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Home » Film » Recensioni film » Rebel Ridge, la recensione: la lezione di scrittura di Jeremy Saulnier

Rebel Ridge, la recensione: la lezione di scrittura di Jeremy Saulnier

La recensione di Rebel Ridge, nuovo film di Jeremy Saulnier disponibile su Netflix, con Aaron Pierre e Don Jonson.
Agnese AlbertiniDi Agnese Albertini11 Settembre 2024Aggiornato:11 Settembre 2024
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Aaron Pierre in Rebel Ridge
Aaron Pierre in Rebel Ridge. Credits: Allyson Riggs/Netflix
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Il film: Rebel Ridge, 2024. Regia: Jeremy Saulnier. Cast: Aaron Pierre, Don Johnson, David Denman, Emory Cohen, Oscar Gale. Genere: Azione, thriller. Durata: 131 minuti. Dove l’abbiamo visto: Su Netflix.

Trama: Un ex marine affronta la corruzione in una cittadina quando le forze dell’ordine locali gli sequestrano ingiustamente i soldi necessari per pagare la cauzione del cugino.

A chi è consigliato? A chi è alla ricerca di un thriller teso, ben scritto e con attori formidabili.


Jeremy Saulnier, tra i registi americani più promettenti degli ultimi tempi, che si è fatto conoscere grazie a film polizieschi violenti, cupi e intensi come Ble Ruin (2013) e Green Rom 2015), approda su Netflix con il suo ultimo film, Rebel Ridge, un ritorno a ciò che gli riesce meglio: quei polizieschi di provincia che hanno molto del western moderno.

Come nelle sue opere precedenti, anche Rebel Ridge combina talento formale, amore per i generi e per i film di serie B, violenza esplosiva e uno spirito piuttosto sovversivo nel ritrarre una forza di polizia tanto corrotta quanto razzista. Esistono sì alcuni codici del cinema di genere (qui un uomo contro il sistema, l’unione degli esclusi, la vendetta come forza motrice), ma Saulnier se ne appropria efficacemente per costruire universi che hanno una loro logica, entità e carne, come analizzeremo nella nostra recensione.

Dall’incidente all’indagine

Una scena del film Rebel Ridge
Una scena del film Rebel Ridge. Credits: Allyson Riggs/Netflix

Tutto inizia quando Terry Richmond (Aaron Pierre), in sella alla sua bicicletta, viene investito da un’auto della polizia. Il motivo? Secondo loro, indossava le cuffie e ascoltava musica ad alto volume e non ha sentito quando gli hanno chiesto di accostare. Si susseguono scuse e discussioni, e alla fine gli portano via 36.000 dollari in contanti dalla borsa. Terry spiega che 10.000 servono per far uscire il cugino di prigione – dove si trova per possesso di marijuana – e il resto sono i suoi risparmi con cui intende avviare un’attività con lui. I poliziotti, notando la possibilità di fare soldi facili, trattengono il denaro come “prova” di attività sospette e lo lasciano libero.

È ovvio che per Terry non sarà facile recuperare i soldi, ma il problema è che ne ha bisogno urgentemente, perché suo cugino verrà trasferito in un altro carcere dove la sua vita è in pericolo. Per questo motivo prende una decisione rischiosa: recarsi alla stazione di polizia in questione e cercare di negoziare per ottenere almeno la restituzione dei soldi della cauzione, promettendo di non avanzare alcuna richiesta per il resto. Lì si imbatte nello sceriffo Sandy Burnne (l’infrangibile Don Johnson), un tipo piuttosto spregiudicato che sembra accettare l’accordo ma poi si tira indietro e alza ulteriormente la posta. Quello che non sa è che Terry è un tipo “preparato” per questo tipo di situazioni e, rendendosi conto che la sua fase di negoziazione non porterà a nulla, decide di andare oltre e dichiarargli qualcosa di simile a una guerra.

Questo è l’approccio iniziale su cui si basa Saulnier, ma che in seguito si modifica molto rispetto ai modelli classici. Allo stesso tempo, una donna che lavora nel sistema giudiziario, di nome Summer (AnnaSophia Robb), cerca di aiutarlo, le circostanze che riguardano il cugino imprigionato cambiano e la trama prende una piega inaspettata a metà della storia, estendendo la questione dalla vendetta personale a un caso forse grave di corruzione diffusa della polizia. Guardando i volti e gli atteggiamenti di Johnson e della sua squadra di agenti, ci sono pochi dubbi sul fatto che i ragazzi siano in un giro d’affari un po’ più complesso del “semplice” confiscare soldi da qualche teppista che incontrano per strada.

I vizi dell’America rurale

AnnaSophia Robb in Rebel Ridge.
AnnaSophia Robb in Rebel Ridge. Credits: Allyson Riggs/Netflix

Sebbene Rebel Ridge non sviluppi propriamente tutte le sue tensioni attorno a una stazione di polizia o a un distaccamento, quello è forse il suo ambiente principale, al quale il film torna più di una volta, come se non riuscisse a liberarsi dalla sua trazione spericolata. In questo caso, si tratta di una stazione di polizia di provincia – Shelby Springs, Louisiana – e ciò che vi accade cambierà la vita del protagonista da un giorno all’altro.

Senza bisogno di dilettarsi con la favola razziale, il regista, sceneggiatore e montatore si addentra con pazienza nella burocrazia che soffoca i cittadini e nasconde la corruzione della polizia, mostrando al contempo i vizi dell’America rurale. Ciò che spicca in Rebel Ridge è, come nel caso di Green Room, il costante senso di minaccia, tensione e pericolo che scaturisce dall’odissea di un ex-marine che arriva in una città per pagare la cauzione a suo cugino, per poi scoprire una rete di corruzione della polizia. Saulnier non ha bisogno di scatenare l’azione fino alla fine di un film che dà tutto lo spazio possibile ai suoi attori, con la rivelazione stellare di Aaron Pierre (aggiunto all’ultimo minuto per sostituire John Boyega) che fa palpitare ogni parola, ogni sguardo penetrante del suo personaggio. Il gioco di sguardi, dialoghi e confronti tra lui e Johnson è esemplare, e l’asciuttezza e la mancanza di ironia del film danno loro tutto lo spazio necessario per dominare la scena.

Il risultato è un film forse molto più efficace del Civil War di Alex Garland nel mostrare la violenza in agguato nell’America profonda, ma anche nel realizzare un western moderno che sa raccontare i meccanismi di corruzione delle autorità e di oppressione dei cittadini e si prende il tempo necessario per farlo. Dopo tutto, i dettagli specifici di ciò che il commissario e i suoi uomini fanno in quella piccola città non sono molto importanti, sono un mero McGuffin per guidare la narrazione. Ciò che conta, alla fine, è lo stesso concetto dei western storici: se la civiltà – o qualcosa che le assomiglia – vince o meno sulla barbarie.

La recensione in breve

8.0 Teso

Un mix di thriller violento e dramma sociale emotivo, era da tempo che un film “originale” di Netflix non raccoglieva un tale entusiasmo non solo tra il pubblico, ma anche tra la critica.

Pro
  1. Il talento di Jeremy Saulnier nel lavorare meticolosamente sulla carica tensiva
  2. Un testa a testa tra due attori semplicemente perfetti
  3. Finalmente, un film di genere che merita la pole position tra i più visti di Netflix
Contro
  1. Lo stile narrativo di Saulnier potrebbe non essere per tutti
  • Voto CinemaSerieTv 8
  • Voto utenti (0 voti) 0
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