.
Ma la difesa va oltre: Midjourney accusa infatti Disney e Universal di adottare una posizione ipocrita, in quanto esse stesse – secondo la piattaforma – utilizzerebbero strumenti di AI per fini produttivi, inclusa Midjourney stessa. Il documento cita “decine di abbonati” al servizio con indirizzi email associati a Disney e Universal, e ricorda come Bob Iger, CEO Disney, abbia elogiato la tecnologia AI come “strumento inestimabile per gli artisti” durante un incontro degli azionisti a marzo.

Un passaggio particolarmente significativo del testo legale ribalta inoltre la prospettiva:
“I querelanti non possono voler trarre profitto — attraverso il loro uso di Midjourney e altri strumenti di AI generativa — da pratiche industriali standard, e allo stesso tempo accusare Midjourney di illeciti per le stesse ragioni.”
Il cuore della causa, tuttavia, si concentra sulle immagini generate dagli utenti. Secondo Disney e Universal, esse sarebbero “sostanzialmente simili” ai personaggi protetti, configurando così una violazione diretta del copyright. Midjourney replica che gli utenti sono vincolati ai termini di servizio, che vietano esplicitamente la violazione della proprietà intellettuale. Tuttavia, la semplice somiglianza non sarebbe sufficiente per stabilire l’infrazione.
Con questa risposta articolata e provocatoria, Midjourney apre un fronte legale e culturale: chi può davvero decidere cosa l’AI può imparare o riprodurre? E fino a che punto il copyright può fermare la creatività, anche quella artificiale?
