Siamo tornati nelle sale per Il Diavolo veste Prada 2 (uscito in Italia il 29 aprile) con un misto di curiosità e quel timore reverenziale che si prova davanti ai grandi classici. La notizia vera? Non è l’operazione nostalgia che tutti temevamo. Se il primo film era il manifesto di un’epoca d’oro, questo sequel è il racconto di ciò che resta dopo che il terremoto digitale ha raso al suolo le vecchie certezze.
Non è un film che vive di rendita. Certo, rivedere Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci sullo schermo è un piacere immediato, ma la forza dell’operazione sta nel contesto: non siamo più nel 2006. Oggi il successo è un’equazione instabile e il film usa proprio questo scarto generazionale per dare un senso alla sua esistenza.
Runway oggi: un’istituzione sotto assedio

Dimenticate il castello di vetro inattaccabile. La rivista Runway oggi è un simbolo che deve imparare a tirare fuori le unghie per non finire nel dimenticatoio. L’autorevolezza non piove più dall’alto: viene sezionata sui social, contestata dai lettori, misurata in clic. In questo caos torna Andy Sachs, e non per fare una sfilata di ricordi. Andy torna perché è diventata una professionista solida, con una credibilità costruita lontano dai corridoi di Miranda. Viene richiamata per fare quello che nessuno lì dentro sa più fare: dare un’identità nuova a un mondo che rischia di diventare una parodia di sé stesso.
Miranda Priestly: l’icona non urla, sussurra

Miranda resta il sole attorno a cui ruota tutto il sistema, ma è un sole che inizia a intravedere il proprio tramonto. Meryl Streep è, manco a dirlo, magistrale. Non trasforma il personaggio in una macchietta; la sua Miranda è ancora gelida, precisa, letale. Tuttavia, stavolta intravediamo delle crepe. Il suo controllo non è più assoluto perché il mondo non risponde più ai suoi ordini. C’è una tensione sottile nel vederla reagire (o scegliere di non farlo) a una realtà che non riconosce più come sua. È una Miranda più umana? Forse no, ma è sicuramente una Miranda più assediata.
Andy e Miranda: il passaggio di testimone (forse)

Dimenticate la vecchia dinamica tra il capo carnefice e l’assistente vittima: qui il rapporto si evolve in un confronto tra pari, o quasi. Andy torna sullo schermo adulta e consapevole, meno disposta a subire passivamente ma ancora affamata di un senso profondo nel proprio lavoro. Dall’altra parte, Miranda si trova costretta a fare i conti con la realtà: le sue vecchie regole d’acciaio non bastano più a tenere in piedi la baracca. Il film gestisce questo equilibrio con grande intelligenza, preferendo lavorare sulle sfumature, sui silenzi e sugli sguardi carichi di sottintesi piuttosto che cercare lo scontro frontale a tutti i costi. È una partita a scacchi psicologica che dà spessore a entrambe, rendendo il loro legame molto più interessante di un semplice ritorno di fiamma professionale.
Sopravvivere al presente: cosa funziona e cosa meno

In fondo, il cuore della pellicola batte molto più tra le scrivanie che sulle passerelle, trasformandosi in una sorta di manuale di adattamento per un mercato che ti divora un post alla volta. Si parla di cosa significhi oggi costruire una carriera in un sistema che cambia pelle ogni sei mesi, tra redazioni che si svuotano e la precarietà che morde anche chi siede ai vertici. Sebbene la regia mantenga quell’eleganza patinata che tanto avevamo amato, senza però restare schiava del passato, il film non è privo di sbavature. La parte centrale accusa qualche momento di stanca e alcune sottotrame secondarie restano un po’ troppo in ombra, quasi sacrificate. Si avverte inoltre una certa prudenza narrativa, come se la pellicola avesse timore di graffiare troppo a fondo, ma nonostante questa cautela, il racconto resta solido e decisamente attuale.
Cosa ne pensiamo in sintesi
Un ritorno che funziona perché non vive solo di nostalgia: aggiorna il mondo di Runway al presente e trova un equilibrio credibile tra passato e nuove dinamiche.
Pro
- Cast ancora perfettamente in parte
- Temi attuali sul lavoro e sull’editoria
- Scrittura solida e mai banale
Contro
- Parte centrale un po’ lenta
- Alcune sottotrame poco sviluppate
- Voto CinemaSerieTV
