Nel 2020, il film horror di fantascienza spagnolo Il Buco è diventato rapidamente un fenomeno su Netflix, soprattutto durante i primi giorni della pandemia. Parte del suo successo derivava infatti dall’inquietante parallelismo con la realtà: una storia distopica che esplorava temi come l’isolamento, la fame e la scarsità di risorse, proprio mentre il mondo reale si affannava tra scaffali vuoti nei supermercati. Ora, con Il Buco 2, il regista Galder Gaztelu-Urrutia torna a guidare il progetto, introducendo un nuovo cast di prigionieri, ma mantenendo lo stesso scenario opprimente e disturbante.
Il Buco 2 si svolge infatti nello stesso universo distopico del primo capitolo, con la maggior parte della trama che si snoda all’interno della famigerata prigione verticale. Anche questa volta, la fossa è strutturata intorno al concetto di una piattaforma mobile carica di cibo, che scende di livello in livello, portando nutrimento ai prigionieri. Tuttavia, l’avidità e l’egoismo regnano sovrani: i prigionieri ai livelli superiori si abbuffano senza pietà, lasciando chi si trova più in basso a lottare con gli avanzi o a morire di fame. Questo sistema brutale mette in evidenza temi profondi come la disparità sociale e l’ingiustizia, elementi che ritornano in questo sequel con la stessa potenza disturbante, esplorando nuove dinamiche di sopravvivenza e violenza all’interno della spietata struttura.
Ma, a differenza del clima di spietata competizione visto nel primo film, questo secondo capitolo introduce un cambiamento significativo nella dinamica della prigione: i prigionieri hanno infatti creato un sistema rigido e disciplinato per assicurare che il maggior numero possibile di persone riesca effettivamente a mangiare. La regola è semplice: ogni prigioniero può consumare solo il proprio pasto, quello che gli è stato assegnato. Chiunque osi infrangere questa regola e prendere più del dovuto, o mangiare cibo non assegnato, viene punito severamente. Questo nuovo ordine all’interno del caos riuscirà a salvaguardare la fossa da tensioni e conflitti? Lo scopriamo insieme nella nostra spiegazione del finale de Il Buco 2.
Il piano di Perempuán

In questo sequel de Il Buco, seguiamo una nuova protagonista, Perempuán (Milena Smit), che si ritrova a confrontarsi con la brutale realtà della “legge” che regola la fossa. Inizialmente accetta di conformarsi a questa rigida regola (che prevede che ciascun prigioniero consumi solo il proprio pasto per garantire una distribuzione equa del cibo), lavorando attivamente per farla rispettare. Tuttavia, ben presto il sistema si rivela crudele e arbitrario: quando infatti Perempuán subisce una punizione ingiusta inflitta dal tirannico leader Dagin Babi (Óscar Jaenada), la sua fede in questa struttura crolla. Invece di continuare a vivere all’interno di un sistema così oppressivo, decide quindi di ribellarsi, prendendo in mano il piano di fuga escogitato della sua defunta compagna di cella (Natalia Tena). Prima di morire, la donna le aveva infatti rivelato che i gestori della prigione utilizzano un gas particolare, il sevoflurano, per riorganizzare i detenuti e farli risvegliare in diversi livelli della fossa ogni mese. Quello sarebbe stato il momento giusto per fingere la propria morte, ingerendo un pezzo di un dipinto a olio (uno degli oggetti dei prigionieri) per creare un filtro nelle vie respiratorie, per poi venir portata fuori dalla prigione con gli altri cadaveri.
La grande battaglia

Il mese successivo, la nostra protagonista si risveglia a un nuovo livello, insieme a un nuovo compagno di cella di cui parleremo più tardi. I due viaggiano lungo la fossa per reclutare altri “barbari” (gli oppositori della legge), ma il vero obiettivo della donna è cercare il dipinto ad olio. Quando lo trova, dice agli oppositori reclutati che hanno abbastanza persone e possono rimanere a quel livello. Quando Dagin Babi e i suoi lealisti scendono lungo la prigione per attaccare i barbari, si scatena una sanguinosa battaglia, in cui tutti i prigionieri affamati iniziano a uccidersi l’un l’altro, indipendentemente dallo schieramento. Perempuán e il suo compagno riescono a sopravvivere alla battaglia e, poco prima che arrivi il gas, Perempuan mangia un pezzo del dipinto a olio.
Come finisce Il Buco 2?

