Ci risiamo. Alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 non poteva mancare il film in concorso dalla durata spropositata. Tralasciando il documentario fuori concorso su Elon Musk (siamo sulle quasi quattro ore) e il documentario di Luca Guadagnino di ben sette ore su Bernardo Bertolucci (sempre Fuori Concorso), il Concorso presenta invece una follia di 195 minuti direttamente dall’Ucraina: DAU. Alla regia Ilya Khrzhanovsky, non nuovo ad operazioni del genere, poiché DAU non rappresenta un film a sé stante, ma un progetto di lunga durata che culmina in quest’ultima e mastodontica opera fatta di luci e ombre.
DAU non è un universo condiviso, è un insieme di lungometraggi che sono collegati da un fil rouge iniziato ben vent’anni fa, con una storia editoriale problematica e ai limiti del legale. In questo nuovo DAU, ultimo tassello di questo progetto, si assiste a quarant’anni di percorso del fisico ucraino Lev Landau, soprannominato DAU, incaricato dall’Unione Sovietica con altri suoi colleghi di costruire la bomba atomica. Sì, se per certi versi ricorda Oppenheimer di Christopher Nolan, è innegabile che si facciano dei paragoni, ma fin da subito ci troviamo davanti al suo opposto, considerando già la storia produttiva legata a tredici film e altri media nel corso del tempo.
L’uomo e il suo mondo
DAU parte subito mettendo la quarta e chiarendo immediatamente i suoi intenti: essere un’opera totale, mastodontica, ipertrofica. L’apertura dell’opera ucraina è un infinito susseguirsi di frammenti d’immagine che vanno a racchiudere tutto il film, come ricordi fugaci passano nell’anticamera del cervello quasi ad esprimere la follia e la mente del protagonista DAU, scienziato brillante quanto ossesso, spiccatamente nichilista e dotato di una sua morale. È il ritratto di un uomo che dal 1928 al 1968, anno della sua morte, deve affrontare i mutamenti di una nazione in continuo cambiamento e alla eterna ricerca del nemico dello stato sovietico. Tutto il focus è su di lui, sulla sua quotidianità e i suoi ideali controversi come la pederastia e l’eterno dilemma dell’asservimento della scienza al servizio del potere militare.
Non è certamente la classica figura dell’uomo di scienza quella di DAU, ma un perturbante animo tormentato dal mondo attorno a lui e per l’amore per la compagna Nora. Il problema sorge nel momento in cui l’opera non sprigiona il pieno potenziale del genio di questo studioso greco, tanto glorificato dai suoi compagni, ma non espresso nel suo pieno potere.
Una potenza visiva inaspettata…
Ma DAU va oltre il personaggio di Lev Landau: la regia di Khrzhanovsky è suggestiva, potente, crea un mondo sospeso tra lucida razionalità creatasi dalla scienza e un sogno a occhi lucidi dove non si comprende a pieno cosa sia vero o meno. Alterna la realtà dei fatti (stiamo pur parlando di una storia ispirata a veri scienziati sovietici) con sequenze allucinatorie e rarefatte, quasi bloccate nel tempo.
Ma il lavoro del cineasta ucraino si estende anche al di fuori della macchina da presa, perché il mondo dentro DAU è vivo, pulsante, caotico, sovra stimolante, con l’utilizzo di migliaia di comparse quando si tratta di girare le scene di Kharkiv o mostrare l’aratura dei campi ucraini con questi enormi aerei. Non c’è utilizzo di CGI, ma la volontà di dare una dimensione che va oltre le aspettative.
Sembra un blockbuster a tutti gli effetti, ma a partire dalla seconda parte questo suo modo di raccontare cambia totalmente strada. Oltre al fatto che ci ritroviamo nella maggior parte del tempo all’interno delle stanze dell’Istituto, luogo dove vivono e lavorano gli scienziati, si avverte una svolta che non permette alla pellicola di tenere stretto la curiosità che aveva instillato fin dalle prime sequenze.
…rovinata dalla una seconda parte frammentata
Ed è con questa seconda parte che DAU crolla. Si accenna alla creazione della bomba, agli esperimenti segreti condotti dall’URSS e alla vita condotta da DAU, che prende il sopravvento e coinvolge la vicenda di una successione di scene legate alla sua sfera matrimoniale e poi sessuale, ma senza una coerenza narrativa che lo possa giustificare.
In questo lungo secondo tempo dei 195’ di pellicola, a cui si vanno aggiungere quindici minuti di intermezzo (come fu per The Brutalist nel 2024 e il già citato documentario dedicato a Musk presentato in questi giorni), l’intero lavoro svoltosi precedentemente viene vanificato, portando DAU a sbandare completamente dall’opera d’arte totale che era diventata. È tutto così frammentato, disunito, dilatato e ripetitivo. Se non altro si può percepire con chiarezza come il tentativo di DAU protagonista fosse quello di non sottomettersi completamente agli ordini della dittatura sovietica, mantenendo la propria identità.
L’unione sovietica di Dau perde il pelo ma non il vizio
L’ambientazione storica diventa più che mai cruciale per narrare quelle che furono le scellerate decisioni, ma anche le paranoie, di una nazione che faceva della completa obbedienza e il controllo uno strumento determinante. Non siamo di fronte a niente di innovativo in questo caso, ma permette a Lev Landau di fare da contraltare ad un mondo ordinato e ligio alle regole, fatto di costrizioni e morale feroce, tutto per il bene superiore sovietico.
Immancabili sono le scene di tortura, le lunghe discussioni dei gerarchi con gli scienziati e il rapporto delle spie su questi ospiti incaricati di costruire un’arma per la grande madre patria. È uno mondo rappresentato da stanze chiuse, claustrofobiche e sporche, in netto contrasto con le stanze di Landau. È un potere che non ammette contrapposizioni, dove gli ordini vanno rispettati e lo stile di vita non va messo in discussione. Ma in tutto ciò Khrzhanovsky fa capire come tra l’URSS e la Russia non c’è grande differenza. Cambiano le persone e i governi, ma non mi metodi che hanno caratterizzato il popolo russo
Che cosa ne sarà di Dau?
DAU è destinato a dividere. Per quanto nei suoi intenti il progetto è ambizioso e solamente una visione degli altri lungometraggi potrebbe delucidare la mente del pubblico, la sola presenza di un’opera del genere in questa Venezia83 è una singolarità affascinante.
Per quanto la sua prima parte lo renda una delle pellicole più interessanti della Mostra del Cinema, purtroppo una volta concluso l’intermezzo di quindici minuti si assiste ad un crollo che rovina tutto. È un vero peccato, perché difficilmente nella storia del cinema si è assistito a un’operazione così stratificata, che osa e riesce a sorprendere con un fotogramma che ci trasforma su un altro pianeta.
Cosa ne pensiamo in sintesi
L'ultima fatica di Ilya Khrzhanovsky non riesce nel suo pieno. Per quanto sia caratterizzato da una prima parte eccellente, purtroppo tutto il lavoro della seconda disperde la bellezza costruitasi nel tempo, lasciando spazio ad una narrazione frammentata e poco chiara per chi non conosce Khrzhanovsky e il suo progetto legato a DAU.
Pro
- Regia monumentale immerge in un mondo vivo e suggestivo;
- La scenografia rende l'idea degli ambienti all'interno dell'URSS
Contro
- Frammentario nella narrazione dopo un primo tempo eccellente;
- Per chi non conosce il progetto è molto difficile comprenderlo a pieno;
- La resa dell'epilogo non era necessario.
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Voto CinemaSerieTV
