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Home » Film » Recensioni film » Il colibrì, recensione: planare con delicatezza sul dolore

Il colibrì, recensione: planare con delicatezza sul dolore

La recensione de Il colibrì, adattamento dell'omonimo romanzo Premio Strega di Sandro Veronesi con protagonista Pierfrancesco Favino.
Sofia BiaginiDi Sofia Biagini15 Ottobre 2022Aggiornato:16 Ottobre 2022
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Pierfrancesco Favino, Kasia Smutniak in una scena de Il colibrì
Pierfrancesco Favino, Kasia Smutniak in una scena de Il colibrì
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Il film: Il colibrì, 2022. Regia di: Francesca Archibugi. Cast: Pierfrancesco Favino, Kasia Smutniak, Bérénice Bejo, Laura Morante, Sergio Albelli, Alessandro Tedeschi, Benedetta Porcaroli, Massimo Ceccherini, Fotinì Peluso, Francesco Centorame, Pietro Ragusa, Valeria Cavalli, Nanni Moretti, Francesca De Martini. Genere: Drammatico. durata: 88 minuti. Dove l’abbiamo visto: al cinema.

Trama: La vita di un uomo, ripercorsa senza continuità cronologica dai primi anni ’70 ai giorni nostri, tra amore, perdite e significato dell’esistenza.


La regista romana Francesca Archibugi si cimenta, con successo, nella non facile impresa di portare sul grande schermo tutta la complessità e le emozioni del romanzo Premio Strega 2020 scritto da Sandro Veronesi e intitolato Il colibrì. Lo fa affidandosi a un cast d’eccezione composto, tra gli altri, da Laura Morante, Kasia Smutniak e Nanni Moretti e capitanato da un superbo Pierfrancesco Favino che qui veste i panni del protagonista. Il film, presentato in apertura alla 17esima edizione della Festa del Cinema di Roma e distribuito nelle sale da 01 Distribution, scandaglia, saltando da un’epoca all’altra, la vita di Marco Carrera, ragazzo prima e uomo poi che vive la propria esistenza rimanendo sempre uguale a se stesso, mentre affronta le perdite, le gioie e le delusioni amorose che la vita gli pone davanti.

Una narrazione non cronologica che indaga l’animo umano in tutte le sue sfaccettature, trasportando, come vedremo nella nostra recensione de Il colibrì, lo spettatore in una giostra di emozioni dalla quale è difficile scendere.

La trama de Il colibrì: un racconto lungo una vita

Pierfrancesco Favino è il protagonista de Il colibrì
Il film diretto da Francesca Archibugi porta sullo schermo la storia del medico fiorentino Marco Carrera (Pierfrancesco Favino), senza presentare gli eventi in ordine cronologico ma saltando da un’epoca all’altra e seguendo, come lo ha definito la stessa regista “un unico flusso di avvenimenti su piani sfalsati”: Vediamo, così, il Marco 14enne durante i primi anni ‘70 nella casa di Firenze con i suoi genitori (Sergio Albelli e Laura Morante), e, solo qualche anno più tardi, innamorato per la prima volta di Luisa (Bérénice Bejo), amore giovanile mai consumato che si porterà avanti per tutta la vita. C’è poi il Marco dell’età adulta, residente a Roma e sposato con Marina (Kasia Smutniak), donna problematica con la quale ha avuto una figlia, Adele (interpretata, da grande, da Benedetta Porcaroli), e un Marco più anziano, alle prese con una splendida quanto impegnativa nipotina. Una vita apparentemente come tante ma che sottoporrà il nostro protagonista a delle prove durissime, alle quali l’uomo cercherà di non soccombere mantenendosi sempre saldo e fedele a se stesso. In questo gli verrà in aiuto Daniele Carradori (Nanni Moretti), psicoanalista della moglie Marina che aiuterà Marco a trovare il senso della propria vita.

