La donna senza passato, disponibile su Netflix dal 28 agosto 2026, parte da una premessa capace di attirare fin da subito l’attenzione: una donna senza memoria scopre che la vita che conduce da anni non è quella che crede. Diretto da Barbara Topsøe-Rothenborg e tratto dal romanzo del 2017 di Anna Ekberg, pseudonimo degli scrittori danesi Anders Rønnow Klarlund e Jacob Weinreich, il film mescola thriller psicologico, mistero familiare e noir scandinavo. Il risultato è un racconto che riesce a mantenere alta la curiosità per buona parte delle sue quasi due ore, sostenuto soprattutto da Natalie Madueño e Claes Bang, anche se più di un passaggio della storia richiede allo spettatore di chiudere un occhio sulla sua plausibilità.
Una donna che deve scoprire chi era

Louise Andersen (Natalie Madueño) vive sull’isola norvegese di Hidra, dove gestisce un piccolo caffè insieme al compagno Joachim (Pål Sverre Hagen). La sua è una vita tranquilla, costruita però su un enorme vuoto: qualche anno prima è stata ritrovata senza alcun ricordo del proprio passato e da allora non è mai riuscita a recuperare la memoria. Tutto cambia quando una turista la riconosce e la chiama con un altro nome. Un test del DNA conferma qualcosa che Louise fatica persino a comprendere: in realtà è Helene Söderberg, erede di una ricca famiglia danese scomparsa tre anni prima e creduta morta. In Danimarca ha lasciato un marito, Edmund (Claes Bang), e soprattutto un figlio, Alexander.
La scoperta la costringe a tornare in quella che dovrebbe essere casa sua, ma che per lei è un luogo completamente estraneo. È qui che La donna senza passato trova la sua parte più interessante. Helene entra in una famiglia che conosce perfettamente la persona che era, mentre lei deve capire di chi fidarsi e soprattutto cosa sia realmente accaduto prima della sua scomparsa.
Un mistero con qualche forzatura

La donna senza passato non è un thriller che punta su una grande rivelazione finale. Alcune intenzioni dei personaggi diventano abbastanza chiare presto e anche il trailer lascia intuire parecchio. Il film riesce comunque a mantenere vivo l’interesse grazie alle domande che circondano la scomparsa di Helene e alle informazioni sul suo passato che emergono progressivamente. La contrapposizione tra la vita semplice costruita in Norvegia e quella ricca e opprimente che ritrova in Danimarca funziona bene, così come l’incertezza di una protagonista che non possiede i ricordi necessari per capire quando qualcuno le sta mentendo. Il problema è che la sceneggiatura sfrutta questa condizione anche per rendere possibili svolte decisamente comode: la memoria di Helene sembra tornare proprio quando la storia ha bisogno di una nuova informazione, mentre altri indizi fondamentali vengono scoperti con una facilità poco convincente.
Anche alcune premesse richiedono una certa sospensione dell’incredulità. È difficile, per esempio, non chiedersi come una donna completamente priva di memoria abbia potuto vivere per anni con un’identità così fragile senza approfondire maggiormente le proprie origini. Più il mistero si allarga, inoltre, più emergono coincidenze e passaggi costruiti soprattutto per portare avanti la trama.
Natalie Madueño e Claes Bang sono il punto di forza del film

A rendere più credibile una storia che sulla carta spesso non lo è sono soprattutto gli interpreti. Natalie Madueño costruisce una protagonista con cui è facile entrare in sintonia, evitando di trasformare Helene in una vittima passiva. La sua confusione nasce da una situazione concreta: tutti sembrano sapere qualcosa di lei che lei stessa ignora, e ogni nuova scoperta mette in discussione sia la persona che era sia quella che è diventata.
Claes Bang è altrettanto efficace nei panni di Edmund. Il film non nasconde troppo a lungo il lato più inquietante del personaggio e questo riduce parte della tensione che avrebbe potuto nascere dal dubbio sulle sue intenzioni. Bang riesce però a renderlo minaccioso senza bisogno di eccessi, alternando apparente tranquillità e improvvisi scatti d’ira.
Un buon thriller che avrebbe avuto bisogno di una sceneggiatura più solida

Nella seconda parte La donna senza passato allarga progressivamente il proprio raggio d’azione e introduce temi decisamente più pesanti, fino a collegare il mistero personale di Helene a una vicenda criminale più ampia. È anche il momento in cui il film rischia maggiormente di finire fuori strada.
Il thriller familiare lascia spazio a elementi da noir e a rivelazioni sempre più importanti, alcune delle quali avrebbero meritato maggiore approfondimento. In particolare, un tema grave come quello del traffico di esseri umani diventa fondamentale per la storia senza ricevere lo spazio necessario per essere affrontato davvero.
Il risultato è quindi discontinuo. La donna senza passato sa creare curiosità, ha una protagonista efficace e possiede abbastanza misteri da accompagnare lo spettatore fino alla fine senza annoiarlo. Allo stesso tempo, le numerose scorciatoie narrative e alcune svolte poco credibili impediscono alla storia di diventare il thriller psicologico più incisivo che avrebbe potuto essere. Resta comunque un film adatto a chi cerca un mystery nordico scorrevole, cupo e ricco di segreti familiari, purché si sia disposti ad accettare qualche forzatura di troppo.
Cosa ne pensiamo in sintesi
La donna senza passato è un thriller nordico intrigante, con un buon cast ma una trama che si affida a qualche forzatura di troppo.
Pro
- Il mistero iniziale riesce subito a incuriosire.
- Natalie Madueño e Claes Bang sostengono bene la storia.
- Il ritmo mantiene vivo l’interesse fino alla fine.
Contro
- La trama si affida a diverse forzature narrative.
- Alcune rivelazioni risultano fin troppo prevedibili.
- I temi più importanti avrebbero meritato più spazio.
- Voto CinemaSerieTV
