Il caso di Luca Esposito, il cui vero nome era in realtà Luigi Esposito, continua a far discutere non solo per la brutalità dell’omicidio, ma anche per gli interrogativi che ruotano attorno alla vita privata del giornalista sportivo, noto anche per le sue frequenti e apprezzate apparizioni televisive. Sulla vicenda è intervenuta la criminologa Roberta Bruzzone, che su Facebook ha condiviso una lunga riflessione articolata su tre temi chiave: la valutazione del rischio negli approcci relazionali, il cosiddetto “panico omofobico” e i pericoli degli incontri organizzati attraverso le piattaforme online. Un intervento che arriva mentre le indagini cercano ancora di chiarire ogni aspetto dell’omicidio per cui è stato fermato il 26enne tunisino irregolare Ridha Rahmouni.

La vicenda ha attirato enorme attenzione mediatica perché racchiude diversi elementi destinati ad alimentare il dibattito pubblico: la ferocia del delitto, la nazionalità del reo confesso e la scoperta della doppia vita della vittima.
Esposito è stato ucciso il 19 luglio 2026 in un terreno agricolo nei pressi di Eboli, dove aveva raggiunto Ridha Rahmouni dopo un incontro concordato. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, tra i due sarebbe scoppiata una lite: il giovane tunisino lo avrebbe colpito ripetutamente per poi incendiarne il corpo quando il giornalista era ancora in vita.
Una volta rintracciato dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Salerno, Rahmouni ha confessato durante l’interrogatorio davanti al pubblico ministero ed è stato trasferito nel carcere di Salerno in attesa della convalida del fermo.
Parallelamente, gli investigatori hanno scoperto che Esposito conduceva una doppia vita fatta di identità costruite e racconti contrastanti. Aveva dichiarato di essere sposato con una farmacista di Caserta, circostanza risultata falsa, portava una fede nuziale dei suoi genitori e sosteneva che alla sua professione di giornalista affiancava un ruolo dirigenziale all’Arpac, affermazione successivamente smentita dall’agenzia stessa. Un intreccio di bugie che ha reso ancora più complesso ricostruire gli ultimi giorni della vittima.
Partendo proprio da questi elementi, Roberta Bruzzone osserva che il caso ricorda “una verità tanto scomoda quanto importante”: il pericolo non sempre si presenta con il volto che immaginiamo.
Secondo la criminologa, le informazioni emerse nelle ultime ore sembrano delineare il profilo di un uomo che conduceva “una vita costellata di racconti costruiti, identità parziali e relazioni difficili da decifrare”, una realtà che avrebbe complicato perfino il lavoro degli investigatori.
La riflessione, però, si concentra soprattutto sul rapporto di fiducia che sembrerebbe essere esistito tra vittima e presunto aggressore.
“Quando entriamo in relazione con persone di cui conosciamo poco o nulla, soprattutto se vivono condizioni di forte marginalità, instabilità o grave disagio, il rischio non è tanto ciò che sappiamo di loro. È tutto quello che non sappiamo.”
Bruzzone precisa che non si tratta di associare automaticamente marginalità e violenza.
“Non significa affermare che chi vive ai margini sia automaticamente violento. Sarebbe una generalizzazione priva di fondamento.”
Secondo la criminologa, in alcuni contesti possono convivere disagio psichico, abuso di sostanze, impulsività e incapacità di gestire la frustrazione, fattori che possono rendere imprevedibile una reazione.
La conclusione è un invito alla prevenzione attraverso la valutazione del rischio.
“La domanda giusta è: ‘Ho davvero elementi sufficienti per prevedere come potrebbe reagire se qualcosa andasse storto?’. La cronaca continua a ricordarci che la fiducia non può mai sostituire la valutazione del rischio.”
La seconda riflessione affronta uno dei temi più delicati emersi nelle ultime ore: la possibile componente relazionale dell’incontro tra vittima e presunto assassino.
Bruzzone invita innanzitutto alla prudenza, ricordando che l’orientamento sessuale, reale o presunto, non può diventare una spiegazione dell’omicidio né il pretesto per mettere sotto processo la vita privata della vittima.
Da qui il riferimento al fenomeno conosciuto come panico gay, definito più correttamente “panico omofobico”.
Secondo la criminologa, si tratta di una narrazione che presenta un’aggressione o perfino un omicidio come una reazione improvvisa e incontrollabile davanti a un presunto approccio omosessuale.
Per Bruzzone è una ricostruzione pericolosa perché “sposta la responsabilità dall’aggressore alla vittima”, facendo apparire la violenza come una risposta in qualche modo comprensibile.
“Un approccio indesiderato si rifiuta. Una situazione ambigua si interrompe. Da un incontro ci si allontana. Non si massacra una persona.” E conclude: “L’omosessualità, vera o presunta, non può diventare una spiegazione attenuante della violenza.”
Infine, Bruzzone richiama l’attenzione sui rischi degli incontri attraverso piattaforme di dating con persone sconosciute.
La criminologa sottolinea che conoscere poco o nulla dell’identità, della storia personale o delle condizioni psicologiche dell’altra persona rappresenta un elemento di rischio, soprattutto quando l’appuntamento avviene in luoghi isolati e senza che nessuno sia informato.
Anche in questo caso, precisa, non si tratta di criminalizzare chi utilizza le app di incontri o chi vive in condizioni di marginalità, bensì di promuovere una maggiore consapevolezza. “La prudenza non è pregiudizio. La valutazione del rischio non è discriminazione.”
