Michael J. Fox ha raccontato un curioso retroscena legato ai primi anni dopo aver reso pubblica la sua diagnosi di Parkinson. L’attore di Ritorno al Futuro ha rivelato di essersi iscritto in forma anonima alle chat dedicate ai pazienti per capire cosa pensassero di lui e della decisione di parlare apertamente della malattia.
L’aneddoto è emerso in una recente intervista a The Hollywood Reporter, nella quale Fox ha spiegato che, dopo aver annunciato la diagnosi nel 1998, sentì il bisogno di confrontarsi direttamente con altre persone affette dal Parkinson, ma senza rivelare la propria identità: “Entravo anonimamente nelle chat dedicate al Parkinson per capire quale fosse la reazione“, ha raccontato.
All’inizio, vedere tanti messaggi di apprezzamento lo lasciò persino spiazzato. Con la sua consueta ironia, ha ammesso di aver pensato: “Ma come? Io ho il Parkinson e voi state festeggiando?” Solo in seguito ha compreso il vero significato di quelle reazioni. “All’epoca nessuno avrebbe mai ammesso pubblicamente di avere il Parkinson“, ha spiegato. La sua scelta di raccontare la malattia, quindi, aveva dato un volto noto a una condizione di cui si parlava pochissimo, offrendo coraggio e speranza a molte persone.

Come ricorda Entertainment Weekly, Michael J. Fox fu diagnosticato il Parkinson nel 1991, quando aveva appena 29 anni, ma decise di mantenere la notizia privata per diversi anni. Solo nel 1998 rese pubblica la diagnosi e, due anni più tardi, fondò la Michael J. Fox Foundation, oggi considerata la principale organizzazione al mondo impegnata nel finanziamento della ricerca contro la malattia.
“Molto tempo fa, quando ho deciso di rendere pubblica la mia diagnosi di Parkinson – e ci sono arrivato dopo un lungo periodo di riflessione – mi sono detto: devo capire come questa cosa si inserisce nella mia vita e come posso farne qualcosa di utile. Ed è esattamente quello che ho fatto. Di conseguenza, quando le persone mi vedono o parlano con me, si crea un legame che altrimenti non ci sarebbe stato. C’è una comprensione reciproca”
Negli anni l’attore è diventato uno dei simboli della lotta al Parkinson, trasformando la propria esperienza personale in un impegno costante per la ricerca e la sensibilizzazione. Anche per questo, quelle conversazioni anonime gli permisero di capire quanto la sua testimonianza avesse contribuito a rompere un tabù che, fino ad allora, aveva spinto molte persone a vivere la malattia nel silenzio.
