Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio riporta Brad Pitt a lavorare con David Ayer dodici anni dopo Fury, ma questa volta al posto di carri armati e campi di battaglia ci sono i grandi spazi dell’Alaska e un pastore tedesco come coprotagonista. Il film parte da una formula molto semplice, quella del survival, e la lega alla storia di due reduci che hanno condiviso la guerra e continuano a dipendere l’uno dall’altro anche molti anni dopo. Ayer non cerca particolari variazioni sul genere e racconta questa avventura in maniera piuttosto classica, affidandosi soprattutto a Pitt e al rapporto con Odin. Una scelta che funziona, anche quando la sceneggiatura diventa prevedibile e la componente sentimentale viene spinta un po’ troppo.
Brad Pitt e Odin, due reduci soli in Alaska

James Belmont (Brad Pitt) ha trascorso trent’anni nelle forze speciali americane e ora vive lontano da tutto, spostandosi con il suo piccolo aereo tra le distese dell’Alaska. Con lui c’è Odin, il cane che lo ha accompagnato anche durante le missioni in Iraq e Afghanistan. Entrambi sono usciti dalla guerra portandosi dietro conseguenze molto pesanti: James convive con i propri traumi, mentre Odin ha una protesi a una zampa, ha perso diversi denti e continua ad avere incubi.
A interrompere la loro vita isolata è un infarto che colpisce James mentre sta pilotando; l’aereo precipita in acqua e, dopo essere sopravvissuti all’incidente, i due devono trovare il modo di raggiungere la civiltà. Da quel momento Heart of the Beast diventa un racconto di sopravvivenza in senso stretto, fatto di orientamento, stanchezza, fiumi da attraversare e animali selvatici da evitare.
Un survival senza molte sorprese

Dopo l’incidente, la sceneggiatura segue una strada piuttosto prevedibile: James e Odin devono procedere verso la civiltà e il viaggio viene scandito da una serie di pericoli: un orso, un branco di lupi, un fiume, le condizioni fisiche sempre più precarie di James. Non è difficile intuire il funzionamento del film e nemmeno capire quando sta per arrivare un nuovo ostacolo.
Ayer riesce però a dare ritmo a questa struttura elementare. L’esperienza accumulata con il cinema d’azione si vede soprattutto nelle sequenze più fisiche, dove il regista evita di trasformare James in un ex soldato capace di cavarsela in qualsiasi situazione: sa leggere una mappa, usare una bussola e muoversi nella natura, ma ha appena avuto un infarto e ogni sforzo presenta conseguenze sempre più evidenti.
Brad Pitt sostiene un film con pochissimi dialoghi

Per lunghi tratti Pitt non ha un vero interlocutore umano e deve rendere credibile una relazione costruita quasi esclusivamente attraverso gesti, sguardi e poche parole rivolte a Odin. Ma la relazione con Odin funziona soprattutto perché il film la presenta come uno scambio continuo. Non c’è soltanto il cane fedele che salva il padrone: James si prende cura di Odin dopo l’incidente, Odin cerca di aiutarlo quando il suo cuore cede e durante il viaggio i ruoli continuano a invertirsi.
Odin è interpretato da quattro pastori tedeschi, e il montaggio riesce quasi sempre a dare continuità alle sue reazioni senza trasformarlo in un personaggio eccessivamente umanizzato. Qualche concessione c’è, compresa una sequenza legata ai suoi incubi che risulta più esagerata del necessario, ma per gran parte del film Ayer riesce a fermarsi prima di esagerare. È semmai nella parte finale che questa cautela viene meno. Musica, montaggio e interpretazione spingono apertamente sulla commozione e alcuni passaggi sembrano costruiti proprio per mettere alla prova il pubblico più sensibile alle storie con protagonisti animali. Pitt riesce comunque a dare peso a quei momenti, anche quando la regia sottolinea emozioni che avrebbero funzionato senza bisogno di essere accompagnate così da vicino.
Quando l’emozione prende il sopravvento

Heart of the Beast non sorprende quasi mai e probabilmente non ne ha nemmeno l’ambizione. Il percorso di James e Odin è tracciato con grande chiarezza e perfino l’apertura del film fornisce allo spettatore un’informazione importante su ciò che accadrà. Ayer preferisce creare tensione sulle singole situazioni piuttosto che affidarsi a grandi svolte narrative.
Rimane invece un po’ in superficie il passato militare dei due protagonisti: i flashback mostrano ciò che hanno attraversato insieme e spiegano la loro dipendenza reciproca, ma il film avrebbe potuto approfondire maggiormente la condizione di James dopo trent’anni nell’esercito. La sua scelta di vivere isolato, senza legami umani visibili e con Odin come unica presenza stabile, è interessante ma viene soprattutto suggerita.
Anche il finale chiede allo spettatore di accettare qualche forzatura e conferma la tendenza del film a insistere in maniere esagerata quando vuole emozionare il suo pubblico. È il limite più evidente di un racconto che, nelle parti migliori, non avrebbe bisogno di fare molto per coinvolgere: Pitt e Odin, infatti, hanno già costruito un rapporto abbastanza credibile perché sia sufficiente vederli avanzare insieme, sempre più stanchi e malconci.
Cosa ne pensiamo in sintesi
Un survival dalla struttura prevedibile che trova la propria forza nel rapporto tra Brad Pitt e Odin. David Ayer costruisce bene tensione e avventura, anche se a volte insiste troppo sulla commozione.
Pro
- Il rapporto tra James e Odin è credibile e sostiene tutto il film.
- Brad Pitt funziona molto bene anche con pochissimi dialoghi.
- David Ayer gestisce con grande ritmo le sequenze di sopravvivenza.
Contro
- La struttura del survival è piuttosto prevedibile.
- Alcuni passaggi cercano la commozione con troppa insistenza.
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Voto CinemaSerieTV
