Il film-documentario Mario Rossi – Di comune solo il nome, ora disponibile per lo streaming su Prime Video, racconta la complessa storia di Mario Ubaldo Rossi, un uomo noto per la sua lunga carriera criminale durante gli anni di piombo, che ancora oggi trascorre la sua vita in carcere. Diretto da Lucio Laugelli, che ha avuto modo di conoscere Rossi mentre era volontario nel carcere San Michele di Alessandria, il progetto si propone di esplorare la sua vita e le scelte che lo hanno portato a essere uno dei più noti “fine pena mai” italiani. Grazie anche al lavoro del regista Errico d’Andrea, il documentario si è concentrato sulla ricostruzione di eventi cruciali nella vita di Rossi, cercando di non romanticizzare la sua figura, ma di offrire uno spunto di riflessione su un sistema carcerario complesso e le sue contraddizioni.
Abbiamo avuto il piacere di intervistare Lucio Laugelli, regista alessandrino classe 1987 noto per i suoi documentari nei quali ha affrontato tematiche complesse come l’iperconnessione in Asocial – 10 giorni senza lo smartphone (2017) e la realtà difficili dei detenuti di un carcere di massima sicurezza in Voci di Dentro (2018). Scambiando quattro chiacchiere con lui, abbiamo avuto modo di scoprire qualcosa di più sulla realizzazione di Mario Rossi – Di comune solo il nome e sull’approccio dietro alla narrazione di una storia tanto intensa e controversa.
L’incontro che ha dato vita a tutto

L’origine del progetto è strettamente legata all’incontro tra il regista e il protagonista: come ci racconta lo stesso autore all’inizio del docufilm, infatti, Mario Rossi era uno dei detenuti più partecipi durante il corso di cinema nel carcere San Michele di Alessandria, e il suo modo di guardare alle cose ha catturato immediatamente l’attenzione di Laugelli.
Cosa ti ha colpito inizialmente di Mario Rossi e come si è sviluppato il tuo interesse nel raccontare la sua storia?
“Mario era l’unico detenuto del corso sempre entusiasta, curioso, partecipe. Pensavo che sarebbe uscito di lì a poco, immagina lo stupore quando ho saputo che era un cosiddetto “fine pena mai”. Mi ha colpito quel suo modo di guardare alle cose, come se non fosse un uomo costretto al carcere per la vita ma, piuttosto, fosse pieno di futuro.”
Qual è stata la reazione di Mario Rossi quando gli avete proposto di raccontare la sua storia in un documentario?
“Quando gliel’ho proposto ci conoscevamo già da un po’, si era creato un rapporto di fiducia, Mario ha accettato quasi subito di raccontarsi”.
Affrontare la complessità di un personaggio e di un’epoca
Raccontare una figura controversa come Mario Rossi senza romanticizzarne le azioni è stata sicuramente una delle principali sfide del film. Il contesto storico degli anni ’70 e ’80, segnati dalla violenza dei cosiddetti anni di piombo, ha aggiunto ulteriori livelli di complessità.
Come ti sei approcciato a raccontare un personaggio così controverso senza rischiare di romanticizzarne la figura?
“È stato complesso sia a livello storico (tanti nomi, date e luoghi, tanti romanzi criminali che si accavallano), sia a livello contenutistico: c’era appunto il rischio di romanticizzare una storia che, di romantico, non ha nulla. Di solito con il mio lavoro cerco di raccontare le cose nella maniera più naturale possibile, senza preconcetti o sovrastrutture. Gli ho fatto le domande che mi sembrava giusto fare, le stesse che peraltro gli avevo già fatto a camera spenta, nel corso della nostra conoscenza.”
Qual è stato l’approccio per ricreare l’atmosfera di quel periodo e, soprattutto, per rendere giustizia ai fatti storici senza perdere la dimensione umana dei protagonisti?
“Credo sia fondamentale avvicinarsi a narrazioni simili con distacco, lucidità, senza sbilanciarsi in alcuna direzione. Il nostro compito era quello di raccontare una storia decisamente complessa, con molteplici implicazioni di varia natura: per farlo in maniera efficace devi, a mio avviso, avere un approccio più giornalistico possibile, cercando di essere neutrale anche e soprattutto per una questione di rispetto visto che quando si parla del famigerato genere “crime” c’è di mezzo la sofferenza di tante persone.”
Le scelte narrative e il processo creativo

