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Home » Film » Recensioni film » Warfare, la recensione: Alex Garland e Ray Mendoza riscrivono le regole del war movie

Warfare, la recensione: Alex Garland e Ray Mendoza riscrivono le regole del war movie

Il nuovo film di Alex Garland e Ray Mendoza porta il realismo della guerra in primo piano con una narrazione tesa e immersiva, ispirata a una storia vera.
Agnese AlbertiniDi Agnese Albertini21 Agosto 2025Aggiornato:27 Agosto 2025
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Una scena di Warfare - Fonte: A24
Una scena di Warfare - Fonte: A24
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Il film: Warfare (2025). Regia: Alex Garland, Ray Mendoza. Cast: D’Pharaoh Woon‑A‑Tai, Will Poulter, Cosmo Jarvis, Kit Connor, Finn Bennett, Joseph Quinn, Charles Melton. Genere: Guerra, Drammatico. Durata: 95 minuti. Dove l’abbiamo visto: All’estero.

Trama: Basato sulle esperienze reali di Ray Mendoza come Navy SEAL in Iraq nel 2006, il film segue in tempo reale un’unità di Navy SEAL che occupa una casa in una zona control­lata dagli insorti, senza sapere di trovarsi circondata da forze di al‑Qaida. Una missione che si trasforma rapidamente in un incubo di sopravvivenza.

A chi è consigliato? A chi cerca una rappresentazione intensa, priva di retorica, della guerra moderna; agli amanti del cinema più autentico e immersivo, di cui sono esempi The Hurt Locker o Salvate il Soldato Ryan, ma anche a chi apprezza l’approccio viscerale e realistico del cinema d’autore.


Quando due sguardi diversi ma complementari si incontrano, il cinema può diventare qualcosa di più della somma delle sue parti. Warfare, diretto da Alex Garland e Ray Mendoza, è il frutto di un dialogo tra due esperienze opposte: da un lato, l’autore britannico noto per il suo cinema filosofico e cerebrale (Ex Machina, Men), dall’altro un ex Navy SEAL che ha vissuto la guerra in prima linea.

Ambientato in Iraq nel 2006 ma girato come se fosse fuori dal tempo, Warfare si distingue per la sua radicalità formale e narrativa. Non cerca di spiegare, giustificare o emozionare; non ci sono eroi, non ci sono retoriche patriottiche, non c’è nemmeno una trama in senso classico. Al suo posto, troviamo un’esperienza immersiva e spietata, che ricostruisce, quasi in tempo reale, una missione fallita e il conseguente assedio di un’unità militare americana in un contesto ostile e incomprensibile.

Un assedio senza coordinate

Una scena di Warfare
Una scena di Warfare – Fonte: A24

Warfare prende spunto da un evento reale: un’operazione delle forze speciali statunitensi nella città di Ramadi, durante uno dei momenti più instabili della guerra in Iraq. I soldati, incaricati di occupare una casa civile per farne un punto di controllo, si trovano intrappolati in un’imboscata. Da questo spunto minimo si sviluppa un racconto che elimina ogni dettaglio superfluo: non c’è backstory, non c’è contesto geopolitico, non c’è una struttura narrativa tradizionale.

Il film si apre con una scena inaspettata e volutamente straniante: un gruppo di soldati osserva divertito un videoclip pop anni 2000, unico momento di leggerezza e umanità prima del caos. Poi, nel cuore della notte, inizia la missione. La casa viene occupata, la famiglia che vi abita viene costretta ad abbandonare le stanze, e tutto sembra procedere secondo i piani. Ma qualcosa comincia a incrinarsi: le comunicazioni si fanno più confuse, le strade si svuotano, le voci esterne si moltiplicano. Quando arriva il primo attacco, la situazione precipita.

Un racconto immersivo e senza orpelli

Una scena di Warfare - Fonte: A24
Una scena di Warfare – Fonte: A24

La regia di Garland e Mendoza rifiuta qualsiasi concessione allo spettacolo. Non c’è colonna sonora, non ci sono momenti di tregua. Il lavoro del direttore della fotografia David J. Thompson privilegia una camera a mano ravvicinata, che segue i soldati negli spazi angusti dell’abitazione occupata. Il montaggio di Fin Oates è serrato, ma mai confusionario: tutto è costruito per far sentire lo spettatore dentro l’assedio, senza filtri né mediazioni.

