Tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000 si usava spesso il termine “fumettone” per indicare tutti quei film, generalmente d’azione, particolarmente esagerati con una trama poco solida, personaggi fuori dal comune e scene al limite dell’impossibile. La sospensione dell’incredulità, il più delle volte, andava lasciata a casa. Altro termine largamente utilizzato era “americanata” o “videogioco”. Insomma, l’associazione comune riguardava il fatto che i videogiochi, i fumetti o le produzioni americane fossero di una qualità talmente bassa da poterne sfruttare il termine per qualcosa che ne ereditasse le medesime qualità.
Eppure, negli anni si è riscoperto il valore artistico e autoriale di videogiochi e fumetti, così come di alcuni film americani meno esasperati nei toni. E non solo, perché termini di questo tipo sono stati rivalutati e liberati dalla loro aura legata ai film di serie b. I lungometraggi “fumettoni” non sono più qualcosa di poco lodevole, ma nonostante mantengano l’accezione di produzioni scanzonate, possono rappresentare ugualmente una lodevole fonte di divertimento. E Father Joe, presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, si fregia di questa rispolverata definizione.
Parola d’ordine: esagerazione

Il film è diretto dallo svizzero Barthélémy Grossmann, ma è attraverso la penna che ha firmato la sceneggiatura che riconosciamo subito lo stile adottato da Father Joe. Luc Besson è la mano che muove i fili di questo action in cui un prete imbraccia le armi da fuoco e le arti marziali per distruggere la rete di droga e criminalità a New York. A interpretare il protagonista è un Kiefer Sutherland incredibilmente in parte e convincente, mentre l’antagonista è il sempre sopra le righe Al Pacino. E in un lungometraggio così allucinato, Pacino può solo che essere una benedizione. Ad accompagnare la missione per conto di Dio di Father Joe troviamo una schiera di chierichetti mortali che con nunchaku, katana e mitra lo aiutano a salvare i bambini bisognosi della città. E fare a pezzi coloro che si mettono sulla loro strada.
In questo senso, il film firmato Luc Besson è un tripudio di violenza, combattimenti e divertimento. La storia è abbozzata per lasciare pienamente lo spazio a sequenze votate all’azione. Il protagonista è una vera e propria macchina da guerra, infallibile con un’arma da fuoco tra la mani e apparentemente incapace di soffrire le ferite peggiori, perfino le esplosioni più roboanti. Ottime le coreografie degli scontri corpo a corpo, sebbene Sutherland non sia un maestro marziale e si nota immediatamente. Il film, però, non si prende mai veramente sul serio e questa natura scanzonata fa sì che si perdonino alcune mancanze. Ma non tutte.
Sotto i detriti cosa resta?

Il film non è esente dai difetti, primo tra tutti una struttura narrativa eccessivamente semplice, personaggi all’infuori di Sutherland e Pacino con caratterizzazioni che lasciano a desiderare e una fase centrale che rallenta nel ritmo. Inoltre tutti coloro che prediligono l’iper realismo mal sopporteranno una messa in scena tanto esasperata. La trama racconta di Joe, ex marine che torna a casa dopo la guerra e trova l’amore della sua vita. Con lei avrà una figlia che morirà ancora adolescente in seguito a un’overdose di sostanze stupefacenti, vendutele dalla mafia italoamericana di Manhattan. Dopo il decesso della figlia e anche della moglie, diventerà un prete per vestire i panni del giustiziere Father Joe. Lungo la sua missione di vendetta, incontrerà una giovane ragazza (interpretata da Ever Anderson) con la quale instaurerà una relazione paterna.
Il personaggio della Anderson risulta essere il più debole e il problema più grande. Mal caratterizzato, mal raccontato e mal giustificato. Ci si fa presto l’idea che il suo arco narrativo sia stato inserito per dare un tocco di colore alla narrazione, rovinandone l’essenza e rallentando il ritmo. Anche lo scontro ideologico tra protagonista e antagonista è a malapena abbozzato, sebbene non ci si aspettasse nulla di più di discorsi pseudo filosofeggianti sulla criminalità, la vendetta e la redenzione. In fin dei conti, va anche bene quel che Father Joe è, ma una profondità maggiore non fa mai male, anche negli action di questo tipo.
Questo Father Joe ha rappresentato un toccasana per chi ha partecipato alla Mostra del cinema di Venezia. Dopo decine di film d’autore, dalle trame complesse e impegnate, godersi un lungometraggio leggero può solo far piacere. Tuttavia la domanda che ci si pone è quanto possa essere valido e fare breccia all’infuori delle dinamiche da Festival. Probabilmente nelle sale non farà successo, ma tra le mura di casa, durante un sabato sera e grazie a una piattaforma streaming può rappresentare una visione divertente e che non prevede troppe pretese o grandi attenzioni.
La recensione in breve
Father Joe è un film vibrante, un action esagerato e divertente. Kiefer Sutherland e Al Pacino sono bravissimi nei loro ruoli fuori dal comune e l'azione sfrenata rende questo lungometraggio una visione perfetta in un sabato sera da passare sul divano di casa, senza troppi pensieri. Il personaggio di Ever Anderson e il suo arco narrativo rallentano il ritmo e alcuni difetti di sceneggiatura possono rappresentare un problema per gli spettatori che pretendono qualcosa di più e chi ama il realismo resterà deluso.
PRO
- Kiefer Sutherland e Al Pacino sono esagerati e ci piace
- Il tono esagerato
- L'azione e le coreografie dei combattimenti
CONTRO
- Il personaggio di Ever Anderson rallenta il ritmo
- Lo scontro ideologico tra protagonista e antagonista
- Voto Cinemaserietv.it
