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Home » Film » News cinema e film » Un accordo tradito e una scelta radicale: l’assurda storia dei due sequel simultanei di Road House

Un accordo tradito e una scelta radicale: l’assurda storia dei due sequel simultanei di Road House

L'opera, remake targato Amazon de Il duro del Road House, è al centro di una battaglia legale aspra: al momento la situazione è decisamente peculiare.
Simone FrigerioDi Simone Frigerio30 Ottobre 2025
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Jake Gyllenhaal in Road House
Jake Gyllenhaal in Road House
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C’è aria di rissa – e non solo nei bar di Road House. Dopo aver trasformato l’iconico cult del 1989 in un successo da record su Prime Video, grazie anche all’iconica interpretazione di Jake Gyllenhaal, il regista Doug Liman e Amazon MGM si ritrovano oggi ai lati opposti del ring. Da un lato, lo studio ha messo in moto da tempo Road House 2, con Ilya Naishuller alla regia e Jake Gyllenhaal di nuovo nei panni del combattente da gabbia diventato buttafuori. Dall’altro, Liman ha deciso di rispondere colpo su colpo, assicurandosi i diritti di una sceneggiatura scritta tempo fa R. Lance Hill – autore del film originale con Patrick Swayze – e intitolata ‘Dylan’, allo scopo di realizzare il proprio film in autonomia. Due sequel, due visioni opposte e una sola domanda: chi avrà il diritto di continuare la saga? Ma vediamo da dove nasce questa incredibile tenzone.

Tutto comincia mesi fa, quando Liman scrive una durissima lettera aperta dalle colonne di Deadline spiegando perché non avrebbe partecipato alla première del suo stesso film al SXSW. Nel testo, il regista accusava infatti Amazon di aver tradito la promessa di un’uscita in sala del film Il film, pensato e girato per il grande schermo, era stato infatti dirottato esclusivamente su Prime Video, nonostante i test interni lo avessero indicato come potenziale campione d’incassi. “Abbiamo realizzato un successo clamoroso,” scriveva Liman, “ma Amazon ha deciso di usarlo per vendere abbonamenti e non biglietti.”

Road House
Una scena di Road House, con Gyllenhaal

La rabbia del regista non nasce solo da una questione economica, ma da una battaglia di principio: secondo lui, se le grandi piattaforme smettono di sostenere le sale, l’intera industria rischia di crollare. “Senza cinema non ci saranno star, non ci saranno nuovi registi, e alla lunga non ci saranno più storie originali,” aveva avvertito, citando l’esempio di autori come Nolan e Cruise che avevano riportato il pubblico al cinema dopo la pandemia.

Quando Amazon ha poi annunciato Road House 2, Liman ha appunto reagito con una mossa a sorpresa, acquisendo i diritti di “Dylan”, il sequel ufficiale ideato da Hill, che rivendica di aver riottenuto la proprietà della sceneggiatura trentacinque anni dopo averla venduta agli studios. Secondo la legge americana (Sezione 203 del Copyright Act), un autore può riprendersi i diritti di un’opera se la stessa non era intesa come “lavoro su commissione”. Hill sostiene appunto che Road House fosse una sceneggiatura scritta in autonomia, venduta solo in seguito a un produttore.

Amazon, da parte sua, ribatte che la vendita fu finalizzata tramite la Lady Amos Inc., una società di cui Hill possedeva quote: un cavillo che renderebbe il copione un ‘lavoro su commissione’, appunto. Il risultato? Una battaglia legale ancora aperta, che ha portato, come ci racconta ancora Deadline riferendo gli ultimi aggiornamenti della vicenda, allo sviluppo simultaneo di due produzioni analoghe basate sullo stesso concept.

Liman, schierandosi con Hill, di fatto riconosce la sua rivendicazione e apre la possibilità di un doppio sequel: quello “ufficiale” di Amazon e quello “autoriale” di Hill-Liman. Il caso potrebbe diventare un precedente cruciale per capire come la legge si applica alle opere nate negli anni Ottanta e ai rapporti tra creatori e major. Al momento, però, non sono noti eventuali dettagli di casting per la versione di Liman.

Intanto Amazon MGM va avanti con la produzione del suo film, che vedrà accanto a Gyllenhaal anche Dave Bautista, Aldis Hodge e Leila George, confermando l’uscita su Prime Video. Eppure, il fascino del bar più pericoloso d’America non è mai stato così carico di tensione. Sullo sfondo, più che un semplice sequel, si combatte una guerra per l’anima del cinema: tra libertà artistica e logiche di algoritmo, tra sala e streaming, tra chi fa i film e chi decide dove guardarli.

 

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