Christopher Nolan è tornato a parlare di uno dei passaggi più celebri dell‘Odissea, spiegando perché nella sua trasposizione cinematografica manca uno degli espedienti più famosi dell’intero poema: la risposta di Polifemo ai suoi simili dopo essere stato accecato. Intervistato da The Daily Show, il regista ha raccontato di aver cercato a lungo un modo per adattare il celebre gioco di parole costruito da Omero sul nome “Nessuno” (Outis in originale, che ovviamente suona simile a Odysseus”) senza però trovare una soluzione soddisfacente.
Durante la conversazione, il conduttore Jon Stewart ha riferito l’osservazione di uno sceneggiatore del programma esperto di greco antico, secondo il quale l’assenza del celebre scambio con Polifemo rappresentava l’unica vera mancanza del film. Nolan ha risposto con ironia, osservando che forse quel suggerimento arrivava “un po’ tardi”, prima di spiegare il vero problema: si tratta di un gioco di parole
“I giochi di parole in traduzione sono difficili. Ci ho provato, ma non è stato possibile inserirlo”.
Per comprendere la scelta del regista è necessario tornare al Canto IX dell’Odissea, dove Omero costruisce uno dei più antichi e sofisticati espedienti linguistici della letteratura occidentale.
Dopo essere approdato sull’isola dei Ciclopi, Ulisse decide di entrare nella grotta di Polifemo invece di limitarsi a rubare provviste e fuggire. È una scelta dettata dalla curiosità e dalla fiducia nelle regole dell’ospitalità, che nel mondo greco erano considerate sacre. Ulisse spera infatti di essere accolto come ospite, appellandosi a Zeus Xenios, il protettore degli stranieri. Polifemo, però, rifiuta ogni norma della civiltà: dichiara apertamente di non temere Zeus né gli altri dèi e divora due dei compagni dell’eroe.

In quel momento emerge una delle qualità fondamentali di Ulisse: la mètis, cioè l’intelligenza strategica. Pur avendo l’occasione di uccidere il Ciclope mentre dorme, comprende che sarebbe una mossa suicida, perché nessuno riuscirebbe poi a spostare l’enorme masso che chiude l’ingresso della grotta, come si vede anche nel film di Nolan. Decide così di attendere, preparare un robusto palo d’olivo, ubriacare Polifemo con il vino e costruire un piano molto più elaborato.
È qui che entra in scena il celebre nome Outis.
Quando il Ciclope, ormai ebbro, gli chiede come si chiami per ricompensarlo con un “dono ospitale”, Ulisse risponde:
“Il mio nome è Nessuno; Nessuno mi chiamano mia madre, mio padre e tutti i compagni.”
In greco antico il termine usato da Omero è appunto οὖτις (Outis). La parola significa letteralmente “nessuno”, ma viene pronunciata come se fosse un autentico nome proprio. È proprio questa duplice natura a rendere possibile l’inganno.
Dopo aver arroventato il palo e aver accecato Polifemo, il Ciclope urla richiamando gli altri della sua specie. Quando gli chiedono chi lo stia aggredendo, lui risponde:
“Outis mi uccide con l’inganno.”
Questo passaggio è considerato uno dei più celebri giochi di parole dell’intera tradizione occidentale, risalente a quasi tremila anni fa. La sua efficacia dipende però dalla struttura della lingua greca, nella quale Outis può essere percepito contemporaneamente come un nome e come un pronome. È un meccanismo difficile da riprodurre in altre lingue senza spiegazioni aggiuntive e ancora più complesso da rendere all’interno di un film, dove il dialogo deve risultare immediatamente comprensibile allo spettatore.

È proprio questa la difficoltà cui faceva riferimento Nolan. Nel cinema, infatti, il pubblico dovrebbe cogliere nello stesso istante che Ulisse sta pronunciando un falso nome e che Polifemo, poco dopo, userà quella stessa parola con un significato diverso. Se il doppio livello non funziona in modo naturale, il rischio è che una delle scene più importanti perda efficacia narrativa invece di acquistarla.

Nell’intervista Nolan ha affrontato anche un’altra scelta creativa relativa al mito: la rappresentazione del Cavallo di Troia. Il regista ha raccontato di aver immaginato già molti anni fa il cavallo semisepolto nella sabbia, senza ruote e apparentemente destinato a essere distrutto dal mare. L’obiettivo era renderlo più credibile agli occhi del pubblico moderno, mostrando un oggetto che non sembrasse costruito apposta per essere trascinato dentro la città. Quell’immagine, nata quando era stato coinvolto in un precedente progetto dedicato all’Iliade, è rimasta con lui per decenni fino a diventare parte integrante della sua Odissea.