Avanti e indietro nel tempo

Kasia Smutniak ne Il colibrì

Come abbiamo già detto, la narrazione de Il colibrì non segue un ordine cronologico ma porta lo spettatore in un continuo avanti e indietro nella vita di Marco, mescolando e fondendo i piani temporali. Una scelta fatta per rispettare quella che è la struttura del romanzo, di cui il film è una trasposizione piuttosto fedele. Il risultato, però, è un ritmo alquanto sostenuto al quale non ci si abitua con facilità e che, a volte, non permette di processare appieno gli eventi e le emozioni proiettati sullo schermo. D’altra parte, il minutaggio del film (poco più di due ore) sembra essere troppo esiguo per una così ampia complessità di tematiche, avvenimenti e personaggi e forse determinati aspetti avrebbero meritato un po’ più di approfondimento. Nonostante questo disequilibrio, però, una volta riusciti ad interiorizzare questa particolare dinamica, si viene trasportati su di una giostra di emozioni dalla quale, arrivati alla fine della pellicola, non si vorrebbe più scendere.

Il colibrì come metafora di resilienza

Una scena del film Il colibrì

L’immagine del colibrì a cui si ispira il titolo del film rappresenta una metafora il cui senso cambia nel corso del tempo. Il primo (in termini cronologici) – e se vogliamo il più “banale” – significato del termine si rifà alle caratteristiche fisiche del suo protagonista. Vediamo infatti come Marco Carrera, fino ai 14 anni, fosse molto più minuto dei suoi coetanei e come i genitori gli avessero attribuito il soprannome di colibrì proprio per la sua struttura estremamente esile. Negli anni, quell’appellativo inizia ad andargli stretto per quanto riguarda la sua fisicità, ma continua a calzargli a pennello in relazione alla sua attitudine nei confronti della vita. Marco, infatti, è un uomo dall’animo delicato che, per tutta la sua esistenza, non fa altro che cercare di rimanere fedele a se stesso, nella medesima posizione, anche quando la vita lo travolge improvvisamente con i suoi tiri mancini. Così come il colibrì sbatte le ali sessanta volte al secondo eppure rimane fermo, il protagonista sembra mettere tutta la propria energia per restare esattamente nel punto in cui si trova. In realtà, però, andando avanti nella narrazione sempre di più apparirà chiaro come, questo apparente immobilismo di Marco, non sia altro che coraggio.

La centralità dell’universo femminile

Pierfrancesco Favino e Benedetta Porcaroli ne Il colibrì

L’universo femminile è un tema centrale nel film diretto da Francesca Archibugi, attorno al quale ruota l’intera vita del suo protagonista. Marco è un uomo che vive un’esistenza circondato da donne, donne che, per quanto diverse tra loro, possiedono tutte una caratteristica comune: sono dei personaggi oltremodo tragici. Abbiamo la madre, bastian contrario per eccellenza e sempre in lite col padre; abbiamo da un lato una moglie fuori controllo e infelice di una vita solo apparentemente perfetta e, dall’altro, Luisa, amore giovanile tanto centrale nella vita di Marco quanto sempre ambiguo e platonico. E poi ci sono la sorella maggiore Irene (Fotinì Peluso) e la figlia Adele, entrambe tenute in scacco da qualcosa che gli altri non possono vedere. Un pianeta tutto al femminile attorno al quale il nostro protagonista gravita, costretto da una forza attrattiva alla quale non può – o non vuole – opporsi.

Il cast: uno strepitoso Pierfrancesco Favino

Nanni Moretti nel film Il colibrì

Pierfrancesco Favino riesce nell’impresa di cogliere appieno l’essenza di un personaggio come quello di Marco Carrara, solo all’apparenza semplice e bonario ma, in realtà, estremamente coraggioso nel suo non lasciarsi mai abbattere di fronte alle durissime prove cui la vita lo sottopone. Altrettanto straordinaria è l’interpretazione di Nanni Moretti che, nel rivestire un ruolo secondario, lo fa con un’incredibile dedizione, dando vita a un irriverente psicoanalista che tiene alto il morale del film e del suo protagonista. Buone anche le prove attoriali del resto del cast sebbene, come abbiamo già affermato in precedenza, i continui salti temporali e lo scarso tempo a disposizione non permettono di cogliere tutta la bellezza e la complessità dei personaggi che interpretano.

La recensione in breve

8.0 emozionante

Adattamento fedele dell'omonimo romanzo di Sandro Veronesi, Il colibrì è un film caratterizzato da una narrazione non cronologica degli eventi, che scandaglia la vita del suo protagonista trasportando lo spettatore in una giostra di emozioni dalla quale è impossibile scendere. Splendida la prova attoriale di Pierfrancesco Favino che regala grande umanità e complessità al suo personaggio.

  • Voto CinemaSerieTV 8.0
  • Voto utenti (9 voti) 3.5
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