Trama: Nella Roma degli anni Settanta, Toni Chichiarelli sogna di affermarsi come artista ma finisce per trovare successo come falsario. La sua ascesa lo porta a muoversi tra criminalità organizzata e servizi segreti, in un’Italia che sta attraversando gli anni di piombo.
A chi è consigliato? A chi ama i film d’epoca e i crime italiani che mescolano realtà e finzione.
Con Il falsario, disponibile su Netflix dal 22 gennaio 2025, Stefano Lodovichi affronta uno dei personaggi più ambigui e sfuggenti della storia italiana recente, partendo dal libro Il Falsario di Stato di Nicola Biondo e Massimo Veneziani. Il film si ispira liberamente alla figura reale di Antonio Giuseppe Chichiarelli, noto come Tony, falsario, criminale e presenza opaca nei misteri degli anni Settanta, scegliendo però fin da subito la strada della rielaborazione narrativa più che quella della ricostruzione storica. Al centro del racconto c’è Toni, interpretato da un Pietro Castellitto magnetico e volutamente sopra le righe, immerso in una Roma anni Settanta sospesa tra vitalità creativa e ombre politiche. Il film intreccia ambizione personale e compromessi morali, muovendosi tra noir, heist movie e racconto d’epoca, senza mai dichiarare apertamente quale di queste anime voglia davvero far prevalere.
Un artista, un falsario

Roma, primi anni Settanta. Antonio Chichiarelli, detto Toni (Pietro Castellitto), arriva nella capitale da un piccolo paese abruzzese con il sogno di farsi riconoscere come artista. Introdotto nel giro giusto dalla gallerista Dorotea (Giulia Michelini), scopre però presto che il suo talento trova più spazio nella copia che nell’originale. Da lì, la sua ascesa lo porta a diventare uno dei falsari più richiesti, mentre la sua vita si intreccia con ambienti sempre più pericolosi: la Banda della Magliana, i servizi segreti, il sottobosco criminale e politico di un Paese che sta attraversando gli anni di piombo.
Pietro Castellitto e il fascino dell’eccesso

Il film vive soprattutto sulla performance di Pietro Castellitto, che costruisce un personaggio volutamente respingente e carismatico allo stesso tempo. Il suo Toni è mosso da un ego smisurato, più grande del suo stesso talento, e Castellitto ne fa un protagonista continuamente in bilico tra in bilico tra quello che racconta di sé e quello che è davvero. È una prova energica, magnetica, che regge anche quando il film tende a perdersi un po’. Attorno a lui, il cast di contorno lavora con efficacia, in particolare Giulia Michelini ed Edoardo Pesce, anche se molti personaggi restano poco sviluppati, funzionali al racconto più che dotati di una vera autonomia narrativa.
Roma come palcoscenico

Lodovichi sceglie una Roma fortemente stilizzata, che sembra quasi uscita da un fumetto, lontana da qualsiasi ambizione realistica o documentaria. È una città bella, rumorosa, a tratti ammiccante, che diventa il teatro ideale per una storia costruita sull’apparenza e sulla manipolazione. Il film preferisce evocare il clima degli anni di piombo piuttosto che analizzarlo, usando eventi storici e figure reali come meri elementi narrativi. Questa scelta rende Il falsario più accessibile e scorrevole, ma ne limita anche la profondità, soprattutto quando il racconto si avvicina a passaggi storicamente delicati.
Ambizione narrativa e limiti strutturali

Il film mostra i suoi limiti soprattutto nella seconda parte, quando prova a tenere insieme troppi elementi e finisce per perdere ritmo. La storia si allarga in più direzioni, ma senza approfondirle davvero, scegliendo una strada più semplice e prevedibile. Anche il personaggio di Toni viene via via smussato, diventando più un truffatore affascinante che una figura davvero disturbante. Il falsario rimane così un film curato e ben interpretato, ma che evita di spingersi fino in fondo nei punti più scomodi della sua storia, lasciando l’impressione di qualcosa che avrebbe potuto osare di più.
La recensione in breve
Il falsario è un film che funziona soprattutto quando segue il suo protagonista, lasciando che sia il carisma di Pietro Castellitto a tenere insieme il racconto. La ricostruzione della Roma degli anni Settanta è curata e visivamente efficace, ma resta più evocata che interrogata. Nella prima parte il ritmo regge e il tono leggero funziona, mentre nella seconda il film tende a semplificare e a perdere mordente. La scelta di rendere Toni un personaggio più accessibile ne riduce la forza disturbante. Resta un’opera godibile e viva, che però evita di spingersi fino in fondo nelle sue contraddizioni più interessanti.
Pro
- Interpretazione carismatica del protagonista
- Atmosfera d'epoca curata
Contro
- Seconda parte prevedibile e poco incisiva
- Voto CinemaSerieTV
