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Home » Film » Recensioni film » A Real Pain, la recensione: nel dolore, c’è uno sguardo

A Real Pain, la recensione: nel dolore, c’è uno sguardo

La recensione di A Real Pain, film scritto e diretto da Jesse Eisenberg, con fenomenale Kieran Culkin. Dal 27 febbraio al cinema.
Agnese AlbertiniDi Agnese Albertini27 Febbraio 2025Aggiornato:27 Febbraio 2025
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Kieran Culking e Jesse Eisenberg in A Real Pain - Fonte: Searchlight Pictures
Kieran Culking e Jesse Eisenberg in A Real Pain - Fonte: Searchlight Pictures
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Il film: A Real Pain, 2024. Regia: Jesse Eisenberg. Cast: Kieran Culkin, Jesse Eisenberg, Jennifer Grey, Will Sharpe, Kurt Egyiawan, Liza Sadovy, Daniel Oreskes. Genere: Commedia, drammatico. Durata: 90 minuti. Dove l’abbiamo visto: in anteprima.

Trama: Due cugini con caratteri diversi, David e Benji, intraprendono un viaggio in Polonia per rendere onore all’adorata nonna. L’avventura giunge a una svolta quando le vecchie tensioni della coppia riemergono sullo sfondo della loro storia familiare.

A chi è consigliato?: A chi ama le storie che mescolano dramma e commedia con intelligenza, offrendo personaggi complessi e dialoghi brillanti.


Che Kieran Culkin si meritasse ogni riconoscimento nel settore, per i fan di Succession, era cosa nota da tempo. Ma che, oltre all’incetta di premi per il suo impeccabile ritratto di Roman Roy – membro della famiglia che controlla uno dei più potenti conglomerati di media nella serie HBO – potesse addirittura puntare all’Oscar in un lasso di tempo così breve, è semplicemente un’enorme gioia.

L’occasione propizia è stata A Real Pain, presentato al Sundance Film Festival 2024, dramedy sui generis – in tanti lo hanno giustamente definito “alleniano” nella più pura accezione del termine – che poteva essere partorito solo dalla mente di uno degli artisti più eclettici in circolazione: Jesse Eisenberg. L’incontro tra l’impredibilità schiacciante del primo – soprattutto di spontaneità fisica e verbale – e la teoricità nevrotica del secondo, ha dato vita a una delle più intelligenti riflessioni recenti sul contrasto tra memoria collettiva e personale, le fatiche del passato e i privilegi del presente e, soprattutto, l’emotività maschile.

Dagli States alla Polonia

Una scena di A Real Pain - Fonte: Searchlight Pictures
Una scena di A Real Pain – Fonte: Searchlight Pictures

Due cugini, David e Benji, interpretati rispettivamente dal regista Jesse Eisenberg e da Kieran Culkin, si recano in Polonia, con l’intenzione di visitare la casa della nonna, sopravvissuta agli orrori dell’Olocausto e morta di recente. Hanno quarant’anni, si vogliono molto bene, ma si sono allontanati nel corso degli anni, a causa dei loro stili di vita e, soprattutto, delle loro personalità molto diverse. David è il tipico nevrotico ebreo che Eisenberg ha interpretato per tutta la sua carriera, ereditato in un certo senso dalla scuola di Woody Allen: nervoso, ansioso, sempre preoccupato e in preda ai sensi di colpa, incapace di rilassarsi e/o di godersi quasi tutto. È sposato, ha un lavoro stabile, una moglie e un figlio piccolo, ma la sua personalità ha un sottotesto ansiogeno che si manifesta sempre.

Benji è molto diverso. Il suo arsenale nevrotico corre su un binario diverso: è un ragazzo intenso e altrettanto o più loquace del cugino, solo che non si trattiene, dice quello che pensa e passa repentinamente – come un maniaco-depressivo (forse lo è) – da uno stato emotivo festoso e amichevole a uno decisamente più aggressivo e brusco. “Illumini ogni stanza in cui entri con la tua presenza e immediatamente sputtani tutti quelli che ci sono dentro”, dice David, che è ovviamente innervosito e, in alcuni casi, imbarazzato dai suoi comportamenti eccessivi e dalla sua mancanza di controllo. Lo adora, ma a volte non lo sopporta. In ogni caso, è lì ad accompagnarlo, perché tutto sembra indicare che Benji – che non ha una compagna né, a quanto pare, un lavoro stabile – è stato colpito duramente dalla morte della nonna e non riesce a uscire da questo stato, che a volte sfiora la depressione.

Così, partecipano a un “Heritage Tour” che inizia a Varsavia, prosegue a Lublino e include il vicino campo di concentramento di Majdanek. Con una simpatica guida britannica (Will Sharpe), David e Benji si uniscono a una donna divorziata da poco (Jennifer Grey), a una coppia autodefinitasi “noiosa” e convenzionale e a un sopravvissuto alla guerra civile ruandese che si è convertito all’ebraismo una volta arrivato in Canada. Insieme intraprendono questo tour storico che li porta a visitare quartieri, luoghi importanti e cimiteri ebraici della zona, ma è su un altro percorso che Eisenberg si vuole concentrare.

