La docuserie Io sono notizia, dedicata a Fabrizio Corona e prodotta da Bloom Media House, è finita al centro di un acceso dibattito pubblico e politico dopo la diffusione di titoli stampa che parlano di “quasi 800 mila euro di fondi pubblici” destinati al progetto. Una cifra che ha fatto rapidamente il giro dei quotidiani e dei social, sollevando interrogativi sulla legittimità del sostegno statale a un’opera incentrata su una figura così controversa. Ma cosa c’è di vero? E soprattutto: si tratta davvero di soldi pubblici versati direttamente dallo Stato?
La questione nasce appunto da una serie di articoli, a partire da quello de La Verità, che ha parlato di “contributi pubblici” per il documentario, seguito da un pezzo di Repubblica, che ha quantificato l’importo in 793.629 euro. Nel dettaglio, la cifra fa riferimento al tax credit di produzione riconosciuto dal Ministero della Cultura alla Bloom Media House su una spesa complessiva di circa 2,5 milioni di euro. Tecnicamente, però, non si tratta di un finanziamento diretto: il tax credit è piuttosto un’agevolazione fiscale, cioè un credito d’imposta che consente all’impresa di compensare parte delle imposte dovute con un beneficio calcolato sulle spese sostenute per la produzione.
Come spiega mirabilmente MOWMAG, In altre parole, lo Stato non ha “dato” 800 mila euro, ma ha rinunciato a incassarne una parte sotto forma di tasse. Un meccanismo previsto dalla normativa vigente sul sostegno al settore audiovisivo, accessibile a tutte le imprese che rispettano determinati requisiti oggettivi: sede nello Spazio Economico Europeo, tassazione in Italia, adeguato capitale sociale, e il superamento della cosiddetta eleggibilità culturale.

Quest’ultima non entra nel merito del valore artistico o morale dell’opera, ma si basa su un sistema di punteggi legati a criteri formali: tipologia di contenuto, ambientazione, lingua utilizzata, impiego di maestranze italiane, natura del soggetto. Nel caso dei documentari, rientra tra i criteri anche il fatto che il racconto sia incentrato su una “personalità sociale o culturale”, definizione ampia che non esclude figure controverse.
Il punto centrale, dunque, non è se Bloom Media House avesse diritto a richiedere il tax credit: lo aveva, e il riconoscimento del 30% delle spese è avvenuto secondo una procedura automatica prevista dalla legge. La vera domanda, sollevata da più parti, riguarda piuttosto il funzionamento stesso del sistema: è opportuno che un beneficio fiscale così rilevante venga concesso in modo automatico, senza una valutazione qualitativa più stringente sul contenuto culturale delle opere sostenute?

Io sono notizia non rappresenta un’eccezione, ma un caso emblematico che riaccende il dibattito sul tax credit audiovisivo: uno strumento pensato per sostenere l’industria e l’occupazione, ma che, proprio per la sua natura automatica, può finire per finanziare – indirettamente – prodotti destinati a dividere l’opinione pubblica. La questione, quindi, non è tanto se la serie abbia ricevuto “soldi pubblici”, quanto se il modello attuale di sostegno fiscale sia adeguato a distinguere tra mera eleggibilità formale e reale valore culturale. Una riflessione che va ben oltre il caso Corona.
Nella giornata di ieri Corona ha spiegato, in Rai, perché ha lanciato la sua inchiesta contro Signorini.
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