Ci sono film che sembrano avere molto da dire e poi, arrivati alla fine, lasciano soprattutto la sensazione di non aver detto quasi nulla. Scherzetto, presentato fuori concorso a Venezia 83, appartiene purtroppo a questa categoria. Mario Martone parte dal romanzo omonimo di Domenico Starnone e mette al centro Toni Servillo nei panni di Daniele Mallarico, un illustratore ultrasettantenne costretto a tornare nella casa napoletana della propria infanzia per occuparsi del nipote Mario. Sulla carta ci sono tutti gli elementi per un racconto sul tempo, sulla vecchiaia, sui rapporti familiari e sui fantasmi che continuiamo a portarci dietro. Il problema è che il film li introduce senza riuscire davvero a farli diventare qualcosa.
Martone stesso ha raccontato di essere stato attirato proprio dall’idea di due personaggi agli estremi della vita, chiusi nello stesso ambiente e circondati dai fantasmi del passato. Ma sullo schermo quella suggestione resta quasi sempre tale. Scherzetto sembra continuamente sul punto di trovare una direzione, salvo poi fermarsi prima che il discorso acquisti davvero peso.
Un nonno, un nipote e una convivenza forzata

Daniele Mallarico ha superato i settant’anni, è vedovo e vive da solo a Milano. Quando la figlia Betta gli chiede di tornare a Napoli per occuparsi per qualche giorno del figlio Mario, Daniele rientra nella casa in cui è cresciuto e che ormai appartiene soprattutto ai suoi ricordi. Mario ha cinque anni ed è l’esatto opposto del nonno: instancabile, invadente, parla continuamente e sembra avere una risposta per qualsiasi cosa. Tra i due si crea subito una convivenza difficile, destinata a trasformarsi progressivamente in una specie di combattimento.
Da una parte c’è un uomo anziano che sente di aver perso terreno, nel lavoro come nella vita, dall’altra un bambino rappresentato come se fosse sempre un passo avanti agli adulti. In mezzo ci sono una casa piena di ricordi, una Napoli che torna continuamente attraverso rumori e immagini e soprattutto la sensazione che Daniele debba fare i conti con qualcosa che ha lasciato irrisolto.
I fantasmi ci sono, ma non portano da nessuna parte

La componente più interessante del film dovrebbe essere proprio quella legata ai fantasmi: Daniele vede la madre, il padre, i fratelli e persino se stesso. Sono apparizioni che sembrano suggerire una resa dei conti con il passato, con la famiglia e con ciò che è diventato. Il problema è che questa idea non viene mai davvero sviluppata.
Scherzetto assume a tratti la forma di una ghost story, ma senza riuscire a portarla avanti fino in fondo. Le presenze affiorano, creano una suggestione, sembrano aprire una porta sulla memoria del protagonista e poi scompaiono senza modificare in alcun modo la narrazione. Restano frammenti, più che elementi capaci di dare un senso al percorso di Daniele. Ed è un peccato, perché proprio lì sembrava risiedere la dimensione più interessante del film: un uomo anziano che torna nella casa della propria infanzia e viene letteralmente circondato dalle versioni precedenti della propria vita. Martone avrebbe potuto usare quelle presenze per interrogare il rapporto tra memoria e identità, oppure il peso delle scelte fatte. Invece tutto rimane come incompiuto.
Un film che non trova la propria dimensione

È forse questa la sensazione più forte lasciata da Scherzetto: non riesce mai a capire fino in fondo che film vuole essere. C’è la commedia familiare, ma raramente diverte davvero. C’è il confronto generazionale, ma rimane sviluppato in maniera superficiale. Ci sono i fantasmi e il passato di Daniele, ma il loro significato resta appena accennato. C’è Napoli, con la casa, il balcone e le voci della strada, ma anche questo rapporto sembra più evocato che approfondito.
Martone costruisce immagini e suggestioni che sembrano promettere continuamente qualcosa in più. La casa dell’infanzia potrebbe diventare il luogo di un confronto doloroso con ciò che è stato. Il bambino potrebbe costringere Daniele a guardare la propria vecchiaia da un punto di vista nuovo. I fantasmi potrebbero trasformare quel ritorno in una vera resa dei conti. Invece Scherzetto procede senza mai scegliere davvero una di queste strade.
Alla fine rimane un film inutile, svogliato, che non dice nulla, appesantito da dialoghi assurdi e da un bambino scritto in maniera troppo esagerata. Il titolo, almeno, finisce per essere perfetto. Lo scherzetto c’è, ma è quello che Martone fa al pubblico.
Cosa ne pensiamo in sintesi
Scherzetto parte da una premessa che avrebbe potuto aprire molte strade: il ritorno nella casa dell'infanzia, il confronto con la vecchiaia, un nipote che sconvolge la quotidianità e i fantasmi di una vita che tornano a farsi vedere. Mario Martone, però, sembra limitarsi ad affacciarsi su ciascuno di questi elementi senza svilupparne davvero nessuno. Toni Servillo regge il film come può, ma deve fare i conti con dialoghi spesso artificiosi e soprattutto con un bambino scritto in maniera talmente esasperata da diventare presto irritante. Una ghost story accennata e mai compiuta, che arriva alla fine lasciando soprattutto una domanda: a cosa è servito tutto questo?
Pro
- Toni Servillo riesce comunque a dare spessore a Daniele.
- La casa napoletana offre al film un ambiente potenzialmente interessante.
Contro
- I fantasmi vengono introdotti senza essere davvero sviluppati.
- Molti dialoghi risultano innaturali e poco credibili.
- Il film accumula spunti senza riuscire a portarli da nessuna parte.
- Voto CinemaSerieTV
