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Home » Film » Recensioni film » L’étranger, la recensione: l’apatia di Camus diventa cinema

L’étranger, la recensione: l’apatia di Camus diventa cinema

La recensione de L’étranger, trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo di Albert Camus firmata da François Ozon.
Sofia BiaginiDi Sofia Biagini2 Settembre 2025
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Una scena de L'étranger.
Una scena de L'étranger. Fonte: Gaumont.
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IL film: L’étranger, 2025. Diretto da: François Ozon. Cast: Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavant, Swann Arlaud. Genere: Drammatico. Durata: 120 min. Dove l’abbiamo visto: alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia

Trama: Nell’Algeria del 1938, il giovane impiegato Meursault conduce una vita grigia e indifferente. Ma un gesto irreparabile compiuto su una spiaggia torrida lo trasforma da uomo anonimo a colpevole senza appello.

A chi è consigliato? Consigliato a chi ama il cinema introspettivo e letterario, capace di tradurre in immagini l’assurdo e il non-senso.


A nove anni da Frantz, François Ozon torna in concorso a Venezia con una sfida che avrebbe fatto tremare chiunque: adattare Lo straniero di Albert Camus. Un romanzo che non solo appartiene al canone mondiale, ma che vive ormai nella mente dei lettori come un’esperienza interiore più che narrativa. Ozon sceglie di affrontare questa montagna con coraggio, riportando la vicenda nella sua Algeria del 1938 e affidando a Benjamin Voisin il compito di incarnare l’enigmatico Meursault, affiancato da Rebecca Marder, Swann Arlaud, Pierre Lottin e Denis Lavant. Il risultato è L’étranger, un film che interroga lo spettatore, costringendolo a misurarsi con il silenzio, l’assurdo e la vertigine di un uomo che scivola fuori dal mondo.

Algeri, 1938. Meursault (Benjamin Voisin) è un giovane impiegato che conduce una vita apparentemente ordinaria. Partecipa al funerale della madre senza mostrare alcun segno di dolore, tornando subito alla sua routine fatta di camicie chiare e piccoli gesti quotidiani e Marie (Rebecca Marder), che cerca di amarlo nonostante l’indifferenza emotiva con cui lui attraversa l’esistenza. Ma la quiete (apparente) si incrina con l’arrivo del vicino violento Raymond Sintès (Pierre Lottin): l’amicizia con lui trascina Meursault in un territorio scivoloso, fino al giorno in cui, su una spiaggia accecante, un gesto irreparabile sconvolge per sempre la sua vita del protagonista.

L’assurdo tradotto in immagini

Benjamin Voisin in una scena de L'étranger.
Benjamin Voisin in una scena de L’étranger. Fonte: Gaumont.

Trasportare sullo schermo l’inerzia emotiva e la densità filosofica di Camus  non è certo un’impresa facile e Ozon affronta il problema scegliendo la strada della sottrazione: ambientazioni essenziali, dialoghi asciutti, una macchina da presa che indugia sui vuoti e sugli sguardi più che sulle azioni. La regia punta a rendere percepibile la sospensione, quella “immobilità interiore” che rende Meursault un corpo estraneo al suo tempo e al suo ambiente. Ne nasce un film che non cerca di spiegare l’assurdo, ma di farcelo sentire sulla pelle, con un ritmo lento e implacabile.

Algeria come specchio interiore

Una scena de L'étranger.
Una scena de L’étranger. Fonte: Gaumont.

Non è solo un film ambientato in Algeria: è un film che dell’Algeria fa un personaggio. Le strade bianche, la luce che acceca, il mare che diventa teatro di un evento fatale: tutto concorre a costruire uno spazio in cui Meursault appare sempre più piccolo e fuori posto. Ozon intreccia questa scelta con la sua biografia: il legame familiare con il paese, la memoria coloniale, il silenzio che grava ancora sulla storia francese. Il paesaggio non è mai puro sfondo, ma diventa un amplificatore dell’alienazione, un luogo che restituisce il peso di una condizione universale: quella di sentirsi stranieri, persino a se stessi.

Un anti-eroe senza tempo

Al centro resta la figura di Meursault, resa da Voisin con equilibrio e controllo: distante senza mai scadere nell’apatia, enigmatico senza diventare caricaturale. La sua è la parabola di un anti-eroe, un uomo che non aderisce alle convenzioni sociali, che non recita il copione dell’emozione attesa, e per questo diventa incomprensibile. Ozon riesce a non giudicarlo, lasciando che sia lo spettatore a interrogarsi: cosa rende davvero umani? L’amore? Il dolore? O la capacità di dare senso a gesti che altrimenti resterebbero vuoti? In questo interrogativo sta la forza del film, fedele allo spirito di Camus: non dare risposte, ma mostrare quanto fragile sia la linea che separa l’innocuo dal colpevole.

La recensione in breve

7.0 Sospeso

Con L’étranger, François Ozon affronta una delle opere più complesse e sfuggenti della letteratura del Novecento. Il regista sceglie una messa in scena essenziale, fatta di silenzi e luce accecante, per restituire il vuoto interiore del protagonista. Benjamin Voisin dà vita a un Meursault enigmatico, distante ma mai privo di profondità, restituendo l’apatia come condizione esistenziale. L’Algeria non è solo scenario ma eco visiva della solitudine e del destino. Non tutte le scelte registiche convincono, e a tratti il film sembra sacrificare il coinvolgimento emotivo sull’altare della fedeltà al testo. Resta però un’opera coraggiosa e rispettosa, che invita a interrogarsi più che a rispondere.

Pro
  1. Atmosfera fedele al romanzo
  2. Interpretazione misurata di Benjamin Voisin
Contro
  1. Ritmo lento che rischia di raffreddare lo spettatore
  • Voto CinemaSerieTV 7.0
  • Voto utenti (0 voti) 0
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