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Home » Film » Recensioni film » L’esorcista, recensione: crisi del corpo e della fede

L’esorcista, recensione: crisi del corpo e della fede

La recensione de L'esorcista, il capolavoro horror del 1973 diretto da William Friedkin e tratto dal romanzo di Peter Blatty.
Federica CremoniniDi Federica Cremonini8 Ottobre 2022
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una scena de L'esorcista
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Il film: L’esorcista, 1973. Regia di: William Friedkin Cast: Ellen Burstyn, Linda Blair, Jason Miller, Max Von Sydow Durata: 122 min (132 min la versione integrale). Dove lo abbiamo visto: in televisione.

Trama: Regan MacNeil, una ragazza di dodici anni che vive insieme alla madre Chris, comincia a manifestare comportamenti inspiegabili e preoccupanti. La madre decide di rivolgersi a padre Karras, giovane prete in crisi di fede, e all’anziano padre Merrin per compiere su di lei un esorcismo.


Riflettere su L’esorcista oggi significa comprendere come Peter Blatty e William Friedkin, rispettivamente sceneggiatore (che scrisse anche il romanzo di partenza) e regista del film, portassero avanti un discorso sulla fede a partire dalla sua stessa messa in dubbio, attraverso due personaggi. Da una parte un’ adolescente che dalla fase di cambiamento risulterà “ripristinata”; dall’altra un uomo di chiesa che risolverà la sua crisi con un esito inaspettato e dal caro prezzo.
Nella nostra recensione de L’esorcista proveremo a comprendere come il film di Friedkin e Blatty abbia costituito l’inizio del filone possessione demoniaca e come costituisca, ancora oggi, un caposaldo imprescindibile del cinema fantastico e horror, in grado di vivere ancora nelle immagini di altri autori.

Una trama ormai nota

una scena de L'esorcista

L’esorcista è una storia famigliare in cui s’intrecciano le vite di due donne e due uomini. Le prime sono Chris MacNeil (Ellen Burstyn), attrice, e sua figlia Regan (Linda Blair), solare ragazzina di dodici anni; i secondi sono padre Karras e padre Merrin, che subentreranno quando la dolce Regan comincerà a manifestare prima timori inspiegabili e poi comportamenti alquanto bizzarri. Chris non è una donna di fede: quando Regan comincia ad assumere atteggiamenti preoccupanti e potenzialmente nocivi, per sé e per gli altri, Chris si rivolgerà a qualsiasi tipo di dottore e di psichiatra per cercare di risolvere il problema.

Tuttavia, l’aiuto ricevuto e le torture mediche subite da Regan si riveleranno perfettamente inutili dinanzi ai cambiamenti, sempre più allarmanti, della ragazza: per questo, riluttante, Chris si rivolge ai due preti per tentare la via dell’esorcismo sul corpo e sulla mente di Regan. Eppure l’esorcismo sembra soltanto peggiorare le cose e inasprire crisi esistenti. Soprattutto quella di padre Karras.

Un’anomalia negli anni Settanta

una scena de L'esorcista

Si può facilmente tenere il conto delle opere cinematografiche che si delineano come spartiacque fra epoche e L’Esorcista sarebbe sempre una delle prime, fra queste, a essere ricordate. E ciò appare ancor più come un miracolo se il film si colloca nel contesto da cui proviene, il fantastico: perché William Friedkin, all’epoca regista giovanissimo ma già premiato (con l’Oscar, per Il braccio violento della legge), non era consapevole dei cambiamenti che stava attuando su un genere al culmine della sua popolarità almeno dieci anni prima, con il plotone di pellicole a tema uomo-contro-mostro che hanno popolato il cinema degli anni cinquanta e sessanta.

Certo, sarebbe un errore non considerare fra le influenze fagocitate da L’esorcista soprattutto quel ceppo del fantastico che invece esplorò il concetto di mostruosità non solo come Altro da sé ma anche come Altro in sé, meglio registrato dalle ghost stories gotiche di inizi anni sessanta (l’americano The Haunting, di Robert Wise, oppure l’inglese The Innocents, di Jack Clayton). Nei primi settanta si è anche, inoltre, sull’orlo di una mutazione dei fermenti socioculturali che avevano animato gli Stati Uniti nella decade precedente, in cui la sfiducia nei valori tradizionali si era concretizzata su ogni livello, anche quello religioso: ma l’alternativa all’esempio cattolico, che prima appariva come eccitante via di fuga dall’ipocrisia e dal convenzionalismo della middle-class americana, ora sembra un sentiero oscuro e problematico verso l’errore e verso il Male.

