Ci sono vite che sembrano già contenere tutto ciò che serve a un film. E quella di Gerda Taro è certamente una di queste: ebrea tedesca, antifascista, esule a Parigi, fotografa di guerra e prima fotoreporter donna a morire sul campo di battaglia, a soli 26 anni, durante la Guerra civile spagnola. Alina Marazzi porta la sua storia al cinema con La ragazza con la Leica, film che inaugura la sezione Orizzonti dell’83ª Mostra del Cinema di Venezia e che nasce liberamente dal romanzo omonimo di Helena Janeczek, vincitore del Premio Strega.
Interpretata da Emilia Schüle, Gerda emerge come una donna irrequieta, impulsiva, politicamente appassionata e incapace di accettare i limiti che il proprio tempo vorrebbe imporle. Il materiale di partenza è ricchissimo e il film trova alcuni momenti molto riusciti nel raccontare il rapporto tra fotografia e impegno politico. Il problema è che, nelle sue quasi due ore, La ragazza con la Leica cerca continuamente di rincorrere l’energia della propria protagonista, finendo per costruire un racconto frammentato, a tratti confuso e non sempre capace di dare il giusto peso agli eventi che attraversa.
Gerda Taro, una vita che valeva la pena raccontare

Parigi, 14 luglio 1937. Gerda trascorre con Robert Capa e con gli amici l’ultimo giorno prima di ripartire per la Spagna. Da questo presente il film torna continuamente indietro, ricostruendo il suo impegno politico a Lipsia, la fuga dalla Germania nazista, gli anni dell’esilio parigino, l’incontro con André Friedmann, destinato a diventare Robert Capa, e soprattutto la scoperta della fotografia.
È proprio la figura storica di Gerda a rendere immediatamente interessante il film: la sua Leica non è soltanto uno strumento professionale ma diventa il mezzo col quale prendere posizione e raccontare una guerra mentre sta ancora accadendo. Taro e Friedmann costruirono insieme il personaggio di “Robert Capa”, inizialmente concepito come un fotografo americano immaginario che avrebbe permesso loro di vendere più facilmente le proprie immagini; nel tempo, molte fotografie realizzate da Gerda sarebbero state attribuite proprio a Capa. La morte sul fronte spagnolo avrebbe poi contribuito a lasciare la sua figura nell’ombra rispetto a quella del compagno.
Il merito principale del film di Marazzi è quindi quello di rimettere Gerda Taro al centro della propria storia, senza ridurla alla compagna di Robert Capa. Fotografia, politica, relazioni sentimentali e desiderio di indipendenza convivono continuamente, restituendo l’immagine di una giovane donna che vuole partecipare pienamente al proprio tempo.
Una protagonista piena di energia, a volte persino troppo

Emilia Schüle interpreta una Gerda che parla molto, provoca, cambia umore rapidamente, si innamora, litiga, scherza e sembra vivere qualsiasi situazione con un’intensità superiore a quella di chiunque le stia intorno. È una scelta coerente con il ritratto di una donna giovane e insofferente alle convenzioni, ma è anche uno degli aspetti più divisivi del film. Naturalmente è impossibile sapere quanto questa Gerda corrisponda davvero alla persona che fu. Guardando semplicemente al personaggio cinematografico, però, la sua continua esuberanza finisce a volte per diventare stancante. Gerda passa rapidamente dall’entusiasmo alla rabbia, dalla leggerezza alla provocazione, e il film tende spesso ad assecondarla invece di permetterci di comprenderla meglio.
Il risultato è curioso: sappiamo moltissimo di ciò che Gerda fa, degli uomini che ama, delle idee per cui combatte e delle scelte che compie, ma non sempre riusciamo ad avvicinarci davvero a lei. Emilia Schüle sostiene con grande energia il ruolo, e nei momenti più intimi riesce anche a mostrarne fragilità e paure, ma la sceneggiatura insiste così tanto sul suo carattere libero e incontenibile da rischiare, in alcuni passaggi, di trasformarlo quasi nell’unica caratteristica del personaggio.
I continui salti temporali rendono complessa la narrazione
Alina Marazzi sceglie di non raccontare la vita di Gerda in maniera lineare. Il 14 luglio 1937 diventa il punto di partenza da cui il film si muove continuamente tra epoche diverse, ricordi, incontri e frammenti della sua vita. Un’idea che evidenzia l’interesse della regista per il dialogo tra materiale d’archivio e immagini contemporanee. Il problema è che il continuo avanti e indietro nel tempo non sempre rende il racconto più interessante; al contrario, soprattutto nella parte centrale, finisce per spezzarne il ritmo.
Non aiuta una durata di 119 minuti, durante la quale si alternano sequenze molto riuscite ad altre decisamente più sottotono. La sensazione è che il film voglia contenere moltissimo: l’esilio tedesco, l’antifascismo, la nascita di Robert Capa, gli amori di Gerda, l’ambiente degli intellettuali europei, la Guerra civile spagnola, il ruolo politico della fotografia. Sono tutti elementi interessanti, ma non sempre riescono a trovare uno spazio equilibrato.
Le fotografie sono la parte più forte del film

Dove La ragazza con la Leica trova una sua identità più delineata è proprio nel rapporto con le immagini: la fotografia di Manuel Alberto Claro e l’inserimento delle vere fotografie di Taro e di materiali d’archivio permettono al film di far dialogare continuamente ricostruzione e Storia.
È anche qui che emerge con maggiore chiarezza ciò che Alina Marazzi vuole raccontare: non soltanto chi fosse Gerda Taro, ma perché fotografare potesse diventare un gesto politico. Davanti all’avanzata dei totalitarismi e alla Guerra civile spagnola, Gerda sceglie di avvicinarsi agli eventi anziché allontanarsene. La macchina fotografica diventa così il modo con cui prendere posizione e lasciare una testimonianza.
Cosa ne pensiamo in sintesi
La storia di Gerda Taro offre un punto di partenza affascinante e permette di riscoprire una figura importante della fotografia e del Novecento. Il film trova i momenti migliori nel rapporto tra immagini, politica e libertà, ma i continui salti temporali rendono il racconto poco fluido. Anche la protagonista, interpretata con grande energia da Emilia Schüle, risulta a tratti fin troppo sopra le righe.
Pro
- La storia di Gerda Taro è potente e merita di essere riscoperta.
- L'uso delle fotografie originali dà forza al racconto.
- Emilia Schüle affronta il personaggio con grande energia.
Contro
- I continui salti temporali rendono la narrazione dispersiva.
- Gerda è spesso rappresentata in maniera fin troppo sopra le righe.
- Alcuni passaggi risultano meno incisivi di quanto potrebbero.
