Ci sono storie di cronaca che finiscono per divorare completamente le persone che ne sono state coinvolte. La città dei vivi, presentato nella sezione Orizzonti della 83ª Mostra del Cinema di Venezia, prova a fare esattamente il contrario con Luca Varani. Ispirandosi liberamente all’omonimo romanzo di Nicola Lagioia, Edoardo Gabbriellini non cerca di capire gli assassini e non ricostruisce l’omicidio come centro del racconto. Al contrario, osserva Luca prima che diventasse “la vittima del caso Varani”, quando era semplicemente un ragazzo di ventitré anni intento a capire cosa fare della propria vita.
Interpretato da Emanuele Maria Di Stefano, Luca vive tra la periferia romana, gli amici, una famiglia che lo ama moltissimo e la relazione con Marta Gaia, interpretata da Gaia Merlonghi. Ha progetti ancora confusi, qualche difficoltà economica e una parte della propria vita che tiene nascosta alle persone che gli sono vicine. Gabbriellini osserva tutto questo con uno stile asciutto e mai invadente, fino a quando quella quotidianità viene spezzata da una violenza che il film sceglie consapevolmente di non mettere al centro.
Luca prima di diventare un caso di cronaca

Il gesto più importante de La città dei vivi arriva molto prima dell’omicidio: restituire a Luca una quotidianità. Lo vediamo lavorare occasionalmente con il padre Giuseppe, interpretato da Valerio Mastandrea, frequentare le scuole serali, trascorrere i pomeriggi con gli amici e vivere il rapporto non poco altalenante con Marta Gaia. Non viene costruito come una figura da idealizzare: Luca è svogliato, a volte irresponsabile, cerca soldi facili e prende decisioni decisamente discutibili. Ma proprio questa normalità permette al film di sottrarlo all’immagine cristallizzata della vittima. Non deve essere perfetto perché ciò che gli è successo risulti più ingiusto, deve semplicemente essere ciò che è: una persona.
Emanuele Maria Di Stefano affronta il ruolo con grande accortezza: gran parte del personaggio vive nei silenzi e negli atteggiamenti più che nelle parole. Il risultato è un Luca credibile proprio perché non sembra costruito per preparare lo spettatore alla tragedia che sappiamo avverrà.
L’omicidio non è il fulcro del film

Gabbriellini compie una scelta molto precisa: non trasformare la morte di Luca nel momento che il pubblico sta aspettando. La violenza non viene spettacolarizzata e il film non indulge nei dettagli dell’omicidio, né dedica il proprio ultimo atto a seguire ciò che accade successivamente ai responsabili.
Conosciamo già tutti il destino di Luca e quella consapevolezza accompagna inevitabilmente ogni momento precedente, ma il film non cerca di sfruttarla per costruire tensione. Non c’è una lunga preparazione al “momento dell’orrore”, né la volontà di trovare segnali che possano spiegare perché il ragazzo sia finito lì. Lo stesso Gabbriellini parla di un racconto di formazione interrotto, ed è probabilmente la definizione che descrive meglio il film: Luca sta ancora provando a capire chi è quando qualcosa di completamente insensato interrompe quella possibilità.
È qui che il film si distingue maggiormente dal libro di Lagioia: se il romanzo-inchiesta dedicava molto spazio agli assassini e tentava di attraversare l’oscurità di quella vicenda, Gabbriellini stringe il campo sulla vittima. Non per offrire una spiegazione alternativa, ma perché sceglie di non cercarne una. Davanti a un atto di violenza così gratuito, La città dei vivi accetta che possa non esserci una risposta capace di restituire un senso a ciò che è accaduto.
Anche chi resta è una vittima

La parte forse più dolorosa arriva quando Luca non c’è più. Il film, infatti, non termina con la sua morte perché il racconto cambia semplicemente protagonisti. Rimangono i genitori, rimane Marta Gaia e rimangono tutte le persone per le quali quell’assenza diventa improvvisamente parte della vita quotidiana.
Ed è qui che emerge con maggiore chiarezza il rispetto con cui Gabbriellini affronta l’intera vicenda. Silvana e Giuseppe Varani non vengono ridotti ai “genitori della vittima”, così come Marta Gaia non esiste soltanto in funzione del ragazzo che ha perso. Il film concede loro il tempo del dolore, della confusione e persino di quella normalità che, prima o poi, è costretta a ricominciare.
Il titolo acquista così un significato diverso. La città dei vivi è anche la città di chi resta, di chi continua ad alzarsi la mattina, andare al lavoro e attraversare le stesse strade dopo che qualcosa ha cambiato definitivamente il modo di guardarle.
Cosa ne pensiamo in sintesi
A chi cerca un film tratto da un fatto di cronaca capace di evitare i meccanismi del true crime e la spettacolarizzazione della violenza. È soprattutto un racconto sulla vittima, sugli affetti che la circondavano e sul dolore di chi deve continuare a vivere dopo una perdita inspiegabile.
Pro
- Rimette Luca Varani al centro della propria storia.
- Affronta l’omicidio senza trasformarlo in spettacolo.
- Il dolore dei familiari e della fidanzata viene raccontato con rispetto.
Contro
- Alcune parti della vita di Luca rimangono volutamente solo accennate.
- Voto CinemaSerieTV
