Il film: Uglies, 2024. Regia: McG. Cast: Joey King, Keith Powers, Chase Stokes, Brianne Tju, Laverne Cox. Genere: Sci-fi, azione. Durata: 100 minuti. Dove l’abbiamo visto: Su Netflix, in lingua originale.
Trama: Tally Youngblood è una ragazza comune che vive in una società dove i “normali” sono definiti “brutti” (“uglies”) e vengono trasformati in Carini (“pretties”) attraverso un’operazione di chirurgia estetica obbligatoria al compimento dei sedici anni.
A chi è consigliato? Ai giovani appassionati di mondi distopici, in stile Hunger Games e Maze Runner, e ai fan di Joey King.
Qualche buona idea non fa un film, soprattutto se piazzata nel mezzo di una storia tanto incoerente, banale e convenzionale da non rispettare nemmeno il concept che propone. Uglies, adattamento del romanzo young adult del 2005 firmato da Scott Westerfeld, può cercare di essere una critica alla pressione sociale di essere carini, perfetti, di avere una vita pari a un filtro di Instagram, ma alla fine non risulta altro che un mediocre film d’azione politicamente corretto in formato videogioco. Uno di quei tipici racconti d’avventura “young adult” che sono stati realizzati fino alla nausea più di dieci anni fa, quando The Hunger Games era una novità. Inficiato da una CGI scadente, da una scrittura formulaica e da una schiacciante mancanza di personalità, Uglies di Netflix è un film oltre che dimenticabile, spiace ammetterlo, decisamente noioso.
Confinati nel grigiore della “bruttezza”

Nell’ultima uscita Netflix, Joey King interpreta Tally, una giovane donna che sta per compiere 16 anni, quando si sottoporrà a un’operazione che la renderà “bella”, cosa che ha sognato per tutta la vita. Siamo qualche centinaio di anni nel futuro e in una società che ha trovato, dopo una serie di crisi legate al cambiamento climatico, una soluzione ai suoi problemi attraverso l’intelligenza artificiale, la modificazione genetica del cibo e una sorta di “stato sociale” che controlla tutto, presumibilmente a beneficio della gente. Tanto che a 16 anni le persone hanno accesso alla chirurgia plastica che le rende belle, cura i loro disturbi e le porta in un mondo perfetto. Ma prima di arrivarci, sono conosciuti come i “brutti” e vivono in edifici grigi mentre studiano e aspettano il momento di diventare ciò che hanno sognato per tutta la vita.
Tally lo desidera con passione, non riesce a smettere di pensare di attraversare lo stagno – letteralmente, i “belli/perfetti” vivono dall’altra parte di un fiume – e di essere come loro. Tanto più che il suo migliore amico/fidanzato Peris (Chase Stoke) parte qualche mese prima di lei, promettendo di incontrarla quando sarà il turno di Tally. Ma, dopo l’operazione, Peris non la chiama più. E quando Tally attraversa illegalmente il fiume per cercarlo, lui la ignora e la maltratta. Confusa, sulla via del ritorno inizia a incrociare altre persone “brutte” che non vedono questo futuro come ideale o ricercato. Tra loro c’è Shay (Brianne Tju), che pian piano le fa capire cosa nasconde la società ideale e cerca di farla entrare in un gruppo di ribelli (una sorta di neo-ecologisti che vivono in una foresta) che lotta contro “il sistema”. Ma Tally subisce anche pressioni dall’interno per giocare entrambi i lati del gioco, lavorando come spia per i potenti che la usano per porre fine alla “resistenza”.
I feel pretty/unpretty, più che mai nell’era social

Una volta accettata l’ambiziosa costruzione del mondo di Westerfeld, Uglies offre numerose opportunità di commento sociale: ci invita a considerare la diffusione nel mondo reale della chirurgia estetica, dei “filtri” con cui sentirci parte di un canone di bellezza e dei disturbi alimentari. Solleva domande sul pregiudizio della società nei confronti di corpi presumibilmente “imperfetti” e su come l’etnia, il genere e la sessualità influiscano sulla nostra concezione di bellezza.
Purtroppo, questo adattamento cinematografico sfiora a malapena questi temi tanto centrali quanto in anticipo sui tempi del romanzo originale: si limita a qualche vaga critica su come la cultura “Pretty” renda le persone insicure e anti-intellettuali, ma per il resto si tratta di un adattamento frustrante e superficiale. La sua sceneggiatura non è abbastanza intelligente da bilanciare i suoi valori di produzione a basso budget, che si affidano pesantemente a fondali greenscreen poco convincenti, a un’architettura brutalista generica e a (un po’ misteriosamente) molteplici scene in hoverboard per la protagonista Tally Youngblood (Joey King).
Parlare per metafore (scontate)

Di base, in Unglies coesistono idee che hanno essenzialmente senso. La pressione sociale di essere belli, di avere un corpo perfetto, di sorridere e di non pensare ad altro che a divertirsi sembrano essere valori imperanti oggigiorno, costantemente promossi sui social media. E non è assolutamente sbagliato che i ragazzi, già in età preadolescenziale, capiscano che le imperfezioni sono preziose e che lo è anche avere una propria personalità; tuttavia, è possibile farlo senza ricorrere a una trama elementare e a una dozzina di metafore grossolane, come la scoperta della lettura o la costruzione di oggetti con le proprie mani e così via.
Qualche colpo di scena inaspettato alla fine lascia intendere che la saga continuerà in qualche modo in futuro, mentre la storia continua a cercare di convincerci di qualcosa che è ovvio fin dalla prima scena: che ciò che veramente conta è la bellezza interiore, che l’amicizia ha valore, che la vita nella natura è più sana di quella nelle città e che pensare è meglio che obbedire: esattamente quello che migliaia di influencer ci propinano ogni giorno tramite i loro account. Essere imperfetti oggi è un business come un altro.
La recensione in breve
Con l'arrivo di Uglies su Netflix, ci sentiamo noi in un mondo distopico: l'adattamento di un romanzo estremamente avanti sui tempi - che ormai coincidono coi nostri - non poteva imbroccare strada peggiore, semplificando tramite metafore grossolane tematiche quanto mai rilevanti.
Pro
- Il concept di partenza è assolutamente intrigante
Contro
- La schematizzazione ridotta ai minimi termini di riflessioni, in realtà, estremamente attuali nell'era dei social
- Un comparto tecnico per nulla sufficiente a garantire la costruzione di un mondo distopico
- Un'estetica da videogioco che, purtroppo, fa subito pensare a un possibile
- Voto CinemaSerieTv
