Il film La farfalla impazzita racconta la storia vera di Giulia Spizzichino, ebrea romana nata nel 1926 e scomparsa nel 2016 che fu testimone diretta del rastrellamento del Ghetto di Roma, avvenuto nel 1944. In quella tragica serata, sette membri della sua famiglia furono arrestati e portati alle Fosse Ardeatine, mentre altri 19 sarebbero poi stati deportati ad Auschwitz.
Sfuggita all’arresto e alla morte, la donna intraprese l’attività di scrittrice, fino ad essere, suo malgrado, strumento fondamentale per l’arresto e la successiva condanna del gerarca nazista Eric Priebke, estradato in Italia dall’Argentina, dove si era rifugiato, nel 1995.

E proprio dalle udienze dei processi a carico del militare tedesco, svoltisi a Roma nel 1996 e nel 1997, arriva la viva testimonianza della tragedia che segnò per sempre la vita di Spizzichino (cfr. gli archivi di Radio Radicale)
“La famiglia di mia madre, sette persone, è finita nelle Fosse Ardeatine, mentre le donne e i bambini, in tutto diciotto persone, prelevati già il 16 ottobre, sono stati deportati e uccisi nelle camere a gas. Sette persone della famiglia Di Consiglio, la famiglia di mia madre. Erano tre fratelli con il loro padre e il loro nonno. Franco era il più giovane, aveva 17 anni; l’altro fratello, Santoro, 19; e l’altro ancora, Marco, 21.
Il loro padre aveva 44 anni. C’erano con loro anche gli zii, gli altri fratelli del padre, e il nonno, mio nonno Mosè, che aveva 75 anni.Quella sera, se vuole sapere brevemente, mi trovavo ospite di mia madre con mio padre e i miei fratelli, a casa della sorella di mia madre, in via Madonna dei Monti. Di fronte abitava mia nonna, in una bottega-abitazione. Lì viveva Mosè, con la moglie di 63 anni. Sfortunatamente, pochi giorni prima, il figlio Pacifico era andato a chiedere ospitalità al padre, perché nel bombardamento di San Lorenzo la sua casa era stata completamente distrutta. Con la moglie e i nove figli si trasferì quindi nell’abitazione dei miei nonni. Anche l’altra figlia, Clara, di 26 anni, era tornata a casa, perché doveva partorire. All’epoca agli ebrei non era permesso andare nelle cliniche o negli ospedali, quindi si affidò alla madre per l’assistenza.
Infatti, il neonato Giovanni venne preso insieme agli altri: aveva meno di quindici giorni. Con lui, anche la sorellina di tre anni, Giuliana.”
Il racconto prosegue, toccante e drammatico
“[Riguardo a Franco] compiva 17 anni proprio quel giorno. Si trovò in mezzo per caso, perché inizialmente non era stato chiamato. Ma quando vide che tutti i suoi familiari venivano nominati, si fece avanti e disse: “Vengo anch’io”. Si parlava del fatto che sarebbero stati mandati a lavorare in Germania e, per non separarsi dal padre e dai fratelli, volle seguirli.
Sembra che un carceriere gli abbia messo una mano sulla spalla per fermarlo, ma lui insistette. Il 21 marzo, giorno del suo compleanno, fu arrestato e ucciso.
Ci sono cose che non si dimenticano. Quella mattina, Franco mi disse: “Oggi è il mio compleanno, ma mi sento molto triste, è come se dovesse capitarmi qualcosa”.Quella sera, era l’ora del coprifuoco, il 21 marzo 1944. Sentimmo il rumore di un camion che passava per la via. Era impossibile che fosse un camion qualunque: a quell’ora non potevano circolare. Doveva trattarsi di un camion tedesco.
Sbirciammo da sotto le persiane e vedemmo che si fermava proprio davanti all’abitazione di mio nonno. Noi abitavamo al primo piano, di fronte. Fu un momento di grandissimo panico. Ci rendemmo subito conto che li avrebbero presi tutti. Diciotto persone. Non so quanto durò. Forse mezz’ora. A me sembrò un’eternità.Ricordo solo la mano di mia madre ferma sulla mia bocca per non farmi urlare. Un grido feroce mi esplodeva dentro. È lo stesso urlo che mi ha accompagnato tutta la vita. Forse un giorno troverò il coraggio di andare in un posto e urlare veramente. Forse solo così potrà passare questa angoscia. So solo che, quando risentimmo il camion ripartire, portava via con sé tutte le persone che amavo, lasciandomi in una solitudine che mi è durata tutta la vita.”
Poche settimane dopo, gli Alleati avrebbero liberato l’Italia, ma nemmeno la fine delle ostilità sarebbe servita ad alleviare il dolore della giovane, che ancora racconta
“Pochi giorni prima che arrivassero gli Alleati a Roma, mia madre camminava con me in via Torre Argentina e incontrò un conoscente di mio nonno, un uomo che lavorava con i nazisti. Mia madre lo chiamò “Gioia” – che era il suo cognome – e gli disse: “Sai che hanno preso mio padre, mia madre e tutta la famiglia?“. Lui rispose: “Sì, Esterina, lo so. Purtroppo devo darti una brutta notizia: i tuoi sono nella lista di quelli che sono stati fucilati“.
