Un reparto di neuropsichiatria adolescenziale, ragazzi che arrivano portandosi dietro storie molto diverse e un gruppo di medici, infermieri ed educatori che ogni giorno prova a trovare il modo giusto per aiutarli. 15/18 (A Place to Heal), presentato in concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia, parte da un ambiente che il cinema potrebbe facilmente trasformare in un concentrato di dolore, ma Cédric Kahn sceglie una strada molto più equilibrata.
Il risultato è un racconto corale capace di parlare di disagio psichico, famiglie in difficoltà e sanità pubblica senza dimenticare che i suoi protagonisti sono prima di tutto adolescenti che litigano, scherzano, si innamorano, si chiudono improvvisamente e possono passare dalla leggerezza alla disperazione nel giro di pochi minuti. Kahn riesce soprattutto a restituire questa imprevedibilità senza trasformarla in spettacolo, sostenuto da un gruppo di giovani interpreti sorprendentemente bravi.
Un reparto in cui ogni ragazzo porta una storia diversa
Lucia ha diciassette anni quando viene accompagnata dalla polizia in un reparto di neuropsichiatria che conosce già molto bene. Non è il suo primo ricovero e il ritorno la mette nuovamente davanti a un ambiente dal quale vorrebbe fuggire ma nel quale, allo stesso tempo, esistono persone capaci di riconoscere ciò che sta attraversando. Qui ritrova Eloïse e incontra altri adolescenti, tra cui Yasmine, Camilia, Ulysse e André. Ognuno arriva con una sofferenza diversa e il film evita intelligentemente di ridurli alle rispettive diagnosi. Sono ragazzi complicati, spesso contraddittori, a volte difficili persino da sopportare, ma mai definiti esclusivamente dal motivo per cui si trovano in ospedale.
Parallelamente seguiamo il personale del reparto, chiamato a destreggiarsi terapie, colloqui con le famiglie, emergenze improvvise e una struttura che lavora costantemente sotto pressione. Una situazione già precaria che cambia ulteriormente con l’arrivo di Enzo, un nuovo paziente che mette alla prova equilibri già fragili. Kahn non costruisce però il film intorno a un unico caso: Lucia rappresenta il punto d’ingresso principale, ma 15/18 è davvero un’opera corale, interessata tanto ai ragazzi quanto agli adulti che provano a curarli.
La forza del film è nei suoi giovani interpreti
È probabilmente il cast l’elemento che permette a 15/18 di funzionare così bene. Kahn e la sceneggiatrice Kahina Le Querrec hanno costruito il film dopo un lungo lavoro di osservazione all’interno di veri reparti di neuropsichiatria adolescenziale, e quella ricerca si percepisce soprattutto nel modo in cui i personaggi parlano, reagiscono e stanno insieme. La recitazione dei ragazzi ha qualcosa di estremamente immediato; non sembra mai che stiano cercando di rappresentare “il disagio adolescenziale” in senso generale: ognuno possiede un carattere, un modo di parlare e soprattutto una propria maniera di stare male.
A imporsi è soprattutto Zoé Monpart nei panni di Lucia, capace di affrontare un personaggio emotivamente molto esposto senza renderlo artificioso. Lucia può essere aggressiva, vulnerabile, ironica e ingestibile anche a breve distanza, e Monpart riesce a tenere insieme queste sfumature con una recitazione intensissima ma quasi sempre credibile. Funzionano molto bene però anche gli altri ragazzi, proprio perché il film non sembra interessato a stabilire chi soffra di più.
Curare significa prima di tutto riuscire ad ascoltare
Uno degli aspetti migliori di 15/18 è il modo in cui osserva chi lavora nel reparto. Medici ed educatori non vengono trasformati in figure infallibili ma come esseri umani che sbagliano e si stancano, ma sembra disponibili ad esserci per i ragazzi. La parola diventa così uno degli strumenti fondamentali del film: ci sono i colloqui individuali, gli incontri con le famiglie, le riunioni tra gli operatori e le conversazioni apparentemente più semplici tra i ragazzi. Kahn mostra quanto possa essere difficile persino riuscire a capire ciò che un adolescente sta tentando di comunicare, soprattutto quando rabbia, silenzio o provocazione diventano il modo più immediato per chiedere aiuto.
Anche le famiglie hanno un ruolo importante: genitori che non comprendono fino in fondo i propri figli convivono con altri che vorrebbero aiutarli ma non sanno più come farlo. Il film non cerca quasi mai un colpevole, ed è una scelta fondamentale per evitare semplificazioni.
Un film duro che riesce comunque a lasciare spazio alla speranza
15/18 non addolcisce ciò che racconta, ma nemmeno costruisce il reparto come un luogo nel quale non esista alcuna possibilità di uscita. La sofferenza è presente continuamente e alcune scene sono molto forti, però accanto alle crisi trovano spazio anche scherzi, amicizie, piccoli miglioramenti e momenti in cui questi ragazzi possono semplicemente tornare a comportarsi come ragazzi.
C’è inevitabilmente anche una dimensione politica. Il reparto lavora con personale e risorse limitate e l’aumento delle richieste di assistenza rende evidente la pressione esercitata sulla sanità pubblica. Ma 15/18 non diventa mai soltanto un film sulla crisi del sistema sanitario: preferisce concentrarsi sulle persone che continuano a farlo funzionare nonostante tutto.
Cosa ne pensiamo in sintesi
15/18 (A Place to Heal) entra in un reparto di neuropsichiatria adolescenziale senza trasformarlo in un luogo fatto soltanto di dolore. Cédric Kahn osserva ragazzi, famiglie e operatori con grande attenzione, trovando anche leggerezza e affetto nei momenti più difficili. A fare davvero la differenza è uno straordinario gruppo di giovani interpreti, con Zoé Monpart particolarmente intensa nei panni di Lucia. Un film corale, duro quando serve, ma capace di parlare di cura soprattutto attraverso l'ascolto.
Pro
- I giovani interpreti sono straordinariamente naturali e convincenti.
- Il film affronta la salute mentale senza facili semplificazioni.
- Il reparto viene raccontato con realismo ma senza perdere la speranza.
Contro
- Alcuni passaggi nella parte centrale risultano meno incisivi degli altri.
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Voto CinemaSerieTV