Familial horror da manuale

una scena de L'esorcista

Ora, a distanza di anni, possiamo classificare l’Esorcista in categorie precise, prima fra le quali quella del familial horror, dove il mostruoso si annida nello spazio domestico. Potremmo, per completare il discorso, anche sottolineare che il film di Friedkin non fa parte di quei familial horror incentrati sul concepimento del male (come il successivo The Omen o come il precedente Rosemary’s Baby), bensì su una possessione corporale che s’innesta, anche simbolicamente, proprio nel mezzo del difficile percorso di un adolescente verso la fase adulta. E questa precisa tipologizzazione non sarebbe stata altrettanto facile nel 1973, anno di uscita del film in cui L’esorcista si limitava soltanto a essere un’anomalia, un’opera “maledetta” (le storie di malori e svenimenti in sala eguagliano le leggende attorno alla lavorazione del film) e di difficile categorizzazione.

Basti pensare che l’opera più vicina a quella di Friedkin non è The Omen (1976), in realtà piuttosto diverso a livello concettuale e produttivo, bensì il “diversissimo” Lo squalo di Steven Spielberg, altra storia uomo vs. mostro paradossalmente speculare su più livelli. Entrambe le opere, a distanza di soli due anni, conferiscono al proprio orrore una confezione maestosa che lascia trasparire il generoso impiego di mezzi e attori. Entrambe le opere, inoltre, si sono configurate come veri e propri fenomeni con strategie di diffusione diverse e non sempre consapevoli – L’esorcista giocava in anticipo sul passaparola del film così respingente che finisce, invece, con l’accattivarsi nuovi spettatori – ed entrambe le opere sono tratte da romanzi.

Un’opera destinata a rivivere per sempre

una scena de L'esorcistaLa storia di Regan (Linda Blair) è diventata conosciuta al di fuori del film, più vera della verità, consolidandosi come traiettoria tipica e archetipica da riutilizzare anche oltre l’esaurimento di ogni idea autoriale: Regan e il suo alter ego demoniaco sono diventati ancora più forti della realtà che ha ispirato il personaggio, che invece era stato un adolescente di sesso maschile. Non è un caso: il corpo puberale femminile, come in Carrie di De Palma, diventa il territorio dell’orrore e della repulsione proprio perché in fase di metamorfosi e di rigetto deve essere codificato da due uomini celibi, soprattutto quel padre Karras che ha più di un conto in sospeso con una madre defunta. Il corpo femminile smembra i confini del proprio ruolo sociale e si materializza nell’incubo di un uomo in piena crisi identitaria e di fede, in un coacervo di trasgressioni, incognite e perversioni socialmente inaccettabili.

Cannibalizzato, di continuo rimasticato in omaggi, citazioni, innumerevoli parodie (la stessa Linda Blair fu anche la Riposseduta che dà il titolo alla commedia horror di Bob Logan del 1990), L’esorcista vive ancora oggi in ogni film di possessione demoniaca, albergando in scene altrui più che come semplice spettro, possedendo da dentro tutte le immagini che si credono concepite da autori diversi da Friedkin e Blatty.

La recensione in breve

10.0 Imprescindibile

L'esorcista di William Friedkin ha fatto del romanzo di Peter Blatty un'opera capostipite di un intero sottogenere dell'horror e del cinema fantastico. Di difficilissima categorizzazione negli anni settanta, oggi è un film che si configura in modo cristallino come punto di partenza per i familial horror a tema possessione demoniaca. Regan MacNeil è la protagonista indimenticata di una storia di crisi d'identità e di fede, con al centro il corpo femminile come sito di trasgressione, i cui effetti si cercano di arginare. In ogni film sul tema c'è, ancora oggi, lo sguardo di Friedkin.

  • Voto CinemaSerieTV 10
  • Voto utenti (2 voti) 9.5
Federica Cremonini

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