Il film A muso duro – Campioni di vita racconta la vera storia di Antonio Maglio, medico e neuropsichiatra romano che, sul finire degli anni ’50, fondò a Ostia il primo centro interamente dedicato alla riabilitazione di paraplegici e disabili in genere. Seguendo un approccio innovativo in grado di unire l’attenzione più prettamente fisiologica all’aspetto psicologico, Maglio, che nel film è interpretato da Flavio Insinna, trovò nello sport lo strumento principe per il reinserimento dei suoi pazienti nella società: fu proprio grazie alla spinta del CPO, confidenzialmente noto come ‘Villa Marina’, che, nel 1960, a Roma, si svolsero i primi ‘giochi paralimpici’ della storia, in cui atleti con diverse disabilità competerono in diversi sport, tra cui il nuoto e l’atletica.

Antonio Maglio, nato al Cairo nel 1918 e laureatosi in Medicina a Bari nel 1935, si interessò sin dai primi anni alla cura delle persone con disabilità, traendo in parte ispirazione dal pionieristico lavoro del collega neurologo inglese, di nascita ebreo – tedesca, Ludwig Guttmann: al termine del secondo conflitto mondiale, Guttmann fu incaricato dal governo britannico di istituire un centro specializzato per il trattamento dei reduci di guerra che avevano subito menomazioni o traumi midollari di vario tipo: nacque così, nel 1944, a Stoke Mandeville, presso Londra, il National Spinal Injuries Centre, in cui Guttmann, primo al mondo, univa la riabilitazione medica alla pratica sportiva, intesa come indispensabile strumento di recupero della forza muscolare da un lato e veicolo efficace di rafforzamento dell’autostima personale dall’altro
Proprio all’interno di questo rivoluzionario milieu si inserisce l’opera di Maglio che, fondato il 1° luglio 1957 il CPO, Centro Paraplegici di Ostia, presenta al mondo una nuova metodologia di cura, ispirandosi all’esempio di Guttmann, ma ‘ampliandone il ventaglio e lo scopo’. Ripercorriamo dunque, attraverso le parole della signora Maria Stella Cala, moglie di Maglio, l’incredibile vicenda umana e professionale del medico, morto a Roma nel 1988: le dichiarazioni che seguono sono state tratte da un’intervista concessa a Fisiatria Italiana, e da un articolo del sito Memoria Paralimpica
“La storia nasce a Palestrina, perché il professor Galasso, che era un medico, un neurologo consulente dell’Inail – mio marito era anche lui funzionario dell’Inail – gli disse: “Maglio. andiamo a vedere dei ragazzi che sono paralizzati a Palestrina, perché io non riesco a capire che cosa possono avere”. Sono andati, hanno visto i ragazzi, erano paralizzati e Maglio disse: “È una lesione del midollo, questi non cammineranno mai più. E che facciamo? Li lasciamo così a letto, per sempre?””
