Il film Il treno dei bambini, attualmente su Netflix, è tratto da una storia vera raccontata nell’omonimo romanzo di Viola Ardone, quella dei treni della felicità, un’iniziativa di solidarietà promossa dal PCI nell’immediato dopoguerra, grazie alla quale circa 70mila bambini del Sud Italia e non solo, che si trovavano in condizioni di indigenza, furono ospitati da famiglie del Nord o del Centro Italia. Dopo un po’ di tempo i bambini tornarono dalle loro famiglie di origine, mentre altri decisero di restare definitivamente con i loro genitori adottivi. La storia di Derna e Amerigo invece è ispirata liberamente a quella di persone realmente esistite, Derna Scandali e Americo Marino, e rispecchia il contesto storico da loro vissuto.

L’autrice del romanzo da cui è tratto il film Netflix ha ammesso che la protagonista della sua storia è ispirata liberamente a Derna Scandali, una sindacalista e partigiana di Ancona, morta nel 2010. Amerigo invece, sottolineò la scritrice, “è un personaggio di fantasia”. In realtà, come scrive il blog di Giovanni Rinaldi, il vero Amerigo – che si chiama Americo Marino sostiene che Ardone si sia ispirata a sua volta al libro I treni della felicità di Giovanni Rinaldi, che include la sua storia, che poi avrebbe rielaborato. L’Amerigo Speranza del film (Christian Cervone) vive di espedienti, furti e piccole truffe, sua madre Antonietta (Serena Rossi) cerca di sfamare se stessa e il figlio con il contrabbando di generi alimentari e concedendosi ad un guappo danaroso, Capa ‘e Fierro. Amerigo parte da Napoli per l’Emilia e da adulto diventa un violinista affermato.
Il vero Americo Marino invece sostiene che lui partì da San Severo, in provincia di Foggia e che fu mandato da Derna ad Ancona, dove poi decise di stabilirsi definitivamente, anche se ogni tanto andava a trovare i suoi per brevi periodi. Da adulto non è diventato un musicista, ma ha lavorato come barbiere. Marino ci tiene a sottolineare che la sua storia è stata riarrangiata in modo negativo:
“Mia madre non era una poco di buono, né analfabeta, non aveva un amante e non faceva il contrabbando. La signora Ardone si difende dicendo che io sono partito da San Severo e i suoi bambini sono partiti da Napoli, che il suo personaggio è diventato un violinista ed io invece barbiere (…) però lei nel suo libro mi chiama con il mio vero nome, Americo, e nomina Derna la famosa sindacalista e partigiana di Ancona che mi ha accolto. Inoltre nelle sue prime interviste ha ammesso che sono io il bambino di Ancona. Quindi da parte della Ardone c’è stato più volte un comportamento contraddittorio.”
Tornando alla vicenda storica raccontata nel film di Cristina Comencini è vero che l’iniziativa fu fortemente osteggiata dai monarchici e dalla chiesa cattolica, che misero in giro delle inquietanti fake news (oggi le definiremmo così) per dissuadere le mamme a fare una scelta che già di suo era molto difficile.

Come scrive Il Manifesto, Laura Sicignano (autrice di un testo teatrale sui treni della felicità) ha spiegato:
“Il viaggio di questi bambini di soli 4, 6 anni, fu in qualche modo iniziatico: non avevano idea di cosa li aspettasse, mentre una propaganda tremenda da parte della Chiesa gli diceva che sarebbero finiti in mano ai comunisti che ne avrebbero fatto sapone. È una storia rimossa, in cui le donne ebbero grande protagonismo, mettendosi insieme. È anche una storia di vergogna – quella che si provava a lasciare i propri figli ad altri. Ed è una storia che parla di mettersi in viaggio alla ricerca una vita migliore: noi che partivamo, mentre gli altri oggi arrivano qui”
Non tutte le famiglie ospitanti erano benestanti, semplicemente avevano più disponibilità e mezzi per aiutare. E, come viene spiegato anche al protagonista del film, non si trattò di elemosina, ma di un’operazione di solidarietà che coinvolse tutta le comunità in cui i piccoli vennero ospitati, ad esempio se andavano al bar o dal medico, non pagavano.

Un’operazione enorme, organizzata in modo impeccabile da una rete di donne, per aiutare le città disastrate dalla guerra a risollevarsi e ricostruire il proprio tessuto sociale. Non furono solo i bambini napoletani a beneficiare di questa iniziativa, ma anche bambini di Milano e Torino, che nella fase iniziale dell’organizzazione furono mandati in Emilia e altre località del Centro Nord. Anche la nonna di Serena Rossi, che nel film interpreta Antonietta, fu una di quei bambini che furono spediti a Modena e la sua foto è stata inserita insieme alle altre foto d’epoca mostrate durante i titoli di coda.
