Il film: Jumpers – Un salto tra gli animali (2026)
Titolo originale: Hoppers
Regia: Daniel Chong
Sceneggiatura: Jesse Andrews, Daniel Chong
Genere: Animazione, Avventura, Commedia
Durata: 105 minuti
Dove l’abbiamo visto: Al cinema
Distribuzione in Italia: The Walt Disney Company Italia
Trama: Mabel, una ragazza che ama la natura e che ha imparato il suo valore dalla nonna, cerca di fare il possibile per impedire che il sindaco della città, Jerry, costruisca una tangenziale che distruggerà il laghetto della sua infanzia. Imbattendosi nell’invenzione della sua professoressa di biologia, capace di trasferire la coscienza umana in quella di un animale robot, Mable decide di prendere i panni di un castoro e di convincere gli animali a mobilitarsi per evitare la costruzione.
A chi è consigliato? Jumpers – Un salto tra gli animali è consigliato a chi ama i film d’animazione leggeri (che non risparmiano però scene dark), tecnicamente impeccabili, e con un messaggio socialmente importante; nonostante la poca inventiva.
Lungometraggio cinematografico d’esordio per Daniel Chong dopo l’esperienza televisiva di We Bare Bears – Siamo solo orsi, serie animata andata in onda fino al 2019 su Cartoon Network. Jumpers – Un salto tra gli animali è il trentesimo film Pixar che festeggia, nel 2026, i quarant’anni dalla sua fondazione. Come per Wish, che celebrava anch’esso un anniversario (i 100 anni della Disney), anche questa pellicola non riesce a essere una degna erede della storia che porta sulle spalle.
Il film è il tentativo, più che nobile, di mettere al centro problematiche di tipo animalista e ambientalista, con rimandi espliciti a pellicole anche recenti come Il Robot Selvaggio e Avatar (non solo nel congegno che la protagonista utilizza per “diventare” castoro). Non a caso i riferimenti sono a film di fantascienza, perché uno dei temi è anche il rapporto tecnologia-natura e di come la prima possa permetterci di interagire al meglio con la seconda senza interferire con essa.
Tutte premesse più che promettenti, che però non vengono sviluppate in maniera del tutto convincente.
Un’operazione di collage

Guardando la pellicola di Chong si ha come l’impressione che, per la celebrazione del quarantesimo anniversario, si sia voluto costruire un racconto pregno degli elementi che hanno fatto grande la Pixar degli esordi, ma non solo. Oltre ai già citati, abbiamo la storia della Disney (Il Re Leone, Koda fratello orso) e qualche rimando orientale, che in casa Pixar ha già trovato spazio nelle pellicole di Domee Shi, Red, e di Peter Sohn, Elemental.
Ma c’è anche, come detto, molta Pixar: dal rapporto nipote-nonna di Coco ai dispositivi per comunicare con gli animali di Up. Per non parlare dell’estetica di alcune creature e di alcune situazioni narrative che prendono a piene mani da Alla ricerca di Nemo (e il suo sequel) e A Bug’s Life. Si ha come la sensazione che tutto il film sia costruito su basi già poste da altri. Non è “mero” citazionismo: è l’impalcatura stessa della storia, che però non decolla e non acquisisce una personale autonomia.
Non basta restituire a uno spettatore più navigato, che magari conosce i film dello studio, degli elementi che possano ricordarne la storia. Se si guarda solo ai grandi fasti di un passato ormai lontano, sia nel tempo che nella qualità, non si avrà mai il coraggio di fare quel passo giusto per ricominciare a raccontare grandi storie.
Una Pixar per il sociale

Dalla sua, il film ha comunque il merito di raccontare la natura stratificata e multiforme dello scontro uomo-natura. La parabola di Mabel le permetterà di partire dalla propria idea e di scontrarsi con chi, dallo stesso lato della barricata, la estremizza. La rabbia non trova spazio nel cuore di chi è tutt’uno con la natura: questo è l’insegnamento della nonna, e a questa idea tenterà di rimanere fedele.
Seguire questa linea, però, ha inevitabilmente impedito al film di approfondirne altre, solo accennate. Mabel è una ragazza che sin dall’inizio si sente sola contro il mondo. Vorrebbe urlare, ma nessuno ascolta il suo grido di dolore. I genitori, gli insegnanti, il sindaco Jerry, gli animali non mammiferi che travisano le sue parole: nessuno le dà ascolto, se non il personaggio del re dei mammiferi (che però è un castoro anche lui, ed è quindi un po’ come parlare allo specchio).
Quest’urgenza tipica del mondo adolescenziale, che la Pixar fatica a mettere in scena in maniera del tutto convincente, viene persa. La rabbia di Mabel — vero motore delle sue azioni — viene sedata da tutto l’apparato didascalico del film. È una Pixar che, a differenza dei fasti a cui il film guarda, non indaga il “profondo” dei personaggi, ma le relazioni che devono instaurarsi tra essi per un mondo migliore.
Un caos multiforme

Nell’indagare la difficoltà dei rapporti, il film presenta un roster di personaggi forse troppo ampio. Al di là della bellezza estetica di alcune soluzioni e della rotondità degli animali, che riprende anche quella di We Bare Bears, i comprimari non offrono altro: macchiette inserite per strappare qualche sorriso durante qualche gag divertente.
Il film è diviso in due parti: la prima mantiene un livello pressoché costante, per qualità – nella media – ed eventi di trama. Lascia spazio poi a una seconda in cui raggiunge i picchi più alti e più bassi, sia in termini qualitativi sia in termini di ritmo. È qui che assistiamo alle scene più divertenti e dark della pellicola: Chong non si trattiene nel mostrare violenza, conflitti e anche uccisioni con toni più cupi, scuri e tenebrosi. Ma è sempre qui che assistiamo a degli eccessi che scadono, molte volte, nel ridicolo e nel demenziale. Eredità, forse, dell’esperienza televisiva, che mal si sposa con la storia della Pixar che questo stesso film vorrebbe omaggiare.
Sul finale, in particolare, vi è un susseguirsi repentino di un numero enorme di eventi che danno la sensazione di un epilogo troppo lungo per quantità di cose, ma abbozzato per la loro risoluzione.
Un’occasione sprecata

Si aspetta ormai da anni che la Pixar ritorni ai livelli di fine anni ’90 e inizio anni ’00, e puntualmente rimaniamo delusi, nonostante diverse pellicole — dobbiamo ammetterlo — con più di qualche merito (Elio, Red, Soul, Gli Incredibili 2). Questo Jumpers, però, non compie il salto che sbandiera nel titolo (della versione italiana).
L’eredità dello studio californiano non può ridursi al ricordo vuoto di film che non sembrano parlare. Il motto di uno dei suoi personaggi iconici era, anzi, “Verso l’infinito e oltre”. La strada verso questo infinito sembra smarrita, soprattutto se lo studio riesce a sostenersi solo grazie alla produzione di sequel, senza l’audacia di proporre qualche storia realmente originale.
La recensione in breve
Un film poco incisivo che pur raccontando temi complessi e interessanti, si perde in scelte caotiche e in vuoti citazionismi, senza seguire una strada realmente propria.
PRO
- Esteticamente interessante per alcune scelte
- Qualche gag divertente
- Temi sociali importanti da proporre al pubblico più giovane
- Toni cupi in alcune scene ricche di tensione
CONTRO
- Citazionismo vuoto
- Qualche gag, invece, ben poco riuscita
- Approfondimento dei personaggi, sia primari che secondari, insufficiente
- Caotico e frettoloso soprattutto nella seconda parte
- Voto CinemaSerieTV