Da qui, nasce appunto l’idea di un luogo primariamente dedicato alla riabilitazione, fisica prima e psicologica poi, dei pazienti con lesioni midollari; cruciale il ruolo dello sport come strumento di presa di coscienza di sé, ma non solo
Il concetto di riabilitazione adottato all’epoca da Maglio, andava valorizzato e sottratto al pregiudizio che si trattasse solo di inutile e noiosa perdita di tempo. Anche l’elemento “noia” andava trasformato in divertimento; solo una motivazione stimolante poteva riuscire nell’intento; nasceva così la sport-terapia e la prima invenzione di Maglio fu l’avvio al nuoto per i primi atleti. Infatti portava le persone infortunate su un barcone al largo e le imbracava calandoli con un paranco in acqua per imparare a stare a galla e a nuotare. Il suo metodo riabilitativo era di lavorare su due versanti: potenziamento del corpo e delle sue capacità residuali (compresa quella della sessualità) e anche rafforzamento della volontà e della motivazione. Un’azione duplice, dove un aspetto poteva potenziare reciprocamente gli effetti dell’altro. Altro aspetto innovativo, poco, se non dichiarato mai, è l’introduzione di quella che oggi chiamiamo comunemente “terapia occupazionale”, viste le attività sportive, ludiche, ricreative e occupazionali che lui faceva praticare per favorire la serenità e la rinascita del paziente
Lo sport, in questo senso, diventa un modo per essere di nuovo se stessi e ritrovare la fiducia nella propria vita
[Tutti i pazienti] erano dei potenziali suicidi: quando una persona passa da uno stato di normalità a uno stato di disabilità sicuramente, e poi a quell’epoca – dobbiamo anche immedesimarci nel momento storico in cui stavamo –, la persona poteva anche perdere la testa ed era normalissimo. ampliò notevolmente i programmi sanitari e il ventaglio delle discipline praticate includendo: nuoto, pallacanestro, tennis da tavolo, lancio del peso, tiro con l’arco, scherma e corsa in carrozzina. Con uno staff di professionisti altamente selezionato tra le varie attività, cominciò anche a curare, personalmente, con amore, dedizione e passione, la preparazione degli atleti più capaci. Stava prendendo forma, nella sua mente quel Progetto che, solamente dopo tre anni avrebbe portato alla grande avventura Paralimpica
![I primi atleti nuotatori del CPO di Antonio Maglio [fonte: Fisiatria Online - Collezione privata Famiglia Maglio]](https://cinemaserietv.it/wp-content/uploads/2024/10/CPO-barca-1024x738-1.jpg)
“Antonio parlò con Guttmann di questa sua pazza idea di fare le Olimpiadi, le prime Olimpiadi nel ’60. E Guttmann disse: «Siamo convinti?». Insomma, i tempi sono brevi, perché dal ’57 al ’60, tre anni, voi m’insegnate che non si può creare una squadra paralimpica, atleti di un certo spessore, che vanno a competere con altre nazionalità, e portarli sul campo. Però lui vinse questa sfida, perché riuscii a creare atleti, che poi all’epoca erano atleti Inail, indossavano la maglia Inail, riuscì in tre anni a portare la squadra paralimpica nel mondo, perché l’ha portata nel mondo. [I Giochi] si sono svolti a Roma, ma [la squadra] è stata conosciuta nel mondo. [Mentre] l’Inail è uscito fuori come l’istituto che è riuscito in questa titanica impresa”
![Antonio Maglio e Ludwig Guttman fonte: Fisiatria Online - Collezione privata Famiglia Maglio]](https://cinemaserietv.it/wp-content/uploads/2024/10/Maglio-Guttman.jpeg)
Come detto, Antonio Maglio, avrebbe poi proseguito la sua attività di medico riabilitatore anche negli anni successivi, pur tra mille difficoltà di ordine burocratico
“Con l’avvento delle Regioni il Centro è passato alle Asl; lui ha tentato in ogni modo di rimanere, rinunciando anche alla promozione data dall’Inail come sovrintendente medico generale, che lui rifiutò. Dice: «Lasciatemi qui al Centro per continuare questa opera», ma chiaramente [questa richiesta] non è stata accolta. E per lui è stato un po’ un trauma, perché i suoi ragazzi erano la sua vita, sì. È entrato poi nella Fondazione Santa Lucia, dove ha creato la squadra più scudettata d’Italia: lui è stato l’allenatore, il preparatore atletico, ha fatto di tutto”
Proprio all’interno della storica fondazione capitolina, ideale proseguimento dell’originale esperienza ostiense, Flavio Insinna, figlio di Salvatore, per un periodo medico della struttura, ha trascorso del tempo in infanzia, entrando anche a contatto con lo sport paralimpico nella sua massima espressione, a Montreal nel 1976. Al proposito, il conduttore ha dichiarato al magazine Shalom
“Mio padre per un periodo ha lavorato e ha collaborato nella clinica Santa Lucia, dove io da bambino sicuramente ho sfiorato il dottor Maglio, perché mio papà mi portava a vedere le partite di basket in carrozzina. Ho avuto la fortuna di andare da bambino alle Paralimpiadi, in Canada, come premio per la promozione a scuola e mio padre mi disse ‘sarai il mio piccolo assistente’
