Il film: Havoc, 2025. Diretto da: Gareth Evans. Cast: Tom Hardy, Forest Whitaker, Timothy Olyphant, Jessie Mei Li, Justin Cornwell, Luis Guzmán. Genere: Thriller, azione, crime. Durata: 123 minuti. Dove l’abbiamo visto: su Netflix.
Trama: Dopo che un’operazione antidroga fallisce, un detective ferito deve farsi strada attraverso un pericoloso mondo criminale per salvare il figlio di un politico. Nel frattempo, scopre una rete di corruzione che infesta l’intera città.
A chi è consigliato? Agli amanti dell’azione brutale e dei thriller noir, e a chi apprezza le storie tese e adrenaliniche con protagonisti tormentati e ambientazioni cupe.
Parliamoci chiaro: Gareth Evans è uno dei talenti più sottovalutati del cinema d’azione contemporaneo. Gli appassionati del genere, specialmente in ambito asiatico, conoscono bene il suo lavoro, anche se in Occidente il suo nome rimane ancora di nicchia. Con Merantau e i due capitoli di The Raid, Evans ha rivoluzionato l’action degli ultimi anni, imponendo uno stile più crudo, coreografico e fisicamente estremo. Tuttavia, dopo l’exploit di The Raid 2, si è cimentato nella regia di un solo film, l’horror Apostolo (2018), e della serie Gangs of London. In questo senso Havoc – girato già nel 2021 ma completato solo nel 2024 a causa di ritardi legati agli scioperi di Hollywood – segna il suo ritorno all’action puro.
Le aspettative erano alte, e forse proprio per questo la sua ultima incursione dietro la cinepresa lascia un po’ l’amaro in bocca. Certo, Evans continua a eccellere nelle sequenze d’azione, coreografate con brutalità e uno stile riconoscibile, ma la trama che le collega è decisamente più confusa e meno incisiva. Nonostante ciò, grazie a un Tom Hardy determinato e cupo, a un’atmosfera da incubo urbano e a una violenza scenica portata all’estremo, l’esperienza rimane tutto sommato godibile.
Gareth Evans torna all’action puro con Havoc

In Havoc le pallottole sostituiscono le arti marziali. Se nei suoi lavori precedenti Evans mostrava scontri corpo a corpo spettacolari, qui costruisce un vero e proprio “balletto di fuoco”: sparatorie furibonde in cui nessuno si accontenta di un singolo colpo. Per avere un’idea generale dell’esperienza, pensare che tre delle quattro principali scene d’azione si trasformano in massacri a suon di proiettili, generando una guerra urbana feroce e inarrestabile.
La trama è volutamente intricata, con diversi personaggi mossi dall’istinto di proteggere i propri figli. Al centro c’è Walker (Tom Hardy), un detective segnato dal passato, che cerca redenzione – anche attraverso il rapporto distante con sua figlia – durante il periodo natalizio. La missione: ritrovare il figlio scomparso di Lawrence Beaumont (Forest Whitaker), un candidato sindaco corrotto. Il tutto in una città che sembra un incrocio tra la Chicago degli anni ’70, la Gotham City dei fumetti e la Hong Kong dei ’90: un paesaggio notturno, nebbioso e decadente.
Dalle arti marziali alle pallottole: un balletto di fuoco

Nel 2024 abbiamo visto arrivare in sala e su piattaforma titoli come Furiosa: A Mad Max Saga di George Miller, Twilight of the Warriors: Walled In di Soi Cheang e The Shadow Strays di Timo Tjahjanto, tutti caratterizzati da un interessante equilibrio tra effetti digitali e azione pratica. Sostanzialmente, film in cui la CGI non serve a coprire i difetti, ma diventa parte integrante dell’estetica senza offuscare la fisicità delle scene.
Come affermato in apertura, non è possibile parlare di cinema d’azione contemporaneo crudo senza citare Gareth Evans e il suo The Raid, film che sacrificava la trama per dare spazio a set piece spettacolari e coreografati, una lezione ripresa anche dalla saga di John Wick. Il regista non ha mai cercato il realismo né il dramma profondo: il suo interesse principale è la costruzione di sequenze di lotta complesse, brutali e mozzafiato.
Quando la narrazione si perde, l’azione prende il sopravvento

