IL film: In the Hand of Dante, 2025. Diretto da: Julian Schnabel. Cast: Oscar Isaac, Gal Gadot, Gerard Butler, Al Pacino, John Malkovich, Martin Scorsese, Jason Momoa, Louis Cancelmi, Franco Nero, Sabrina Impacciatore, Benjamin Clementine. Genere: Drammatico. Durata: 153 min. Dove l’abbiamo visto: alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia
Trama: Uno scrittore contemporaneo (Oscar Isaac) viene incaricato di autenticare il presunto manoscritto originale della Divina Commedia, con l’aiuto di un sicario (Gerard Butler). In parallelo, la vita di Dante si intreccia a quella di Nick in un racconto che vorrebbe fondere passato e presente.
A chi è consigliato? Consigliato solo ai curiosi che vogliono vedere fino a che punto un progetto ambizioso possa deragliare.
Fuori concorso alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia arriva In the Hand of Dante, il nuovo film di Julian Schnabel tratto dal romanzo di Nick Tosches. Il progetto, che vanta un cast ricco di nomi – da Oscar Isaac a Gal Gadot, da Gerard Butler a Jason Momoa – prometteva di intrecciare l’universo visionario di Dante con quello dello scrittore americano. Le premesse, insomma, lasciavano intendere un’opera coraggiosa e onirica, sospesa tra il XIV e il XXI secolo, tra la ricerca di un manoscritto inestimabile e la riflessione sull’eterno ritorno dell’arte. Il risultato, però, è ben lontano dalle attese: un film caotico, involontariamente comico e incapace di reggere il peso delle ambizioni.
Nick Tosches (Oscar Isaac), scrittore controverso e disilluso, viene contattato da un boss mafioso newyorkese che gli affida l’incarico di autenticare un misterioso manoscritto attribuito a Dante Alighieri, forse l’originale della Divina Commedia. Ad accompagnarlo in questa missione c’è Louie (Gerard Butler), killer brutale e decisamente imprevedibile. Parallelamente, nel XIV secolo, lo stesso Isaac interpreta Dante Alighieri, alle prese con intrighi politici, un matrimonio infelice con Gemma Donati (Gal Gadot) e i contrasti con il potere papale. Le due linee narrative scorrono in parallelo fino a sovrapporsi, fondendo passato e presente in (quella che avrebbe voluto essere) una riflessione sull’arte, sulla mortalità e sull’ossessione per l’eternità.
Epica o caricatura?

Julian Schnabel sembra convinto di poter trasformare la materia dantesca e il romanzo di Tosches in un affresco epico, ma il risultato scivola troppo spesso nel grottesco involontario. Le scene ambientate nel Trecento, con Dante, Gemma Donati e il Papa, sono segnate da costumi che non trasmettono verosimiglianza e da interpretazioni che appaiono più caricature che personaggi storici. L’effetto non è quello di un dramma evocativo, ma di una messinscena che suscita sorrisi non voluti, come una rappresentazione teatrale improvvisata più che un film destinato a una Mostra internazionale. La distanza tra intenzioni e resa visiva diventa così una delle fratture più evidenti dell’opera.
Una narrazione che non trova la bussola

Il doppio binario temporale – Dante nel Medioevo e Tosches nel presente – avrebbe potuto aprire a un interessante gioco di specchi, ma la sceneggiatura non riesce a dargli coesione. I dialoghi sono lunghi e ridondanti, spesso incapaci di portare avanti la storia, e molte sequenze appaiono slegate dal contesto, come episodi collaterali incollati a forza. L’idea di un manoscritto che cambia di mano e svela un legame tra passato e presente si perde in passaggi narrativi poco chiari e a tratti surreali. Invece di alimentare il mistero, il film genera smarrimento e una frustrazione crescente nello spettatore, che si ritrova a chiedersi non dove la storia voglia andare, ma se abbia davvero una direzione.
Il peso dell’ambizione

Schnabel ha già affrontato figure come Basquiat e Van Gogh, artisti in grado di incarnare l’ossessione creativa e la forza visionaria. Qui però l’ambizione di dare vita a un’opera che parli al tempo stesso di Dante, di Tosches e dell’eterno ritorno dell’arte si traduce in un progetto sproporzionato rispetto ai mezzi espressivi messi in campo. L’uso di Oscar Isaac in un doppio ruolo resta un espediente interessante solo sulla carta, privo di un reale sviluppo drammaturgico. Anche il tentativo di inserire riflessioni sul senso dell’arte e sulla trascendenza appare più dichiarato che costruito. Alla fine, In the Hand of Dante non è né un film storico, né un thriller, né un dramma metafisico: è un ibrido che manca di identità, lasciando la sensazione di un’occasione sprecata.
La recensione in breve
In the Hand of Dante tenta di intrecciare il romanzo di Nick Tosches con la figura di Dante Alighieri, ma fallisce nel dare forma a un racconto organico. Le scene ambientate nel Trecento risultano involontariamente comiche, con costumi e interpretazioni che scivolano nella caricatura. La parte contemporanea, invece, si arena in dialoghi prolissi e sequenze slegate, incapaci di creare tensione. Schnabel ambiva a un’opera che parlasse di arte, tempo e eternità, ma il film finisce per sembrare un collage senza direzione. Più che visionario, risulta stancante e dispersivo.
Pro
- La premessa letteraria offriva spunti affascinanti e originali
Contro
- Interpretazioni che scivolano spesso nel ridicolo involontario
- Eccessiva durata che amplifica smarrimento narrativo
- Scene che dovrebbero essere serie suscitano solo ilarità involontaria
- Voto CinemaSerieTV
