Il nuovo film diretto da Riccardo Milani, La vita va così, è realmente ispirato a una storia vera: quella di Ovidio Marras, un pastore sardo che per anni si oppose alla costruzione di un gigantesco resort di lusso sulla spiaggia di Tuerredda, nel sud della Sardegna. La sua vicenda, diventata simbolo di resistenza contro la speculazione edilizia, ha ispirato la sceneggiatura del film, dove i nomi sono stati cambiati: Marras diventa Efisio Mulas, interpretato da Giuseppe Ignazio Loi, un vero pastore ottantaquattrenne scelto per incarnare con autenticità la figura dell’uomo che difese la sua terra.

Come riporta La Stampa, tutto ebbe inizio nei primi anni Duemila, quando un gruppo di potenti imprenditori riuniti nella Sitas (Società iniziative agricole sarde) – tra cui i Benetton, il gruppo Toti-Lamaro, Toffano, Sansedoni Spa (braccio immobiliare della Fondazione e della Banca Mps, con Francesco Gaetano Caltagirone vicepresidente) e la Mita Resort di Emma Marcegaglia e Andrea Donà delle Rose – progettò di edificare un resort da oltre 150 mila metri cubi a Capo Malfatano. L’obiettivo era creare una “nuova Costa Smeralda” nel sud dell’isola, un complesso con alberghi, ville, golf club e piscine, per un investimento da centinaia di milioni di euro.
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Ma nel cuore di quel progetto c’era un piccolo ostacolo: il terreno di Ovidio Marras, pastore che viveva nel suo furriadroxiu – una casa-ovile – con pecore e mucche, lungo il sentiero che portava alla spiaggia. Quel sentiero, su cui sarebbe dovuta sorgere la hall del resort, era anche la via di pascolo del gregge. Quando gli imprenditori provarono a convincerlo, anche con cifre molto alte, la risposta fu sempre la stessa:
“Io non vendo. Questa è la terra di mio padre e del padre di mio padre, e me la tengo. Voi qui intorno non avete diritto a costruire”
Da quel rifiuto nacque una battaglia giudiziaria durata anni, sostenuta dalla storica associazione ambientalista Italia Nostra, che si schierò al fianco del pastore. Le autorizzazioni del Comune di Teulada furono messe in discussione: mancava la valutazione di impatto ambientale, e il progetto violava le norme paesaggistiche.
Nel 2010 Marras vinse la prima causa, nel 2012 il TAR annullò i permessi edilizi e il Consiglio di Stato confermò la decisione. La sentenza definitiva arrivò in Cassazione, che decretò la fine del progetto Capo Malfatano.
Dietro la spiaggia di Tuerredda restano ancora oggi i ruderi del resort incompiuto, testimonianza di una colata di cemento mai diventata realtà. La Sitas fu dichiarata fallita nel 2018 e molte delle società coinvolte subirono gravi ripercussioni economiche.
Come racconta Repubblica, Ovidio Marras era un uomo schivo, legato alla sua terra e alle tradizioni. Parlava solo il sardo e comunicava con difficoltà con chi veniva dal Continente. La sua casa a Capo Malfatano, spartana ma dignitosa, rappresentava un pezzo di Sardegna antica, lontana anni luce dai progetti turistici. Quando scoprì che il suo sentiero era stato deviato senza consenso, decise di ricorrere alla giustizia.
“Qui mi avevano preso per scemo, ma io non mi sono arreso. Volevano circondarmi di case, forse speravano che me ne andassi. Ma adesso saranno costretti a buttar giù tutto. Questo posto è di tutti e io lo dovevo difendere”
A Repubblica, il pastore – con la mediazione di sua nipote Consolata – aveva raccontato le origini della sua proprietà: la sua era stata una famiglia di coloni: una parente era arrivata in Sardegna agli inizi del Novecento e, nel tempo, si erano uniti altri familiari. Negli anni Sessanta, con l’arrivo del turismo e il valore crescente dei terreni, molti parenti iniziarono a venderli ai forestieri. Sua zia cedette un terreno dove ora sorge un hotel senza grandi contrasti familiari. Il padre di Ovidio avrebbe preferito uno scambio di terre invece del denaro, ma l’accordo non si concretizzò. Lui, invece, non ha mai venduto: è rimasto solo con il fratello, paralizzato dalla poliomielite.
Il Sole 24 Ore ricorda come Ovidio continuò a vivere per anni nella sua abitazione, prima di lasciarsi convincere dai figli a trasferirsi in paese per motivi di salute. Più che un militante ambientalista, spiega il giornale, era un uomo caparbio, convinto che la terra non potesse essere comprata.
Marras è morto nel gennaio 2024, a 93 anni. Oltre al film La vita va così, sulla sua storia è stato realizzato un murale a Orgosolo, simbolo di resistenza e orgoglio sardo.