Con una vita così ricca di eventi, la selezione degli episodi da includere nel film è stata un’operazione delicata. Come hai scelto quali aspetti della vita criminale di Mario Rossi includere nel film e quali omettere?
“Bisognava fare delle scelte, diversamente il film sarebbe diventato una vera e propria miniserie a puntate e non avevamo il budget per affrontare una lavorazione simile. La mole di informazioni e di girato era enorme quindi abbiamo cercato di affrontare le tappe più note e importanti della vicenda.”
Il carcere: un luogo complesso
La realizzazione del documentario ha posto il regista di fronte alle complessità e alle criticità del sistema penitenziario italiano, influenzandolo anche a livello personale. Come hai vissuto l’esperienza di lavorare in un carcere durante le riprese?
“È difficilissimo girare in carcere per varie ragioni tecniche e logistiche: devi sapere molto tempo prima chi farà parte della troupe, quale tipo di equipaggiamento si utilizzerà. Non c’è spazio per l’improvvisazione e difficilmente puoi cambiare idea. Se, per esempio, a pochi giorni dal set il direttore della fotografia decide di girare una certa inquadratura con un’altra lente rispetto a quelle concordate non si può, allo stesso modo se un elemento della troupe si ammala non può essere sostituito”.
“In più non hai l’accesso ad internet né puoi usare lo smartphone e nella vita di tutti i giorni ormai questi due elementi sono parte integrante del nostro quotidiano. Devi consultare una data per verificare un determinato fatto? Non puoi farlo, puoi però studiare prima, stampare le informazioni alla vecchia maniera e sperare che non ci siano imprevisti. ”
Questo progetto ti ha portato a riflettere sul concetto di giustizia e sul funzionamento (e le criticità) del sistema penitenziario?
“Fin dall’inizio del mio lavoro in carcere, nel 2018, il concetto di istituzione totale mi ha colpito nel profondo, ogni penitenziario, a seconda di quello che mi hanno detto, anno dopo anno, i detenuti è un mondo a sé: puoi trovare gestioni morbide, umane o situazioni terribili. Credo che uno dei modelli virtuosi, da prendere come esempio, sia la struttura di Bollate dove il tasso di recidiva è uno dei più bassi in Italia. I detenuti vanno recuperati sennò scontata la pena tornano in libertà più arrabbiati e disorientati di prima e questo ha un prezzo enorme per la nostra società oltre che per la sicurezza pubblica. ”
Una storia da raccontare

Nonostante la difficoltà di veicolare un messaggio unico, il regista spera che il pubblico tragga qualcosa di significativo dalla visione del film. Cosa speri che il pubblico tragga dalla storia di Mario Rossi?
“Non mi piace pensare di veicolare un messaggio in particolare. Penso ci siano delle storie che valgano la pena essere raccontate, tutto qui. A volte sono storie terribili, a volte portano in chi guarda un senso di speranza, altre di vuoto, altre ancora fanno ridere. Ogni spettatore ha un suo approccio e un coinvolgimento soggettivo. Se riesco a tenerti lì, davanti alla tv o in sala, per un’ora vuol dire che con la troupe si è fatto un buon lavoro. ”
“Su Youtube Italia il piccolo documentario “Voci di dentro”, girato sei anni fa nello stesso carcere dov’è rinchiuso Mario, continua a fare migliaia di visualizzazioni, ogni mese. La gente sotto al video commenta, dibatte, si crea uno scambio: a volte costruttivo a volte no. “(a)social – Dieci giorni senza lo smartphone”, un docufilm realizzato per Mediaset parecchi anni fa, sul problema dell’iperconnessione, continua a girare nelle scuole: ogni tanto vado a queste proiezioni e docenti e alunni dopo il film stanno lì, questa volta di persona, non online, a parlare, discutere, qualche volta si incazzano pure tanto sono coinvolti. Credo che questo sia lasciare una traccia col proprio lavoro e mi rende orgoglioso, felice”.
