In una recente intervista al Corriere della Sera, Dori Ghezzi ha rievocato il periodo in cui fu sequestrata insieme al suo compagno, Fabrizio De André. I due artisti furono rapiti nell’agosto del 1979 e tenuti prigionieri per quattro mesi. I sequestratori si appostarono nei pressi di una delle tenute che la coppia possedeva in Sardegna e entrarono in azione non appena i due rimasero soli. Fortunatamente, la figlia era andata a stare dai nonni.
“Il momento più duro è stato all’inizio, poi con i sequestratori si creò un dialogo” ricorda oggi Dori, a 47 anni di distanza. “I due che ci tenevano prigionieri, latitanti, in fondo lo erano anche loro, non avevano scelta. Ma eravamo sicuri che non ci avrebbero ucciso”.
La cantante ha poi condiviso alcuni ricordi di quel periodo:
“Portavamo due cappucci con una feritoia per la bocca. Ogni tanto ce li toglievano e se li mettevano loro. Si procurarono una bombola e un fornello per permetterci di cucinare, un rischio. Mangiavamo insieme. Mi accompagnavano quando mi appartavo per le mie necessità, però mi hanno sempre rispettata, mi chiamavano signora. Avevo le unghie lunghissime, me le tagliarono con la pattadese, il tradizionale coltello a serramanico sardo: vennero perfette”.
La coppia trascorse il periodo del sequestro in diversi nascondigli, spesso in condizioni difficili, dormendo in rifugi e tende sui monti di Pattada, dove le temperature autunnali possono essere rigide. Seguirono richieste di riscatto che partirono da due miliardi di lire, per poi scendere a più di 500 milioni. Diversi personaggi intervennero come mediatori. Alla fine, il 20 dicembre 1979, Dori Ghezzi fu rilasciata, mentre De André tornò in libertà il giorno successivo.
Negli anni Ottanta furono condannate sette persone per aver fatto parte della banda, oltre ad altri imputati che ebbero ruoli collaterali nel sequestro. Successivamente, De André e Ghezzi firmarono una richiesta di grazia per uno dei sequestratori.
Da quell’esperienza, spiega Ghezzi al Corriere della Sera, nacque uno dei brani più noti di Fabrizio De André, Hotel Supramonte: “È l’unica canzone che parla davvero di noi. La ‘donna in fiamme’ sono io”.
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