Dopo un’apertura mozzafiato, Havoc alterna inseguimenti, tradimenti, guerre tra bande e corruzione politica, intrecciando linee narrative che si complicano sempre più. Tra alleati ambigui e nemici letali, la storia avanza verso un’inarrestabile escalation di sangue e distruzione. Dal minuto 50 in poi, Evans dà libero sfogo al suo talento: una serie di sequenze d’azione concatenate, culminanti in una vera e propria “terza guerra mondiale” combattuta tra bande rivali.
È qui che il regista dà il meglio di sé, mentre la struttura narrativa – visibilmente compromessa, forse a causa delle difficoltà produttive – appare meno solida. I personaggi secondari, compresi Timothy Olyphant e Jessie Mei Li, restano sottoutilizzati, mentre l’intreccio si fa sempre più nebuloso. Tuttavia, chi conosce e apprezza il cinema di Evans sa che la forza non sta nella coerenza narrativa, bensì nella potenza viscerale delle immagini.
Un’estetica sporca, cupa e visivamente memorabile

Ciò che rende Havoc davvero interessante è la sua identità visiva unica. L’estetica cupa e sporca, che richiama Blade Runner, distingue il film dalla media dei prodotti d’azione targati Netflix. Pur non essendo un’opera perfetta, è il frutto della visione personale di un regista che rifiuta l’omologazione e che sa ancora stupire per la forza bruta e l’energia primordiale del suo cinema.
In 105 minuti intensissimi, Evans orchestra una vera apoteosi di violenza, dove è facile perdere il conto dei proiettili esplosi. Le coreografie dei combattimenti corpo a corpo, frenetiche e credibili, esaltano la fisicità degli attori e il lavoro straordinario degli stuntmen. È un peccato che Havoc non sia uscito in sala: il piccolo schermo fatica a rendere appieno la carica visiva esplosiva che lo contraddistingue.
Una gioia per gli occhi, nonostante qualche cliché

Pur mantenendo il suo stile visivo sporco ed energico, Evans non raggiunge il livello di astrazione epica visto in The Raid. Gli ambienti – come il club di musica elettronica o la baita isolata – sono più convenzionali, e i dialoghi espositivi appesantiscono la narrazione. Tecnicamente, Havoc è una gioia per gli occhi. Pur non essendo girato su pellicola, il regista regala alla fotografia una grana vintage anni ’80 e arricchisce il tutto con movimenti di macchina fluidi e scene coreografate con precisione chirurgica. Il sangue scorre a fiumi e il finale, pur non essendo memorabile, regala la giusta sensazione di catarsi. Gareth Evans conferma di essere uno dei pochi autori capaci di portare una visione personale nel panorama sovraffollato del cinema action contemporaneo.
La recensione in breve
Havoc segna il ritorno di Gareth Evans all'action duro e puro, con sequenze spettacolari e una messa in scena visivamente potente. Nonostante una trama confusa e personaggi poco approfonditi, il film riesce comunque a conquistare grazie all'energia viscerale delle scene di combattimento e a una direzione artistica che si distingue nel panorama del cinema d’azione contemporaneo. Un'esperienza intensa, adatta a chi sa apprezzare l'azione sopra ogni altra cosa.
Pro
- Sequenze d’azione coreografate magistralmente, con un’energia brutale e coinvolgente
- Estetica visiva cupa e sporca, distintiva e lontana dagli standard più patinati di Netflix
- Direzione tecnica impeccabile, con piani sequenza e movimenti di macchina audaci
- Omaggio riuscito al cinema d'azione hongkonghese anni '80-'90
Contro
- Trama confusa e secondaria, schiacciata dal peso delle scene d’azione
- Personaggi secondari sottoutilizzati e poco sviluppati
- Dialoghi espositivi e stereotipati, che appesantiscono la narrazione
- Finale non particolarmente memorabile rispetto all'esplosività della parte centrale
- Voto CinemaSerieTv
