La serie: Love Club, 2023. Creata da: Silvia Di Gregorio, Bex Gunther e Denise Santoro. Cast: Veronique Charlotte, Rodrigo Robbiati, Ester Pantano, Alessio Lu, Pietro Turano. Genere: Drammatico. Durata: 30 minuti ca./4 episodi. Dove l’abbiamo vista: su Amazon Prime Video.
Trama: Le storie di Luz, Tim, Rose e Zhang, ognuno impegnato a trovare il proprio posto nel mondo e a confrontarsi con i pregiudizi della società, si incrociano nel locale queer Love Club, un luogo dove potere esprimere liberamente la propria identità ma che, a causa di problemi economici, rischia la chiusura.
In occasione del mese del Pride, Prime Video lancia la nuova miniserie composta da quattro episodi autoconclusivi scritti dalle autrici emergenti della comunità LGBTQ+ Silvia Di Gregorio, Bex Gunther e Denise Santoro, e diretta da Mario Piredda. Un passo importante per la serialità italiana, e per il percorso di rappresentazione e rappresentanza della comunità. Non solo storie con protagonisti personaggi (e interpreti) queer, dunque, ma storie scritte da persone queer, che usano la loro voce per raccontare una molteplicità di realtà sottorappresentate. “Abbiamo vissuto quello che abbiamo raccontato e, negli ultimi anni, abbiamo sentito un po’ tutti l’urgenza di una rappresentazione vera”, e ancora: “Le persone queer che scrivono ci sono da sempre, ma stavolta erano pronti ad ascoltarci: il tempo ha giocato a nostro favore. Credo soltanto che il momento fosse quello giusto”, spiegano le autrici del programma. Vediamo quindi insieme cosa hanno voluto raccontare, e come, nella nostra recensione di Love Club.
La trama: Love Club, più di un locale

Milano. Attorno al Love Club, locale queer gestito dalla giovane imprenditrice Luz, orbita una comunità, quella LGBTQ, che lotta per il riconoscimento dei propri diritti e contro le discriminazioni di cui è vittima. Un locale che è un rifugio e un’oasi in cui esprimere liberamente la propria identità e che, a livello, narrativo, è il pretesto che permette alle autrici di raccontare quattro vite, quattro storie indipendenti che si incrociano e si sfiorano sullo sfondo del locale. La prima è proprio Luz (Veronique Charlotte), ragazza dell’alta borghesia milanese che si ritrova a far fronte allo sfratto del locale e con problematiche sentimentali, divisa fra voglia di indipendenza e una fidanzata che, invece, vorrebbe una relazione esclusiva.
Timothy (Rodrigo Robbiati), invece, è un dj in lotta con la propria salute mentale, a causa della quale ha perso il lavoro. La conoscenza con David (interpretato da Pietro Turano, conosciuto per Skam e portavoce della comunità), lo metterà di fronte alle sue difficoltà e alle sue resistenze. Conosciamo poi Rose che, dopo il trauma per la morte del padre, ha abbandonato la carriera di cantante per trasferirsi dalla Sicilia a Milano, dove lavora come cam girl, e dove dovrà scontrarsi contro il pregiudizio di chi, venuto a conoscenza della sua attività, darà per scontata la sua disponibilità sessuale. Infine Zhang, ragazzo cinese con una carriera di successo nel mondo della finanza, al centro di una relazione in cui è vittima di un compagno violento che lo deride per il sogno di esibirsi come drag queen nel locale. Quattro vite che, come abbiamo detto, sono destinate a sfiorarsi all’interno delle pareti del Love Club, nel tentativo di salvare il locale dalla chiusura e di tutelare così uno spazio che a sua volta tutela la libera espressione dell’unicità di ogni individuo.
Ottimo nelle intenzioni, debole nel risultato

c’è un enorme bisogno di rappresentazione, di integrazione e di inclusione, ed è un gran bene che in Italia si muovano finalmente i primi e importanti passi in questa direzione in ambito seriale. Love Club nasce da qui, dall’esigenza e dalla necessità di raccontarsi e allargare le maglie di un sistema discriminante che isola e respinge ogni diversità percepita come tale. In questo senso le intenzioni di Love Club sono un tentativo importante nell’ottica di un percorso che, si spera, si evolverà moltiplicando le voci sul palco. Detto questo, però, l’intenzione si scontra con una realizzazione che soffre di una scrittura piuttosto elementare, e spesso frettolosa, nell’affrontare una quantità di tematiche complesse che avrebbero giovato di un approfondimento maggiore, che mal si concilia con la brevità degli episodi. Si fatica soprattutto nel primo episodio, di gran lunga il più debole e mal gestito, che fa da apripista a scapito del personaggio che vuole raccontare. Nell’ultimo, il più riuscito, la delicatezza del personaggio di Zhang, conquista e sovrasta per atmosfera e sensibilità.
Un cast emergente, nel bene e nel male

Se la scelta di affidare i ruoli dei protagonisti ad attori alla loro prima esperienza e tutti appartenenti alla comunità LGBTQIA+ dimostri la coerenza legata al progetto, non tutte le performance risultano parimenti efficaci. Con una grande eccezione, quella dell’attore Alessio Lu, interprete di uno Zhang intenso e commovente, e che speriamo di rivedere presto su schermo.
La recensione in breve
Pur apprezzandone le intenzioni, e augurandoci che la serialità italiana si apra sempre di più alle voci della comunità LGBTQ, la serie ha troppa fretta di mettere in scena vite e tematiche complesse che, però, non sono sorrette da una scrittura all'altezza.
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