IL film: La Grazia, 2025. Diretto da: Paolo Sorrentino. Cast: Toni Servillo, Anna Ferzetti, Orlando Cinque, Massimo Venturiello, Milvia Marigliano, Giuseppe Gaiani, Linda Messerklinger, Vasco Mirandola. Genere: Drammatico. Durata: 133 min. Dove l’abbiamo visto: alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia
Trama: Il Presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo) affronta gli ultimi giorni del suo mandato, diviso tra la legge sull’eutanasia, le richieste di grazia e i fantasmi del suo passato. La sua battaglia interiore diventa il ritratto di un uomo che deve imparare a sciogliere il peso delle certezze per cercare una nuova leggerezza.
A chi è consigliato? Agli amanti del cinema d’autore che non temono domande difficili e temi esistenziali. A chi cerca un film che faccia riflettere sul senso del tempo, del potere e della memoria.
C’era molta attesa al Lido per La Grazia, il nuovo film di Paolo Sorrentino che ha inaugurato l’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Dopo il Leone d’argento vinto nel 2021 con È stata la mano di Dio, il regista partenopeo torna a confrontarsi con i grandi temi della vita e della morte, affidando nuovamente a Toni Servillo un ruolo che sembra scolpito per la sua recitazione monumentale: quello del Presidente della Repubblica. Accanto a lui Anna Ferzetti in un ruolo di contrappunto intimo, in un racconto che intreccia amore e memoria, etica e fede, diritto e fragilità umana. Un film che, come spesso accade nel cinema di Sorrentino, trasforma la vicenda personale di un uomo in un’allegoria più ampia sul nostro tempo e sulle contraddizioni di una società sospesa tra il bisogno di certezze e il desiderio di leggerezza.
La trama ruota attorno a Mariano De Santis (Toni Servillo), Presidente della Repubblica alla fine del suo settennato. Figura apparentemente granitica, definito dai suoi interlocutori “cemento armato” per la fermezza e la freddezza con cui evita di esporsi, è in realtà un uomo in bilico, logorato da ferite intime e da decisioni pubbliche che non può più rinviare. La più urgente è la legge sull’eutanasia, che Mariano dovrebbe firmare, ma che lo paralizza: da cattolico e democristiano teme di essere visto come un torturatore se la respinge, e come un assassino se la approva. Accanto a questa incombenza giuridica ci sono le richieste di grazia che gli vengono sottoposte, storie di dolore estremo che mettono in crisi la rigidità della legge. E sullo sfondo, o forse dentro di lui, c’è la memoria di Aurora, la moglie scomparsa otto anni prima: il grande amore perduto, il tradimento mai davvero superato, la nostalgia che diventa ossessione. L’uomo si muove così tra il peso del potere e quello del ricordo, prigioniero di un tempo che sembra non appartenergli più.
Di chi sono i nostri giorni?

Il cuore pulsante del film è la riflessione sul fine vita che è poi anche una riflessione sulla vita stessa. “Di chi sono i nostri giorni?” è la domanda che torna in maniera ricorrente e che diventa chiave di lettura dell’intera vicenda. Mariano non riesce a sciogliere il nodo che lo blocca: se la vita appartenga davvero solo a chi la vive, oppure anche alle convenzioni religiose, morali e giuridiche che la circondano. La legge sull’eutanasia, in questo senso, non è soltanto un provvedimento da firmare: è lo specchio di una società che fatica a guardare in faccia la sofferenza e che delega alla politica e alla giustizia ciò che appartiene all’intimità più radicale dell’essere umano. Attraverso le richieste di grazia che arrivano sul tavolo del Presidente – una donna che ha ucciso il compagno violento, un marito che ha soffocato la moglie malata di Alzheimer – Sorrentino mostra come la norma, pur necessaria, rischi di allontanarsi dalla verità vissuta. E quella verità, suggerisce il film, non può essere compresa a distanza, ma solo guardata da vicino, nel dolore e nella fragilità concreta delle persone.
