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Home » Film » Recensioni film » Jay Kelly, la recensione: il prezzo del successo

Jay Kelly, la recensione: il prezzo del successo

La recensione di Jay Kelly, ultimo film di Noah Baumbach, in concorso a Venezia 82, con George Clooney nei panni di una star disillusa.
Sofia BiaginiDi Sofia Biagini28 Agosto 2025
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Jay Kelly
Jay Kelly. Fonte: Netflix
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La serie: Jay Kelly, 2025. Diretto da: Noah Baumbach. Cast: George Clooney, Adam Sandler, Laura Dern, Billy Crudup, Riley Keough, Grace Edwards, Stacy Keach, Jim Broadbent, Patrick Wilson, Eve Hewson, Greta Gerwig, Alba Rohrwacher, Josh Hamilton, Lenny Henry, Emily Mortimer, Nicôle Lecky, Thaddea Graham, Isla Fisher. Genere: Commedia. Durata: 132 min. Dove l’abbiamo visto: alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia

Trama: La star di Hollywood Jay Kelly (George Clooney) ripercorre la propria esistenza segnata da gloria e solitudine, scoprendo che tutti i suoi ricordi sono legati ai film che ha interpretato. Insieme al suo agente Ron (Adam Sandler), intraprende un viaggio in Europa che diventa occasione per interrogarsi su identità, memoria e il prezzo della fama.

A chi è consigliato? A chi ama i film che scavano nell’animo umano, a chi è interessato al dietro le quinte del successo e a cosa resta quando i riflettori si spengono.


Noah Baumbach porta in concorso a Venezia 82 Jay Kelly, un film che si apre con una citazione di Sylvia Plath: “Essere se stessi è un accidenti di responsabilità. È più facile essere qualcun altro.” È la chiave di lettura di un’opera che affronta, con tono malinconico e al tempo stesso ironico, i temi dell’identità, della memoria e del prezzo del successo. A incarnare il protagonista è George Clooney, nei panni della star hollywoodiana Jay Kelly, un attore che, ormai sulla sessantina, si guarda allo specchio e non riconosce più chi ha di fronte. Accanto a lui Adam Sandler nel ruolo del manager Ron, testimone e complice da 35 anni di una carriera che ha finito per divorare entrambi. Un film che parla del mestiere dell’attore, ma soprattutto del mestiere di vivere.

La trama segue Jay Kelly (George Clooney), star hollywoodiana che ha costruito la propria esistenza inseguendo prima il successo e poi la necessità di difenderlo a ogni costo. Il bilancio, ora che le figlie sono cresciute e il tempo sembra accelerare, è amaro: una serie di separazioni, rapporti familiari incrinati, amicizie consumate. Le sue memorie si mescolano inevitabilmente ai set che ha frequentato: come gli ha detto il suo vecchio mentore, “Tutti i miei ricordi sono film”. Insieme al suo agente e amico di lunga data Ron (Adam Sandler), Jay si lancia all’inseguimento della figlia minore partita con gli amici, in un viaggio che diventa ben presto più introspettivo che fisico: tra Parigi e la Toscana, tra reminiscenze del passato e la consapevolezza del presente, l’attore cerca di capire se abbia mai davvero vissuto nei panni di se stesso, o se abbia sempre e solo interpretato un ruolo, dentro e fuori dal set.

L’ultima recita

George Clooney e Adam Sandler in una scena del film Jay Kelly.
George Clooney e Adam Sandler in una scena del film Jay Kelly. Fonte: Netflix.

Il tema dell’identità è il cuore pulsante del film. Baumbach mette in scena un uomo che ha sempre recitato due volte: quando era sul set e quando cercava di essere se stesso lontano dalle luci dei riflettori. L’esistenza di Jay Kelly diventa il paradigma di chi si è definito attraverso lo sguardo degli altri, consumando la propria vita nel tentativo di aderire a un ruolo. L’attore smette di distinguere tra persona e personaggio, e questo cortocircuito, che per anni gli ha garantito successo e applausi, ora gli rivela un vuoto incolmabile. “Chi siamo quando non recitiamo più?” sembra chiedersi il film. E la risposta non arriva mai in modo diretto: resta sospesa, affidata allo sguardo disincantato di Clooney, che incarna un uomo al bivio tra la possibilità di un riscatto e la consapevolezza che il tempo spesso non concede seconde possibilità.

I ricordi come film

George Clooney in una scena del film Jay Kelly.
George Clooney in una scena del film Jay Kelly. Fonte: Netflix.

Il rapporto con la memoria è uno dei momenti più dolorosi del racconto. Jay si accorge che i suoi ricordi non sono esperienze vive, ma sequenze cinematografiche. Ogni emozione è associata a un film girato, a un set, a un ruolo, come se la vita avesse ceduto il posto alla finzione. La memoria non è per lui consolazione, ma una ferita che si riapre, un’illusione di autenticità che invece testimonia l’assenza di vita reale. Baumbach racconta questo aspetto con toni sobri ma incisivi, alternando momenti di ironia a lampi di malinconia, fino a trasformare Jay in un personaggio che riflette sul cinema come metafora della vita stessa: un copione scritto da altri, una successione di scene in cui si rischia di dimenticare chi siamo davvero. È qui che il film diventa universale, perché la condizione di Jay non riguarda solo la star di Hollywood, ma chiunque si sia mai chiesto se i propri giorni siano stati davvero vissuti o soltanto recitati.

Un’identità condivisa

Adam Sandler in una scena del film Jay Kelly. Fonte: Netflix.
Adam Sandler in una scena del film Jay Kelly. Fonte: Netflix.

La relazione con Ron è forse il nucleo emotivo più forte del film. Manager e amico, figura paterna e fratello, Ron ha seguito Jay per oltre tre decenni, al punto da dichiarare: “Anche io sono Jay Kelly, lo abbiamo fatto insieme”. In questa battuta c’è la verità di due esistenze fuse in un’identità unica, costruita sull’altare del cinema e della celebrità. Ma se Jay ha sacrificato la famiglia per il successo, Ron ha scelto di restare presente per i suoi cari, bilanciando in modo diverso la devozione al lavoro. Baumbach tratteggia così un personaggio che, pur vivendo all’ombra della star, possiede una dignità e una lucidità che al protagonista mancano. Anche Ron, tuttavia, deve fare i conti con un limite: fino a che punto è possibile rinunciare a se stessi per sostenere qualcun altro? La sua parabola parallela a quella di Jay offre al film grande profondità, mostrando come anche la fedeltà e l’amicizia possano diventare una forma di prigionia.

La recensione in breve

8.0 Introspettivo

Jay Kelly è un’opera intima e malinconica, che Baumbach dirige con sobrietà e lucidità, lasciando che siano i silenzi e i volti a raccontare. Clooney regala una delle interpretazioni più mature della sua carriera, restituendo un uomo che ha sacrificato tutto alla celebrità senza mai imparare a conoscersi davvero. Accanto a lui Sandler sorprende per intensità e delicatezza, incarnando la fedeltà di chi ha vissuto all’ombra di un mito. Il film diventa così riflessione universale sull’identità, sul senso dei ricordi e sul confine sottile tra vita e rappresentazione.

Pro
  1. George Clooney restituisce un protagonista fragile e autentico
  2. Riflessone profonda sull’identità e sul mestiere dell’attore
  3. Il rapporto tra memoria e cinema reso con intensità
Contro
  1. Alcune metafore sul successo risultano ribadite più volte
  • Voto CinemaSerieTV 8.0
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