In una stagione dove tutti parlano di Obsession, in sala fa la sua comparsa Passenger, nuova fatica del regista André Øvredal, lo stesso di Autopsy (2016) e Demeter – Il risveglio di Dracula (2023). Dopo aver spaventato il pubblico raccontando uno degli episodi più di contorno del celebre romanzo di Bram Stoker, il cineasta norvegese si sofferma sul genere on the road, portando con sé un prodotto col pilota automatico, ma che allo stesso tempo può offrire qualche spunto interessante.
Øvredal sa come girare…

Centro nevralgico della narrazione di Passenger è il van di Tyler, una casa in movimento, un microcosmo in mezzo a qualcosa di più grande come gli spazi naturali degli Stati Uniti che si stagliano sullo sfondo o l’oscurità che imperversa non appena entra in scena l’entità demoniaca del passeggero. Un viaggio che si trasforma in un’esperienza orribile, senza via di scampo, racchiusa in quattro lati di un veicolo in cui trasmettere tutti i propri vissuti e da cui difficilmente si scappa.
Perché Passenger fa questo: instilla continuamente un senso di attesa e claustrofobia affissiante, giocando tantissimo sul visto e non visto, portando con sé delle trovate per niente scontate. Øvredal sa sicuramente come gestire il suo materiale, con l’esperienza acquisita nei suoi altri lungometraggi è capace di instillare nella sua nuova pellicola horror un retrogusto di ansia continua. Viene costruito un viaggio angosciante, quasi una corsa contro il tempo prima che il fatidico passeggero porti le vittime con sé all’Inferno.
… ma la storia arranca

Se l’esperienza visiva se la può cavare, data l’esperienza del cineasta norvegese, non si può dire lo stesso del materiale narrativo. La storia di questo passeggero demoniaco non viene per niente approfondita, portando con sé l’aura di una generica entità demoniaca che appare per il gusto di spaventare. Viene percepita come una minaccia costante, ma mai particolarmente pericolosa, giostrandosi come un demone qualsiasi che vuole fare male, sparire e poi ritornare per necessità di scrittura.
A questo si aggiunge il fatto che la storia ha dei grossi problemi con i cliché del genere sin dai primi minuti, con un’introduzione che sa di già visto prima della canonica presentazione dei due protagonisti che verranno poi perseguitati. Non tutti i cliché vengono per nuocere, perché tutto sommato Passenger riesce a intrattenere, mancando però di quel mordente che lo avrebbe elevato, separandolo da tutti quei lungometraggi horror che si basano esclusivamente sui jumpscares.
Un viaggio che può diventare un incubo

Tyler e Maddie viaggiano col van dall’inizio alla fine della storia per crearsi una nuova vita. Il genere on the road in questo caso evolve, in particolare dopo che la coppia assiste ad un’incidente stradale, che diventa l’evento scatenante che porterà il passeggero (demoniaco) a sconvolgere le vicende dei due personaggi.
Da qui la strada, iconico simbolo della libertà, valore di fondamentale importanza negli Stati Uniti, diventa una prigione a cielo aperto, un percorso di sofferenza, uno spazio infinito in cui non ci sono vie di fuga. Il territorio statunitense, seppur poco sfruttato, diventa il campo di battaglia per due protagonisti che devono costruirsi da zero e sopravvivere. Rimanere fermi non è un’opzione.
La recensione in breve
Sebbene André Øvredal sia capace a dirigere film horror, Passenger non riesce a colpire nel segno. Per quanto l'idea sia originale, il risultato è abbastanza tiepido, poiché si limita ad essere un horror generico piuttosto che fare quel salto e distinguersi dai prodotti più pop.
Pro
- La regia di André Øvredal gioca con l'attesa e il visto non visto
- Il concept è originale
- Qualche jumpscares fa saltare dalla poltrona
Contro
- La storia si spreca nella prevedibile e i cliché del genere
- Troppi jumpscare alla lunga stancano
- Voto CinemaSerieTV