Il film: Il seme del fico sacro, 2025. Regia: Mohammad Rasoulof. Cast: Soheila Golestani, Missagh Zareh, Mahsa Rostami, Setareh Maleki, Niousha Akhshi, Amineh Arani. Genere: Drammatico. Durata: 168 minuti. Dove l’abbiamo visto: al cinema.
Trama: Iman è stato promosso giudice istruttore presso il tribunale rivoluzionario di Teheran quando un movimento di protesta popolare inizia a scuotere il Paese. Le figlie sostengono il movimento, mentre la moglie cerca di accontentare entrambe le parti.
A chi è consigliato? A chi apprezza il cinema di denuncia e le storie dal forte impatto sociale e politico.
Nel solco del cinema di denuncia che caratterizza da anni il lavoro del regista iraniano Mohammad Rasoulof,Il seme del fico sacro (Gran Premio della Giuria a Cannes 2024) è un film che porta in scena la violenza contro le donne iraniane. Il regista iraniano Mohammad Rasoulof ritrae con ferocia un regime cieco e vorace, aggrappato a un fanatismo che corrompe ogni cosa, in questo film nelle sale dal 20 febbraio, candidato all’Oscar per il Miglior Film Internazionale.
Un tempo simbolo di un cinema considerato elitario e riservato a una nicchia di intellettuali, il cinema iraniano ha saputo rinnovarsi, abbracciando un linguaggio più impegnato e concreto. Rasoulof, più vicino per forma e contenuto a Jafar Panahi e Ali Abbasi che ai drammi morali di Asghar Farhadi, offre un ritratto implacabile di un sistema repressivo che calpesta i diritti e applica la violenza senza pietà. Il risultato è un film potente e soffocante, che si erge come un disperato grido di aiuto ma, al tempo stesso, come un messaggio di speranza.
La pistola di Čechov

La pellicola si concentra sui disordini scoppiati a Teheran nel 2022, originati dalle proteste del movimento Women, Life, Freedom, nato in seguito alla morte di Mahsa Amini, deceduta dopo essere stata brutalmente picchiata per non aver indossato correttamente il velo. Rasoulof inserisce nel film materiale d’archivio autentico, con riprese realizzate dai suoi stessi connazionali, mettendosi a rischio per sfidare la versione ufficiale diffusa dai media: è noto che abbia dovuto fuggire clandestinamente dal suo Paese per poter presentare il film in concorso a Cannes. Questo dopo essere stato condannato a otto anni di prigione, frustate e alla confisca dei suoi beni da parte del tribunale rivoluzionario.
Si tratta di un film che esplora i contrasti all’interno di una famiglia: da un lato, gli adulti benestanti, disposti a rimanere fedeli a un regime oppressivo per preservare i propri privilegi; dall’altro, una nuova generazione più istruita e ribelle. Il protagonista è Iman, un funzionario che viene promosso a giudice istruttore. Il nuovo incarico gli garantisce una casa più grande e lussuosa e diversi privilegi, ma comporta un costo morale: deve firmare condanne a morte senza poter indagare sui reati, basandosi unicamente sulle informazioni fornite dal pubblico ministero. Sua moglie Najmeh e le figlie, Sana e Rezvan, iniziano a temere per la loro sicurezza quando le proteste nelle strade e nelle università si intensificano, portando a una violenta repressione e a numerosi arresti.
Per proteggere la sua famiglia nel caso in cui i suoi dati venissero divulgati a gruppi ribelli, a Iman viene dato un revolver. Ma la violenza non si placa, anzi cresce. Una delle migliori amiche di sua figlia viene aggredita dalla polizia e le ragazze cercano di aiutarla di nascosto. L’evento che sconvolge la situazione è la sparizione della pistola. Temendo le possibili conseguenze, Iman inizia a sospettare della moglie e delle figlie, sottoponendole a prove crudeli per testare la loro lealtà, oltre ogni limite di umanità.
Un thriller politico basato sulla paranoia

Il film mostra con sensibilità come la violenza dello Stato si insinui nella vita familiare, attraverso ispezioni, interruzioni delle comunicazioni, interrogatori e persino incarcerazioni. Ma il suo valore più grande è la denuncia di un sistema repressivo ancora attuale. Tra le interpretazioni spicca quella di Soheila Golestani nel ruolo di Najmeh: il suo personaggio passa dall’essere una convinta sostenitrice del regime e della disciplina familiare a trovarsi travolta da una spirale di eventi inaspettati.
La recensione in breve
Feroce allegoria della resistenza individuale contro il regime degli ayatollah, Il seme del fico sacro è un'opera coraggiosa e necessaria, destinata a lasciare il segno nella storia del Festival di Cannes.
Pro
- Rasoulof offre un ritratto feroce del regime iraniano e della repressione politica, trasformando il film in un atto di resistenza.
- Il mix tra finzione e immagini reali delle proteste in Iran amplifica il senso di urgenza e autenticità
- La paranoia e il terrore filtrano ogni scena, rendendo il film un thriller opprimente e angosciante
Contro
- Con i suoi 168 minuti, il film richiede un livello di attenzione e coinvolgimento che potrebbe risultare faticoso per alcuni spettatori
- L’assenza di momenti di respiro e l'approccio quasi documentaristico potrebbero non incontrare il gusto di chi predilige un cinema più convenzionale
- Voto CinemaSerieTv

