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Home » Film » Recensioni film » Dead Man’s Wire, la recensione: ostaggio sul filo dei media

Dead Man’s Wire, la recensione: ostaggio sul filo dei media

La recensione di Dead Man’s Wire: un crime che scava nella società americana dove l’oppresso diventa l’oppressore.
Gianluca ZanniDi Gianluca Zanni3 Settembre 2025
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Dead Man's Wire, una scena (fonte: Elevated Films)
Dead Man's Wire, una scena (fonte: Elevated Films)
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Il film: Dead Man’s Wire(2025)
Regia: Gus Van Sant
Genere: Thriller, Commedia
Cast: Bill Skarsgard, Dacre Montgomery, Colman Domingo, Al Pacino
Durata: 105 minuti
Dove l’abbiamo visto: Proiezione stampa alla Mostra del Cinema di Venezia (versione originale con sottotitoli)

Trama: Febbraio 1977, Anthony G. Kiritsis, detto Tony, entra nell’ufficio del presidente della Meridian Mortgage Company per un normale. Ma quello che si doveva essere un confronto civile si trasforma in un rapimento dove Tony tiene Richard Hall al collo con un cavo teso al grilletto di un fucile a canne mozze calibro 12. Quello che seguirà sarà un evento che coinvolgerà tutti i media di Indianapolis.

A chi è consigliato? Dead Man’s Wire è consigliata innanzitutto ai cultori del cinema di Gus Van Sant, ma soprattutto a coloro che cercano sul grande schermo un poliziesco che va oltre le convenzioni, divertendo e facendo riflettere lo spettatore sugli anni Stati Uniti e il loro sistema.


Con Dead Man’s Wire si celebra il ritorno di Gus Van Sant alla regia dopo ben sette anni. Il film entra di prepotenza nella sezione Fuori Concorso della 82° Mostra del Cinema di Venezia, lasciando un segno con una dark comedy dal sapore thriller.

Un po’ come in Un giorno di ordinaria follia, assistiamo all’esplosione dell’uomo americano medio di fronte al sistema, con la differenza che, in questo caso, la causa scatenante è una grossa compagnia di mutui di Indianapolis.

Quando l’uomo comune diventa folle

Fin dalle prime sequenze siamo attaccati alla figura di Tony Kiritsis, un uomo normale, uno di quelli che conosci e saluti, pensando che non ci sia niente di male in lui. Ma, quando meno te lo aspetti, è proprio lui a scatenare il caos e a prendere in ostaggio Richard Hall, il presidente della Meridiana Mortgage Company, sentendosi tradito dall’azienda.

Questo incipit fa esplodere un caso di rapimento che permette a Gus Van Sant di mostrare come il cittadino comune cerchi di farsi giustizia privata. Tony, sentendosi tradito dal mondo, si affida a un fucile collegato a un filo avvinghiato attorno al collo del povero malcapitato. Insomma: vita e morte appese a un filo.

Lo show dei media

Dead Man's Wire, una scena (fonte: Elevated Films)
Dead Man’s Wire, una scena (fonte: Elevated Films)

Ciò che rende singolare il lungometraggio è la modalità con cui il cineasta ha voluto seguire la vicenda. Staccandosi dallo stereotipo del genere crime, Van Sant sceglie liberamente di non seguire le sole indagini della polizia, ma ricostruisce l’intera storia usando i media dell’epoca.

In tal senso, il film ci porta dallo schermo di una TV di fine anni ’70 ai servizi dei telegiornali locali, con un focus particolare sulla radio, per poi ritrovarci all’interno della casa di Tony, dove lentamente vengono a galla tutte le motivazioni che hanno portato a un gesto così folle. Lo spettatore si sente a casa, come se un grosso televisore lo stesse informando in tempo reale.

Il fallimento di un Paese

Lentamente, veniamo a sapere quali sono le cause che hanno scatenato Tony e il risultato è chiaro: un uomo che si è affidato al sistema capitalistico americano e che intende ottenere vendetta, oltre a delle scuse personali. Un uomo contro tutto e tutti pur di riavere ciò che ha perso, con la consapevolezza che i media sono i suoi unici alleati.
Tony diventa così un’altra vittima del capitalismo americano. Se con Park Chan-Wook ci siamo trovati di fronte alla tipica “lotta tra poveri”, qui Van Sant non si risparmia e mette in mostra la lotta contro gli Stati Uniti e le grandi aziende. È una perfetta rivisitazione di Davide contro Golia, che fa molto ridere per l’assurdo piano del protagonista, ma che permette al contempo di riflettere sulle condizioni di un Paese che, in fondo, non è mai cambiato.

La recensione in breve

7.5 Tragicomico

Col ritorno di Gus Van Sant sul grande schermo ci troviamo di fronte ad un poliziesco diverso dal solito, tra tensione e momenti comici. L’occasione mette in mostra dei fatti realmente accaduti con l’assemblaggio dei media dell’epoca, riuscendo a coinvolgere lo spettatore all’interno della vicenda.

Pro
  1. Racconto originale attraverso i media dell’epoca
  2. Critica efficace al capitalismo americano
  3. Parallelo interessante con Davide e Golia
Contro
  1. Personaggi secondari non analizzati
  2. Tono troppo celebrativo, poco critico
  • Voto CinemaSerieTV 7.5
  • Voto utenti (0 voti) 0
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