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Home » Film » Recensioni film » Moulin, la recensione: Nemes in Francia, tra Resistenza e grandezza sfiorata

Moulin, la recensione: Nemes in Francia, tra Resistenza e grandezza sfiorata

László Nemes racconta Jean Moulin con rigore e tensione, ma senza raggiungere la forza devastante di Son of Saul.
Luca LiguoriDi Luca Liguori21 Maggio 2026
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Una scena di Moulin
Una scena di Moulin
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C’è un peso specifico che accompagna László Nemes ovunque vada, da quando nel 2015 Il figlio di Saul ha cambiato per sempre il modo in cui il cinema può, e forse deve, raccontare l’Olocausto. Un film talmente radicale nella sua forma e devastante nel suo impatto da diventare quasi un problema per il regista ungherese: qualsiasi cosa faccia dopo, il confronto è inevitabile e quasi sempre impietoso. Moulin, il suo primo film in lingua francese e quarto lungometraggio, non fa eccezione. È un film che si porta dietro quella stessa ombra, e che non riesce – né forse vuole davvero – scrollarsela di dosso.

Il soggetto è Jean Moulin, eroe della Resistenza francese, il cui nome campeggia oggi sulle scuole e le piazze di tutta la Francia: fu lui a unificare le diverse fazioni partigiane sotto il comando di De Gaulle, prima di essere tradito, catturato dalla Gestapo a Lione e torturato fino alla morte nel luglio del 1943 senza mai cedere. Una storia di martirio laico che Nemes sceglie di raccontare non dall’inizio ma dagli ultimi giorni, concentrandosi sul confronto tra Moulin e il suo aguzzino Klaus Barbie in un film che ha tutto il rigore formale che ci si aspetta dall’autore di Son of Saul, con meno della sua ferocia.

Un duello di sguardi

Una scena di Moulin
Una scena di Moulin

Il film decolla nel momento in cui Moulin e Barbie si trovano finalmente faccia a faccia, e da lì non si ferma più. È qui che Nemes mostra il meglio di sé: la camera passa da una stanza all’altra, dagli uffici dorati del criminale nazista alle cantine sordide della tortura, in un duello tra due uomini e due visioni del mondo che tiene lo spettatore incollato alla sedia. Gilles Lellouche costruisce il personaggio con una misura e una sobrietà notevoli, lasciando trapelare la paura di Moulin – paura di cedere, più ancora che di soffrire – senza mai scivolare nell’agiografia.

Lars Eidinger, dal canto suo, si prende carico di tutta l’esplosività che Lellouche non può permettersi, e insieme formano una coppia che è probabilmente la cosa più riuscita del film. La fotografia di Mátyás Erdély restituisce perfettamente l’atmosfera opprimente e claustrofobica del film, contribuendo a creare quella sensazione di pericolo costante che è forse la cosa più riuscita della prima parte. Una scelta stilistica coerente con il cinema di Nemes, che anche questa volta dimostra di avere un controllo formale fuori dal comune.

Il peso del confronto

Una scena di Moulin
Una scena di Moulin

Eppure, e qui sta il vero limite del film, tutto questo non basta a raggiungere le vette di Son of Saul. Non è solo una questione di ambizione – e Moulin è certamente un film meno ambizioso, il che non è necessariamente un difetto – quanto di quella qualità irripetibile che aveva il film d’esordio: la sensazione fisica di essere intrappolati dentro un incubo, senza via di scampo. Moulin è un film più convenzionale, più accessibile, e in alcuni momenti la prima parte paga lo scotto di una ricostruzione d’epoca che appesantisce il ritmo prima che il confronto centrale prenda fuoco. Due ore e dieci minuti che in certi passaggi si sentono.

Resta comunque un film solido, girato con il rigore formale che contraddistingue ogni lavoro di Nemes, con due interpretazioni di grande livello e una storia che nel 2026 difficilmente potrebbe essere più necessaria.

La recensione in breve

7.0 Resistente

Moulin conferma il talento formale di László Nemes nel raccontare la storia di Jean Moulin e della Resistenza francese attraverso un intenso confronto psicologico con Klaus Barbie. Il film funziona soprattutto nei duelli tra i protagonisti e nell’atmosfera opprimente costruita dalla regia e dalla fotografia. Tuttavia, pur essendo solido e ben interpretato, non riesce a raggiungere la potenza emotiva e innovativa di Son of Saul.

Pro
  1. Regia rigorosa e visivamente potente
  2. Ottima tensione nei confronti tra Moulin e Barbie
  3. Interpretazioni solide di Gilles Lellouche e Lars Eidinger
  4. Fotografia claustrofobica e immersiva
  5. Racconto storico attuale e necessario
Contro
  1. Inevitabile confronto sfavorevole con Son of Saul
  2. Prima parte lenta e appesantita
  3. Ricostruzione d’epoca a tratti macchinosa
  4. Film meno radicale e meno incisivo del precedente lavoro di Nemes
  5. Durata percepibile in alcuni momenti
  • Voto CinemaSerieTV 7.0
  • Voto utenti (0 voti) 0
Luca Liguori
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Nato a Napoli nel 1977, è Editore e co-fondatore di Digital Dreams Srl, il network di cui fa parte anche CinemaSerieTV.it. Negli ultimi 20 anni ha fondato e diretto successi editoriali legati alla settima arte quali CastleRock, CinemaZone e Movieplayer e nuovi progetti come ScreenWorld.it. Sempre su argomento film e serie TV ha scritto migliaia di articoli, pubblicato quattro libri, è stato ospite di eventi internazionali, programmi radiofonici e direttore di festival in streaming.

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