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Home » Personaggi » Sara Ventura, gli abusi sessuali subiti nel mondo del tennis: “Avevo 13 anni”

Sara Ventura, gli abusi sessuali subiti nel mondo del tennis: “Avevo 13 anni”

In un'intervista a Vanity Fair, la tennista Sara Ventura, nell'estate 2023, ha raccontato degli abusi subiti in carriera dai suoi allenatori.
Simone FrigerioDi Simone Frigerio23 Novembre 2023
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La tennista Sara Ventura, detentrice di 15 titoli italiani, Top 250 nel ranking internazionale del WTA, il più importante circuito tennistico femminile al mondo, ha svelato, nel luglio 2022, gli abusi e le angherie subite dai propri allenatori nel corso della sua lunga carriera nel tennis, denunciando una vasta gamma di scorrettezze, a partire dalle molestie sessuali, fino ad arrivare a violenze psicologiche di vario tipo. Ventura ha anche descritto senza troppi sconti il pesante clima d’omertà che la circondava: ribellarsi avrebbe significato bruciarsi la carriera.

Sulle colonne di Vanity Fair, a fine giugno 2023, Ventura riferisce dunque per filo e per segno le costanti avances dei propri tecnici, un malcostume che nell’ambiente veniva considerato quasi normale prassi: “A volte, in trasferta, a 13 anni, dividevo la camera con l’allenatore. Lo facevo per risparmiare, ma dovevo stare attenta che, di notte, andasse tutto bene; lui veniva nel mio letto, e allora io lo cacciavo; le altre tenniste, ragazze un po’ più grandi, mi dicevano: eh sì, funziona così, ci siamo passate anche noi. Ho imparato a dormire con la racchetta vicino“.

Ma il rapporto negativo con gli allenatori aveva anche forti ripercussioni sul piano professionale; in cambio di impegno e abnegazione, Ventura è sempre stata abituata a ricevere “coercizioni, insulti e svilimenti”. Per spiegare quest’affermazione, la tennista racconta un aneddoto: “Il giorno dopo uno dei tentativi di incursioni notturne, io giocavo una partita dei campionati europei. Stavo vincendo 5 a 2 e mi sono permessa di tirare forte la prima palla di servizio: era un rischio ma ero consapevole che, se avessi sbagliato, avrei potuto contare sulla seconda. Purtroppo sbaglio. L’allenatore si alza in piedi e mi urla: “Testa di ca**o, ti mando a casa a calci in cu*o”. Detto fatto: quella partita poi l’ho vinta, ma lui non mi ha permesso di giocare per tutto il resto della settimana“.

Non stare al gioco, aggiunge, significava automaticamente dire addio alla propria carriera: “Se non eri accondiscendente, te la facevano pagare: potevano non convocarti in Nazionale, farti allenare sul cemento anche se stavi per gareggiare su terra, potevano anche non iscriverti ad alcuni tornei; se parlavi, se uscivi dalla federazione, la tua carriera era finita. Tutti sapevano, nessuno diceva una parola. Le ragazze più fortunate, quelle con una famiglia alle spalle, a volte venivano prese e portate via. Io potevo contare solo su me stessa“.

L’unico modo per uscire da questo circolo vizioso?: “Questi problemi persisteranno finché in Italia non verrà sradicato il patriarcato; tutti devono avere gli stessi diritti. Io, per esempio, sono lesbica: ho i medesimi doveri dei cittadini etero, ma meno diritti. Perché? È una delle tante forme di discriminazione che ho incontrato nella mia vita; quando stavo firmando il contratto di affitto per questo loft, uno dei proprietari mi ha chiesto: “Come pensa di far fronte ai pagamenti ogni mese visto che non ha un uomo accanto?“.

Ventura non nega però l’importanza di una figura maschile presente nella propria vita: “A me è mancato, non avere mai un uomo accanto; avere una persona con cui potermi confrontare. Mia mamma si è ammalata di tumore al seno che avevo sei anni. Fino a quando non è venuta a mancare, la vita famigliare era concentrata sulle sue cure. Io vengo da Cologno al Serio, un paesino nella provincia di Bergamo, posto di gran lavoratori, di gente onesta, ma ruvida e poco empatica. Mio papà era così, non incline agli abbracci, diciamo“.

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