Ho provato rancore per mia madre per la sua rassegnata disperazione. Subito dopo, lei indossò un abito nero e, appena arrivarono gli Alleati, mise sette stellette sul vestito. Io non volevo accettarlo. Nella mia giovane età non potevo credere che fosse vero, speravo fosse un errore. Ma era vero. Nessuno di loro è mai tornato.”
Dopo aver cercato di lasciarsi alle spalle questo terribile dramma, Spizzichino sarebbe andata incontro a due sfortunati matrimoni, il primo contratto nel 1958 con un ebreo di nome Pacifico, e annullato di fatto solo sette anni dopo, alla tragica morte del primogenito a causa di una malattia, il secondo con un uomo di nome Umberto, che avrebbe dato a Giulia il figlio Marco.
La figura di questa coraggiosa donna sarebbe però tornata improvvisamente alla ribalta, nel 1994, grazie a una trasmissione televisiva, e all’intuizione di un dirigente del network USA ABC. A raccontarci come andò è ancora una volta Spizzichino, nel libro La farfalla impazzita (Giuntina 2013, con Roberto Riccardi)
“Tutto è iniziato quando sono apparsa nella trasmissione televisiva Combat film, nel 1994. Era un programma condotto da Demetrio Volcic, un po’ lo conoscevo. Ciò che non sapevo è che nella sigla, da qualche tempo, passava una foto di mia madre alle Fosse Ardeatine, tutta magra, vestita di nero, con un’altra donna svenuta tra le braccia. Fu un mio cugino di nome Franco a dirmelo. Un giorno mi chiamò per raccontarmelo, ma non doveva comunicarmi solo quello.
«Sai che la Rai sta cercando qualcuno che conosca quella donna?» mi chiese. «Mi sono segnato il numero da contattare. Avanti, telefona!».
Dall’eccidio erano passati cinquant’anni, era per quello che volevano ricordare l’episodio con una puntata speciale. Terminata la trasmissione il conduttore mi ringraziò e mi fece riportare a casa. Durante il tragitto pensai a com’era andata. Mi domandavo quanta gente potesse essere in ascolto a quell’ora così tarda. La risposta mi giunse la mattina dopo, quando il mio telefono prese a squillare all’impazzata.Mi chiamarono amici e persone che non avevo mai sentito nominare. Tutti ebbero parole di affetto e simpatia. Molti di loro non conoscevano la storia della mia famiglia, il mio intervento li aveva toccati.
Fra le tante chiamate arrivò quella che avrebbe cambiato la mia vita. Era un tizio di una televisione americana, la ABC. Mi chiese se io sapessi che Erich Priebke, responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, viveva indisturbato da anni in Argentina. Non era una frase casuale, dietro quella domanda c’era una precisa richiesta.
L’Italia aveva chiesto l’estradizione, mi spiegò, ma nell’istanza il ministro aveva fatto riferimento a «crimini di guerra» e non «contro l’umanità» e per questo non era stata accettata, secondo la legge argentina i termini per dar corso a un processo erano scaduti. Detta così è una faccenda molto tecnica, la sostanza è che per avere Priebke in Italia bisognava far pressione sul Governo di Buenos Aires.”
Spizzichino, dopo aver raccontato la propria storia a moltissimi argentini, toccati da un’altra tragedia, quella ancora più recente dei desaparecidos, torna in Italia e riceve due importanti notizie, una opposta all’altra
“Dopo la mia partenza le autorità argentine dovevano riunirsi per decidere in merito all’estradizione di Priebke. Potevo imbarcarmi tranquilla sul mio volo. Con tutto il clamore suscitato, assicuravano, non v’era dubbio che sarebbe stata concessa.
Un giorno d’estate, mi trovavo in Sardegna per passare qualche giorno al mare, mi telefonò un giornalista dall’Argentina. Era sconvolto. «Signora, sono molto triste» mi disse. «Non è stato raggiunto il numero di voti sufficiente, mi dispiace tanto».
Alcuni giorni dopo l’uomo mi chiamò nuovamente.
«Lo sa che dopo la notizia della mancata estradizione di Priebke la radio ha ricevuto moltissime telefonate?».
La gente protestava, e così a breve sarebbe stata indetta una nuova riunione. Essa si tenne e il quorum fu raggiunto. Era la fine del 1995. Erich Priebke dovette lasciare l’Argentina e venire in Italia, per affrontare un giudizio a cui era sfuggito per più di cinquant’anni.”
Il resto, come si dice, è storia o meglio, cronaca giudiziaria: dopo un lungo e tortuoso iter giudiziale, il 27 gennaio 1998 Priebke fu condannato all’ergastolo. Al proposito, ebbe a dire Spizzichino
“Lui ha dichiarato di aver eseguito ordini, di essere stato costretto a partecipare alle fucilazioni. Eppure, ha anche detto che è rimasto grande amico di Kappler. Gli ha scritto lettere, gli ha mandato auguri.
Mi chiedo: se io fossi stata obbligata a fare una cosa del genere, se fossi stata costretta a uccidere degli innocenti, avrei mai potuto continuare a essere amica di chi mi aveva costretto? A fargli gli auguri di Capodanno?”
