Nessuno nell’attuale panorama cinematografico internazionale riesce come Asghar Farhadi a costruire situazioni in cui ogni personaggio ha contemporaneamente torto e ragione, in cui non esiste una scelta che non comporti un prezzo da pagare. Ed è proprio questo meccanismo, così riconoscibile e così suo, a funzionare anche in Storie Parallele (Histoires parallèles), il suo secondo film francese dopo Il passato del 2013 e terza incursione fuori dall’Iran dopo Tutti lo sanno.
Il film ruota intorno a Sylvie (Isabelle Huppert), scrittrice di una certa età in crisi creativa che osserva dal telescopio i vicini del palazzo di fronte, trasformando le loro vite in materia narrativa per il suo nuovo romanzo. Quando assume il giovane Adam (Adam Bessa) come assistente, la fiction che ha costruito su quegli sconosciuti comincia a contaminarsi con la realtà, in un cortocircuito tra ciò che immaginiamo e ciò che effettivamente accade.
Lo sguardo come atto morale

C’è una trovata al centro del film che è forse la più originale che Farhadi abbia mai messo in sceneggiatura. Il palazzo di fronte ospita uno studio di registrazioni di rumoristi, dove si costruisce una realtà sonora artificiale da sovrapporre alle immagini. Esattamente come Sylvie, questi personaggi fabbricano una realtà parallela convincente a partire da pura finzione. È un parallelo quasi vertiginoso, in cui il titolo stesso del film smette di essere solo una descrizione della struttura narrativa e diventa una riflessione sul potere dell’immaginazione e della suggestione: sulla scrittura, sul suono, sul cinema. Su cosa significhi raccontare storie e quanto quelle storie possano modificare la realtà di chi le vive senza saperlo.
Non è un caso che Farhadi abbia scelto come punto di partenza un episodio del Decalogo di Kieslowski, quell’opera monumentale così radicata nella società e nella cultura polacca quanto i suoi film migliori lo sono in quella iraniana. Per la terza volta fuori dall’Iran, però, Farhadi si trova a lavorare su un soggetto che non è suo, che viene da un altro autore e da un altro mondo. È un doppio distacco dalle proprie radici – geografico e narrativo insieme – e qualcosa di tutto questo si avverte nel film.
Il prezzo dell’esilio

Quella tensione morale viscerale che rendeva insostenibili e irresistibili Una separazione o Il cliente – quella pressione sociale tipica iraniana in cui la vergogna pubblica pesa più della violenza fisica – qui si avverte solo a tratti. Il contesto parigino è splendidamente fotografato, soprattutto nelle scene di pioggia, ma rimane scenografia più che sostanza. I dilemmi ci sono, ma galleggiano senza il peso specifico che solo l’Iran sembra capace di dargli. È lo stesso problema di Tutti lo sanno, e viene spontaneo chiedersi, come già nel 2018, quanto di Farhadi rimanga quando si toglie il suo paese. E questa volta la domanda è ancora più urgente, perché insieme al paese manca anche la storia.
Un cast da non sprecare

Da sempre la direzione degli attori è uno dei punti di forza del cinema di Farhadi, e lo dimostra ancora una volta un cast che non sbaglia mai una scena. La Huppert porta sullo schermo tutta la sua autorevolezza, Cassel non è mai stato così convincente da molto tempo, e Virginie Efira – che ha il compito più difficile di tutti, interpretare due versioni dello stesso personaggio – è il vero cuore del film. Ma il personaggio più riuscito è forse quello di Adam, interpretato da un Adam Bessa che riesce nell’impresa non semplice di renderlo viscido e ambiguo senza mai allontanare lo spettatore, mantenendo viva quella zona grigia in cui Farhadi da sempre ama muoversi.
La recensione in breve
Storie Parallele conferma la capacità di Farhadi di raccontare personaggi sospesi tra colpa e ragione, mescolando realtà e finzione in modo brillante. La recensione elogia soprattutto la scrittura, la trovata narrativa dello studio di foley e la qualità del cast, ma sottolinea anche come il film perda parte della forza emotiva e sociale tipica delle opere iraniane del regista.
Pro
- Farhadi costruisce ancora personaggi pieni di ambiguità morale
- Il gioco tra realtà e finzione è una delle idee più riuscite del film
- La metafora dello studio di foley è originale e molto efficace
- Il cast è solidissimo, soprattutto Isabelle Huppert e Adam Bessa
Contro
- Manca la tensione morale dei migliori film iraniani di Farhadi
- L’ambientazione parigina resta più estetica che davvero centrale
- I conflitti emotivi hanno meno forza rispetto ai suoi lavori precedenti
- Voto CinemaSerieTV
