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Home » Film » Recensioni film » Sirât, la recensione: un viaggio senza bussola

Sirât, la recensione: un viaggio senza bussola

La recensione di Sirât, odissea a ritmo di techno per la regia di Óliver Laxe e presentata al Festival di Cannes 2025.
Sofia BiaginiDi Sofia Biagini16 Maggio 2025Aggiornato:16 Maggio 2025
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I protagonisti di Sirât
I protagonisti di Sirât. Fonte: Movistar Plus+
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Il film: Sirât, 2025. Regia: Óliver Laxe. Cast: Sergi López, Bruno Núñez, Jade Oukid. Genere: Drammatico. Durata: 120 minuti. Dove l’abbiamo visto: Al Festival di Cannes, in lingua originale.

Trama: Un padre e un figlio attraversano il deserto marocchino alla disperata ricerca di una figlia scomparsa durante una rave party.

A chi è consigliato? : Consigliato a chi ama i film contemplativi, sperimentali e allegorici. Chi cerca una narrazione lineare o emozioni esplicite potrebbe restare disorientato o frustrato.


Presentato in anteprima al Festival di Cannes 2025, Sirât segna il ritorno di Óliver Laxe, regista noto per la sua poetica visionaria e spirituale (Mimosas, Viendra le feu). Coprodotto dai fratelli Almodóvar, il film si colloca a metà strada tra road movie esistenziale e allegoria mistica, raccontando la vicenda di un padre e un figlio in cerca della figlia scomparsa tra le lande desertiche del sud del Marocco. Nonostante le ambizioni estetiche e simboliche, Sirât fatica a trasmettere un messaggio coerente, annegando talvolta nella propria densità concettuale e perdendo aderenza emotiva con lo spettatore.

Un’odissea nel cuore del Marocco

Luis e suo figlio Esteban approdano in Marocco per cercare Mar, figlia e sorella scomparsa mesi prima durante una rave party tra le montagne dell’Atlante. Si immergono così in un mondo per loro estraneo, fatto di musica elettronica incessante, notti acide e volti evanescenti. Quando la polizia disperde gli stranieri, i due si uniscono a un gruppo di ravers in fuga verso una nuova festa nel deserto. Ma il viaggio si trasforma gradualmente in un’odissea fisica e interiore, una marcia di perdizione che mette a dura prova corpo, mente e legami familiari, finché ogni confine tra realtà e visione si dissolve nell’immensità sabbiosa del Saghro.

Un’allegoria che si sfalda

Sirât si presenta come un’opera intrisa di simbolismo spirituale, che ambisce a raccontare non solo la perdita di una figlia, ma anche lo smarrimento interiore di un’umanità intera davanti al proprio vuoto. L’idea del “ponte” – il sirāt islamico sospeso tra dannazione e salvezza – è chiaramente una metafora dell’esistenza, del fragile equilibrio tra consapevolezza e abisso. Tuttavia, questa tensione tematica viene sviluppata in modo dispersivo: ciò che all’inizio sembra una riflessione esistenziale si diluisce in immagini reiterate, visioni allucinate e simboli che restano più evocati che articolati. Laxe sembra voler raccontare il senso di smarrimento dell’esistenza in modo simbolico e spirituale, ma finisce per rendere il messaggio così vago e sfumato da risultare difficile da comprendere, privilegiando l’estetica e l’atmosfera a scapito della chiarezza narrativa. Il risultato è che, invece di condurre lo spettatore in una progressiva presa di coscienza, il film lo lascia in balia di suggestioni che non trovano mai una piena risonanza né un compimento narrativo o emotivo.

Un film che gira su se stesso

Dal punto di vista visivo, abbiamo una regia fatta di lunghe inquadrature, composizioni simmetriche, e un uso magistrale del paesaggio come specchio dell’anima. Il deserto non è sfondo, ma attore, ambiente emotivo, prigione. Tuttavia, in Sirât, questo rigore formale si trasforma progressivamente in un dispositivo autoreferenziale: se da un lato la macchina da presa costruisce atmosfere potenti, dall’altro il film sembra più interessato a contemplare la propria bellezza che a comunicare un senso. Il ritmo è volutamente lento, ma in più punti rischia l’immobilismo. Le metafore visive si moltiplicano, ma senza una chiara direzione, e la dissoluzione narrativa – che potrebbe essere un atto poetico – diventa in certi momenti un vuoto registico, come se il film girasse su sé stesso senza trovare un approdo.

La techno come rituale sonoro, ma a tratti sovrastante

Uno degli elementi più forti del film è la sua colonna sonora: una pulsazione continua di techno, trance, rumori ambientali e suoni distorti, che più che accompagnare le immagini, le guida, le perfora, le invade. In alcuni momenti, questa scelta risulta perfettamente coerente con l’intento del film: la techno diventa un rituale tribale, una vibrazione mistica che trascina i personaggi in uno stato di trance esistenziale e che fa vivere allo spettatore un’esperienza immersiva. Tuttavia, questo stesso suono – ripetuto, ossessivo, quasi totalizzante – finisce talvolta per saturare la percezione. Invece di rivelare, oscura; invece di condurre, disorienta. Laxe sembra volerci far entrare in un mantra sonoro che trascende il tempo, ma l’effetto rischia di anestetizzare più che trasformare.

La recensione in breve

6.0 Annebbiato

Sirāt è un’esperienza visiva e sonora potente, capace di suggestionare e immergere lo spettatore in un flusso ipnotico, tra deserti accecanti, techno rituale e simbolismi mistici. Tuttavia, la scelta di privilegiare l’allegoria estrema e la sospensione narrativa lascia in ombra ciò che dovrebbe essere il cuore emotivo del racconto: la ricerca disperata di una figlia. Il risultato è un film affascinante ma sbilanciato, dove l’ambizione formale oscura la chiarezza del discorso. A tratti evocativo, ma troppo ermetico per colpire nel profondo.

Pro
  1. Impatto visivo immersivo e magnetico
  2. Uso originale e totalizzante della musica techno
Contro
  1. Narrazione sacrificata all’allegoria mistica
  2. Perdita del messaggio che si vuole veicolare
  3. Senso del viaggio spirituale poco definito
  • Voto CinemaSerieTV 6.0
  • Voto utenti (0 voti) 0
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