Il viaggio da trovare

Frame dal film A Real Pain - Fonte: Searchlight Pictures
Frame dal film A Real Pain – Fonte: Searchlight Pictures

Insomma, in pochi minuti A Real Pain diventa quello che non ci si sarebbe mai aspettati da delle premesse del genere: un buddy movie in cui due cugini affrontano i loro problemi e i loro traumi personali nel contesto di un trauma storico molto più grande, che li include, li interroga e allo stesso tempo li rende minuscoli. Eisenberg ci dice che essere in movimento è il luogo migliore per mettere in gioco l’operazione che ci permette di capire e affrontare quel dolore vero. Per quanto Benji tema di potersi in qualche modo associare all’idea di turismo borghese che anima il tour della memoria, il vero viaggio è tutt’altro: la realtà si intromette di prepotenza – la loro e quella dei luoghi che attraversano – i piani cambiano, e a volte la cosa migliore da fare è lasciare che l’esperienza trapeli da ogni poro e lasciarla scorrere, senza aspettarsi che le cose cambino da un giorno all’altro.

Ma è nella caratterizzazione di Benji che A Real Pain espleta al massimo il significato del suo titolo. Un personaggio che è esattamente come Kieran Culkin si mostra nella vita di tutti i giorni, un folletto stranissimo a cui non possiamo togliere gli occhi di dosso e che, in tutta risposta, continua a guardarci, a voler farsi sentire, auspicando che il pubblico colga quel non detto in cui si cela tutta la sua verità. Racconta qualcosa di così preciso nella sua fuggevolezza con l’interprete migliore che potesse incarnare questi moti oppositivi. Le sinfonie di Chopin irrompono per ricordarci la solennità con cui il viaggio è stato istituito, ma nulla può contro l’emotività muscolare di Benji, i suoi raptus di onestà che rendono così leggibile la vita vera. Anche la performance di Eisenberg è da leggere in funzione di come l’attore si è sempre presentato al mondo, dentro e fuori dal quadro filmico. Nevrotico, pieno di ansie e pensieri, è probabilmente l’interprete che meglio incarna oggi il modo di stare al mondo che abbiamo conosciuto per decenni attraverso Woody Allen.

Come ci si sente ad essere Benji?

Benji e David in una scena di A Real Pain - Fonte: Searchlight Pictures
Benji e David in una scena di A Real Pain – Fonte: Searchlight Pictures

La prima e l’ultima inquadratura del secondo film da regista di Jesse Eisenberg sono simmetriche. La macchina da presa, dopo un breve giro nelle infinite sale d’attesa comuni dei maggiori aeroporti, si ferma sul volto di un uomo dall’aspetto ancora giovanile, ma che in realtà si avvicina ai 40. Da lontano sembra smarrito ma, quando ci viene mostrato in primo piano, lo vediamo con gli occhi inumiditi, l’emozione contenuta e qualcosa che sta per esplodere (non sappiamo cosa), per il momento ancora ben nascosto dentro di lui. I 90 minuti racchiusi tra questi due attimi, l’inizio e la fine, daranno un senso compiuto all’espressione di Benji Kaplan, l’uomo seduto in aeroporto senza un motivo apparente se non quello di far passare il tempo, e daranno forma all’intera storia concepita dalla sceneggiatura e diretta da Eisenberg.

Insomma, il senso del viaggio intrapreso dai due cugini non è solo quello di onorare la memoria della nonna e riscoprirne le radici, per David c’è un altro mistero da scoprire: vorrebbe sapere come ci si sente ad essere Benji. Ma è impossibile spiegarlo a parole, ed è per questo che Eisenberg affida alla prima e all’ultima inquadratura – e ai precisissimi 90 minuti che vi stanno in mezzo – il compito di sintetizzare tutto quello che può significare nascondersi dietro quel cappuccio bordeaux. La risposta? Cercatela nel titolo.

La recensione in breve

8.5 Da premiare

A Real Pain conferma Jesse Eisenberg come un autore capace di fondere introspezione e ironia, costruendo un racconto che oscilla tra il dramma e la commedia con grande naturalezza. Eisenberg dirige con mano sicura, evitando facili sentimentalismi e lasciando spazio a un’ironia tagliente che rende il film un viaggio emotivo sincero e coinvolgente.

Pro
  1. Il personaggio complesso e magnetico di Benji e la straordinaria performance di Kieran Culkin
  2. L’alchimia tra Culkin ed Eisenberg è perfettamente bilanciata tra contrasto e complementarità
  3. Eisenberg costruisce una riflessione profonda sull’emotività maschile e sul rapporto tra memoria collettiva e personale, senza cadere in stereotipi
Contro
  1. La scrittura e la regia di Eisenberg potrebbero risultare troppo cerebrali per chi preferisce un racconto più immediato ed emozionale
  • Voto CinemaSerieTv 8.5
  • Voto utenti (0 voti) 0
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