Il peso della memoria, la voglia di leggerezza

Mariano non è solo un Presidente alle prese con decisioni politiche: è un uomo schiacciato dai ricordi. L’amore per la moglie perduta Aurora lo consuma, e lo stesso protagonista lo ammette in una frase che resta impressa: “Aurora, io quando ricordo muoio”. Il passato diventa per lui un rifugio e al tempo stesso una condanna, un modo per non vivere il presente e per non immaginare il futuro. Anche la fine del mandato assume i contorni di una morte simbolica: non è solo il termine di una funzione istituzionale, ma la fine di un’identità che lo ha definito per sette anni. Eppure, sotto questa corazza, si intravede un desiderio fragile ma insistente: quello della leggerezza. L’immagine dell’ingegnere nello spazio che ride e piange delle proprie lacrime in assenza di gravità diventa metafora di un bisogno profondo, quasi infantile, di abbandonare il peso delle certezze e di liberarsi dalle ancore che tengono saldi ma impediscono di volare. È il paradosso del potere: una vita costruita sul rigore e sul controllo, che genera la nostalgia di un abbandono e di una leggerezza mai concessa a se stesso.
Quale Grazia?
Il titolo del film apre infine a un livello ulteriore di lettura. La “grazia” è, da un lato, l’atto giuridico che spetta al Capo dello Stato, la clemenza verso chi ha infranto la legge in circostanze estreme. Ma è anche, e soprattutto, lo stato di grazia a cui il nostro protagonista aspira: una dimensione spirituale che non si lascia ridurre né alle categorie della giurisprudenza né a quelle della politica. Concedere o negare la grazia significa misurarsi con la possibilità di guardare la vita senza i filtri del diritto, con la consapevolezza che la verità non sempre coincide con la giustizia. E allo stesso tempo, cercare la grazia dentro di sé significa riconoscere la propria fragilità e accettare la possibilità di un riscatto. In questo senso, La Grazia è un film che interroga non solo il protagonista, ma lo spettatore: ci chiede se siamo disposti a rinunciare alle nostre certezze per conquistare un frammento di leggerezza, un momento di libertà, un istante di grazia.
Il cast de La Grazia: certezze e (grandi) sorprese
Il ruolo di Mariano De Santis sembra cucito addosso a Toni Servillo, che offre un’interpretazione di rara intensità. Il suo Presidente della Repubblica è un uomo serioso, capace però di improvvisi slanci di ironia e autoironia; un uomo intelligente, ma insieme fragile e impaurito. Servillo riesce a far ridere e commuovere, confermando una volta di più la sua straordinaria capacità di dare vita a personaggi contraddittori e umanissimi. Al suo fianco Anna Ferzetti è perfetta nel ruolo della figlia Dorotea: attraverso il suo sguardo e i suoi silenzi si percepisce un amore totale per un padre che non comprende del tutto, ma al quale ha scelto di dedicare la propria esistenza. La vera rivelazione è Milvia Marigliano nei panni di Coco Valori, critica d’arte ed amica di vecchia data di Mariano: energica, spiazzante, con una lingua affilata che sa strappare risate autentiche mentre enuncia verità scomode. Un personaggio memorabile, che illumina il film con una vitalità imprevista.
La recensione in breve
La Grazia è un’opera che mette in scena la fragilità del potere e la potenza dei ricordi. Sorrentino costruisce un film che è allo stesso tempo politico e intimo, muovendosi tra le stanze del Quirinale e le pieghe più segrete dell’animo umano. Toni Servillo regala un’interpretazione straordinaria, fatta di ironia, paura e malinconia. Un film che non offre risposte semplici, ma interroga lo spettatore sul senso della vita e sul mistero della grazia.
Pro
- Toni Servillo in stato di... grazia assoluta
- Temi universali affrontati con profondità e delicatezza
- Personaggi secondari sorprendenti e incisivi
Contro
- Alcune metafore rischiano di risultare ridondanti
- Voto CinemaSerieTV