Particolarmente efficace è il lavoro sul sonoro. L’audio diventa uno strumento narrativo: esplosioni ovattate, ronzii acuti, silenzi improvvisi restituiscono lo shock fisico e psichico dei protagonisti. In più di un’occasione, il film simula la perdita dell’udito o la disconnessione dal campo acustico per immergere il pubblico nel trauma sensoriale dei soldati. Quando il suono si “riattiva”, è solo per travolgere con un fragore caotico e assordante.

Un gruppo senza volti

Una scena di Warfare - Fonte: A24
Una scena di Warfare – Fonte: A24

Il cast di Warfare è composto da numerosi attori riconoscibili – tra cui Will Poulter, Cosmo Jarvis, Joseph Quinn, Kit Connor, Charles Melton e D’Pharaoh Woon-A-Tai – ma nessuno di loro ha un vero spazio individuale. Non conosciamo i loro nomi, non c’è una scena che delinei le loro motivazioni, non esiste un personaggio-guida. Sono figure interscambiabili, ingranaggi di una macchina bellica che non lascia spazio all’individualità.

È una scelta coerente con l’impostazione del film: Warfare non racconta storie, ma situazioni. Non mostra l’interiorità dei personaggi, ma le loro reazioni. Non cerca di costruire empatia, ma tensione. I soldati sono definiti dalle loro funzioni operative: il comandante, il comunicatore, il medico, il tiratore. Eppure, proprio in questa astrazione si rivela una forma di umanità elementare, legata non ai sentimenti ma agli atti – proteggere, curare, resistere.

Una ricezione già divisa

Una scena di Warfare - Fonte: A24
Una scena di Warfare – Fonte: A24

L’attacco nemico è onnipresente ma invisibile. Gli assedianti non vengono mai mostrati chiaramente, né identificati. Le loro motivazioni restano sconosciute. La guerra, in Warfare, è un evento cieco, un gesto senza origine né fine. Non ci sono scene che spieghino cosa sta accadendo fuori dall’edificio, né perché l’operazione sia fallita. Non viene detto se la casa abbia un’importanza strategica, o se sia tutto un errore.

Alcuni critici hanno contestato questa scelta, accusando il film di ambiguità ideologica. In assenza di un contesto chiaro, il rischio è che lo spettatore si identifichi in automatico con i soldati, assorbendone la visione unilaterale.  Eppure, è proprio questa radicalità a rendere Warfare un esperimento interessante all’interno del cinema bellico contemporaneo. A differenza di film come Black Hawk Down o The Hurt Locker, qui non ci sono momenti di riflessione o pause emotive. Garland e Mendoza scelgono la sottrazione come metodo: niente drammi familiari, niente commenti geopolitici, niente costruzione del nemico. Solo la cronaca di un fallimento, vissuto in tempo reale.

La recensione in breve

7.0 Immersivo

Con Warfare, Alex Garland e Ray Mendoza portano sullo schermo una rappresentazione spietata e iperrealistica del conflitto moderno. Il film si distingue per il suo stile crudo, l’assenza di spettacolarizzazione e l’approccio immersivo che mette lo spettatore di fronte alla brutalità della guerra senza filtri. Un esperimento potente, che colpisce più per il suo rigore formale che per la narrazione in sé.

Pro
  1. Realismo estremo: la rappresentazione della guerra è asciutta, rigorosa, lontana da ogni glorificazione hollywoodiana.
  2. Approccio immersivo: l’uso della camera e l’assenza di colonna sonora contribuiscono a far sentire lo spettatore dentro il conflitto.
  3. Sguardo autentico: l’esperienza di Ray Mendoza conferisce una credibilità rara alle dinamiche militari rappresentate.
  4. Scelte registiche coraggiose: Alex Garland abbandona ogni forma di drammatizzazione a favore di una messa in scena quasi documentaristica.
Contro
  1. Narrare passa in secondo piano: la trama è ridotta all’osso e i personaggi restano funzionali all’esperienza visiva, mai realmente approfonditi.
  2. Ritmo poco accessibile: l’assenza di tensione drammatica tradizionale può risultare ostica per chi si aspetta una narrazione più coinvolgente.
  3. Freddo e distaccato: lo stile rigoroso può allontanare emotivamente lo spettatore, lasciando poco spazio all’empatia.
  • Voto CinemaSerieTv 7
  • Voto utenti (0 voti) 0
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