Perempuán finge abilmente la propria morte e, al suo risveglio, si ritrova legata a un ammasso fluttuante di cadaveri, gestito da inquietanti figure con maschere antigas. Quando la massa viene portata al livello 333, Perempuán assiste a una scena sorprendente: gli addetti alle pulizie accudiscono un bambino, coprendolo con delle coperte. Questo incontro la pone davanti a un dilemma morale: fuggire egoisticamente dalla prigione o mettere a rischio la propria vita per salvare il piccolo dalle atrocità del sistema? Dopo aver riflettuto sul suo passato criminale, decide di sacrificarsi per proteggerlo.
Tuttavia, la sua missione di salvataggio ha un tragico epilogo: nel tentativo di salvare il bambino, Perempuán subisce un colpo alla testa, un destino che richiama la sorte di Goreng nel primo film, lasciando intuire che anche lei sia destinata a una morte certa. Nel suo atto finale di protezione, la piattaforma scende ancora più in profondità, oltre il livello 333, in quello che sembra rappresentare una sorta di discesa nella sua stessa coscienza. Qui, Perempuán incontra altre anime, tra cui Zamiatin, che le appaiono come proiezioni della sua mente morente. Queste visioni la incoraggiano a lasciare che il bambino risalga verso la superficie, poiché, nonostante la sua redenzione, il suo passato e le circostanze della prigione l’hanno corrotta, rendendola indegna di tornare nel mondo reale.
Il Buco 2 è un sequel?

Nel Buco 2, uno dei primi colpi di scena è rappresentato dal compagno di cella di Perempuán che la accompagna in battaglia e nella sua ricerca del dipinto ad olio: si tratta infatti di Trimagasi (Zorion Eguileor), personaggio che, nel primo capitolo, era il primo compagno di cella di Goreng (Iván Massagué). Inoltre ne Il Buco, Trimagasi menzionava di essere stato inizialmente imprigionato al livello 72, lo stesso livello in cui Perempuán si risveglia in questo secondo capitolo, dopo la morte del suo precedente compagno di cella per mano di Babi. Questo dettaglio fornisce un indizio cruciale sulla cronologia del film: Il Buco 2, infatti, non è un sequel ma un prequel degli eventi narrati nel primo film. La connessione tra i due film si rafforza ulteriormente durante i titoli di coda: Goreng e Trimagasi sono immersi nell’oscurità sotto l’ultimo livello della piattaforma e, proprio sul finale, Goreng si volta, attirato dalla voce di Perempuán e lei gli dice: “Cosa ci fai qui?” I due si abbracciano e la donna ha le lacrime agli occhi, lasciando intendere che Goreng fosse il partner che menziona quando racconta la sua vita prima del Buco.
I bambini come redenzione per i prigionieri?

Ma quale significato ha il bambino al livello 333? Nel film sembra emergere una tematica interessante che amplia la complessità della prigione verticale già vista nel primo capitolo. Questa volta, sembra infatti suggerire che i bambini vengano effettivamente portati e posizionati nel livello 333, l’ultimo livello della struttura, con uno scopo preciso: offrire ai prigionieri un’opportunità di redenzione. Se nel primo capitolo si esplorava principalmente la lotta per la sopravvivenza e la disumanità generata dalla scarsità di risorse, qui si insinua l’idea che la prigione dia ai detenuti la possibilità di riscattarsi attraverso l’atto di proteggere una vita innocente.
Sembra implicito che gli adulti che entrano nella prigione non ne escano mai, ma fornendo loro un bambino da salvare, il Buco potrebbe dare loro uno scopo più grande, offrendo una via di fuga non fisica, ma spirituale, dalle loro prigioni interiori. Questo concetto rende la narrazione del sequel più introspettiva e carica di simbolismo, suggerendo che il vero “uscire” non sia tanto legato alla libertà fisica, quanto piuttosto a una liberazione morale o esistenziale, dando ai prigionieri qualcosa per cui sacrificarsi.
